“A casa nella natura”. Penone si racconta

L'opera Rovesciare gli occhi di Giuseppe Penone
 

25/05/2004

Nato a Garessio, in Piemonte, piccolo villaggio della Valle Organa “chiamata così perché risuona di tutti i rumori della vallata” nel 1947, Giuseppe Penone proviene da una famiglia di agricoltori. Il padre infatti era un “raccoglitore, un mestiere scomparso con l’invenzione del frigorifero; acquistava i prodotti dai contadini e li rivendeva ad altri mercanti”. Un’infanzia felice, tra “montagne di castagne” e “sacchi di funghi porcini portati sul dorso dell’asino”. Comincia presto con la scultura, anche se i primi studi sono da contabile, studi che lo tengono lontano dalle “idee precostituite proprie della formazione storico-artistica che avevano gli altri”. Si iscriverà poi alle Belle Arti di Torino, dove non tarderà a distaccarsi dalla scultura figurativa, “un’estate mi sono messo a disegnare tutte le pietre di un ruscello...”. A quindici anni. In pieno periodo di contestazioni verso il sistema, nel ’68, Penone si distacca da un certo modo di fare scultura in voga tra alcuni compagni dell’Accademia, e comincia la riflessione sulla propria identità: “come si può scolpire alla maniera di Giacometti quando non si è vissuta la guerra ? ... Non trovavo giusto questa assenza d’identità.” E così ritorna al suo paese a lavorare. “Allora, rivolgendomi verso le cose che conoscevo veramente, ho cominciato a realizzare dei lavori sugli alberi, sulla natura, erano le idee più elementari. Là ero a casa mia...”. É stata dunque la natura ad imprimere il primo segno, indelebile, sull’identità di Penone, il quale si è prodotto in una ricerca continua di restituzione di sé, di impronte della propria identità corporea sulla natura stessa; emblematica la figura dell’artista impressa in un mucchio di foglie. Penone, che attualmente vive tra Parigi e Torino, insegnando all’ Ecole des Beaux-Arts, ha esposto per la prima volta a Torino nel 1968 (presso Deposito d’arte). Nel 1969, la scoperta da parte di Germano Celant, così raccontata da Penone : “Avevo fatto i miei primi interventi sugli alberi – interventi banali per il mondo contadino, ma che inseriti in un contesto urbano, diventano interessanti...Fatta fare una documentazione ad un fotografo del paese, la portai a Torino per presentarla a Sperone, che aveva una galleria e che trovò la documentazione divertente e l’appese al muro, vicino alla porta. Un giorno passò Celant, che stava realizzando il suo primo libro sull’arte povera; vide la documentazione e la prese per il suo libro. É così che sono diventato un artista dell’arte povera.” Le parole di Penone sono tratte dall’intervista a cura di Catherine Grenier e Annalisa Rimmaud, presente nella pubblicazione che accompagna la mostra.

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