Il docu-film prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, nelle sale il 25, 26 e 27 marzo

Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto - La nostra recensione

Paul Gauguin, Fatata te miti (In riva al mare), 1892, olio su tela, 92 x 68 cm, Washington, National Gallery of Art
 

Samantha De Martin

15/03/2019

“Presto arrivò la notte. Più tardi anch’io mi addormentai nel mio letto. Silenzio di una notte tahitiana. Udivo solo i battiti del mio cuore, dal mio letto vedevo le canne allineate della mia capanna da cui filtrava la luce della luna, simili a uno strumento musicale. Sopra di me stava il grande tetto di foglie di pandano dove abitavano le lucertole. Potevo in sogno immaginare lo spazio sopra la mia testa, la volta celeste che nessuna prigione può soffocare. La mia capanna era lo spazio, la libertà”.

Disteso accanto a Paul Gauguin, lo spettatore si fa anche lui eremita mistico, martire selvaggio agli estremi confini del mondo che cerca se stesso e ritrova nella propria arte un cammino autonomo, una via di fuga alle evanescenti figure dell’impressionismo. Cucito anche attraverso le suggestive pagine di “Noa noa”, il diario idealizzato composto da Paul Gauguin durante il suo primo soggiorno a Tahiti, il docufilm Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, nelle sale il 25, 26 e 27 marzo, incanta con la sua trama che ammicca al sogno universale dell’uomo che, ossessionato dalla smania dell’ignoto, affida al viaggio nell’assoluto, la ricerca della pace e della perduta età dell’oro.
Diretto da Claudio Poli, su soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta, con la partecipazione straordinaria di Adriano Giannini e il sostegno di Intesa Sanpaolo, il film ripercorre il viaggio verso l’assoluto del “lupo nel bosco senza collare”, ossessionato dalla smania dell’ignoto, che ha trascorso l’intera vita a correre, prender fiato, morire follemente.
 FOTO - Il Paradiso Perduto di Gauguin
Lentamente lo spettatore si riconosce in questo artista che a soli 14 mesi compie un viaggio in Perù con la sua famiglia: l’altrove abita in lui sin dalla nascita. Dopo una prima esperienza in Bretagna, preludio della sua ben più lontana fuga, alla ricerca di forme ancestrali, di tradizioni celtiche e di una nuova pittura, il primo aprile del 1891, a bordo della nave Océanien, Paul Gauguin lascia Marsiglia diretto a Tahiti, in Polinesia. Ha quarantatré anni e quella giornata segna l’inizio di un viaggio che porterà l'artista, dopo due mesi di navigazione, agli antipodi della civiltà, alla ricerca dell’alba del tempo e dell’uomo.
Ai Tropici, Gauguin resterà quasi senza intervalli fino alla morte: dodici anni di disperata e febbrile ricerca di autenticità, di immersioni nella natura lussureggiante, nella luce accecante che darà vita sulle tele a colori via via più puri e accesi. Tra profumi animali e corpi color miele, vergini e seducenti sguardi di donna, Gauguin un po’ artista, un po’ antropologo, posa il suo sguardo tenero e ingenuo sul folklore esotico
Divenuto man mano “tranquillo, spensierato e amorevole”, il geniale colorista, alchimista superbo che ruba le tinte ai tramonti, al mare, alle montagne di Tahiti per impastare sulla tela vibranti armonie, traduce gli incantesimi dell’Oceania in una nuova, rivoluzionaria esperienza artistica.

Quello che più colpisce ed emoziona del docu-film è la capacità di aver saputo tener salda all’interno del racconto cinematografico quella poesia conferita dall’artista a pagine e quadri. Il regista sceglie di lasciare da parte l’idea di una ricostruzione storica per andare alla ricerca delle tracce e delle suggestioni di Gauguin nella Polinesia di oggi, proprio come ha fatto il pittore più di un secolo fa.
La macchina da presa si affaccia tra le cerimonie religiose, le chiese, nelle case dei tahitiani, sulla spiaggia. Segue i loro giochi, i loro riti, si fa sorprendere, affascinare, incuriosire, ma anche deludere dinnanzi ai canti polifonici riadattati alla liturgia cristiana,a quell’occidentalizzazione dolorosa inferta dal colonialismo che tanto aveva deluso anche il pittore Gauguin, “missionario all’inverso”.
E allora fugge, “Koké”, da Papeete a Mataiea, alla ricerca delle ultime vestigia di una civiltà incorrotta. Qui realizzerà una ventina di tele in pochi mesi, dando inizio a una autentica rivoluzione nella storia dell’arte. Il disincanto dell’artista è ben reso sul grande schermo attraverso il contrasto tra il paradiso di pace, che Gauguin descrive nei quadri e nei suoi scritti, e le strade affollate e rumorose di New York, Washington, Chicago, le metropoli americane che accolgono i grandi musei, scrigno dei capolavori del maestro.
E ancora stupisce l’assenza di traccia del maestro nel paradiso perduto che tanto ha ispirato le sue creazioni più celebri. A Tahiti non è rimasto nulla di Gauguin, nemmeno una tela. Ed è per questo motivo che l’incontro con Irene Tehua Tehaamoana, pronipote dell’artista, che non aveva mai visto i quadri del suo illustre antenato, e che li vedrà per la prima volta attraverso fotografie, si carica di una valenza magica, di grande suggestione.

Ma il film è anche la cronaca di un fallimento. Perché Gauguin non poté mai sfuggire alle proprie origini, alle ambizioni e ai privilegi dell’uomo moderno, cittadino per giunta di una potenza coloniale, pittore che dipinse tra le palme, ma con la mente sempre rivolta al pubblico dell’Occidente.

In questo viaggio appassionante, sapientemente accompagnato dalla bella colonna sonora composta per il film da Remo Anzovino, che amplifica le suggestioni del racconto per immagini, lo spettatore indaga l’origine della pittura di Gauguin, nelle sue diverse fasi, dagli esordi al primo periodo polinesiano e al secondo e finale soggiorno tahitiano, passando dalla Bretagna. Un’avventura del colore che inizia con il distacco dagli Impressionisti e dalle loro pennellate frammentarie, transita attraverso i contrasti violenti con l’amico e collega Vincent Van Gogh e approda a un cromatismo nuovo, anti-naturalistico, legato ai movimenti dell’anima come quello di opere come Ta matete, La orana Maria, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? una riflessione sull'esistenza, un testamento spirituale e summa di tutte le sue ricerche cromatiche e formali degli ultimi anni.

Siamo ormai lontani dal primo soggiorno sull’isola, quando Paul scriveva alla moglie Mette. Una triste notizia giunta dall’Europa e l’aggravarsi delle sue condizioni di salute hanno stinto il sogno dell'uomo e del pittore. Ma ci resta negli occhi il suo anelito fanciullo, gonfio di speranze, alla ricerca di una lussureggiante Arcadia, di un eden che non c’è.
“Verrà un giorno, e presto, in cui mi rifugerò nella foresta in un’isola dell’Oceano a vivere d’arte, seguendo in pace la mia ispirazione. Circondato da una nuova famiglia, lontano da questa lotta europea per il denaro. A Tahiti, nel silenzio delle notti tropicali, potrò ascoltare il ritmo dolce e suadente del mio cuore in armonia con le presenze misteriose che mi circondano. Libero, senza problemi di denaro, potrò amare, cantare, morire”.

Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto è prodotto da 3D Produzioni e da Nexo Digital con il sostegno di Intesa Sanpaolo e sarà nelle sale solo il 25, 26 e 27 marzo. La Grande Arte al Cinema è un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. Nel 2019 la Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte e Mymovies.it.

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