Blind Sensorium: al Museo Archeologico Ridola fino al 6 gennaio 2020

Il paradosso dell'Antropocene: con Armin Linke a Matera per la quarta grande mostra dell'anno

Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Centro di Geodesia Spaziale “G.Colombo”, antenna destinata a ricevere dati dalla costellazione satellitare COSMO-SkyMed per l’osservazione dellaTerra, Matera, Italia, 2019 © Armin Linke, 2019
 

Francesca Grego

09/09/2019

Matera - Mai prima d’ora l’azione dell’uomo era arrivata a influenzare direttamente il destino della Terra: dai cambiamenti climatici alla mutazione geologica vera e propria il passo si sta rivelando più breve del previsto. Ma soprattutto inedita è la rete tecnologica distesa attorno al globo per monitorarne le trasformazioni. È davvero al servizio dei bisogni del pianeta? Da dieci anni Armin Linke indaga sui rapporti tra scienza, economia, politica e informazione in un momento tanto delicato, provando a documentare in una sorta di antropologia visiva come questa rete di fenomeni stia dando forma al nostro futuro.
A coronamento di un progetto di dimensioni globali, Linke ha scelto di fare tappa a Matera, una città antica e resiliente che grazie alla profondità del suo passato gli è sembrata il luogo giusto per guardare lontano, verso le incognite che attendono l’umanità.
Non è un caso che “Futuro Remoto” sia anche uno dei quattro pilastri del programma di Matera Capitale della Cultura 2019: da questo incontro nasce Blind Sensorium. Il Paradosso dell’Antropocene, la quarta grande mostra del programma culturale di quest’anno nella città dei Sassi. Se la ricognizione sulle civiltà rupestri di Ars Excavandi ha da poco chiuso i battenti, sono ancora visitabili La poetica dei numeri primi, dalla Magna Grecia di Pitagora alle applicazioni della matematica nella scienza e nell’arte contemporanea, e Rinascimento visto da Sud, che con opere straordinarie e un audace progetto di ricerca osserva due secoli d’arte dalla prospettiva feconda e inconsueta del Mar Mediterraneo.

Con Linke ci immergiamo invece in una delle dimensioni più scottanti della contemporaneità: il Museo Archeologico Nazionale Domenico Ridola e la ex Scuola Alessandro Volta diventano i teatri di un archivio vivo e pulsante, in continua rigenerazione grazie a nuovi video, fotografie, interviste e analisi sul campo. Dal MOSE - la costosissima diga che da Venezia ha portato l’attenzione sull’innalzamento dei mari - ai gasdotti del deserto siberiano, dall’Europa all’Africa, al Sud America e alla Cina, attraversiamo miniere, piantagioni intensive, istituti di ricerca, banche, musei, sedi di organismi politici, archivi e centri di raccolta dati per scoprire i mille volti dell’Antropocene. Perché, come spiega il curatore Anselm Franke, “la crisi non è la stessa per tutti”, “non ha un centro unico e va guardata da diverse prospettive, che a loro volta pongono urgenti questioni politiche”, aggiunge Linke. Con i suoi collaboratori Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, l’artista ha raccolto materiale anche a Matera e dintorni: presso importanti centri di ricerca (il Centro di Geodesia Spaziale dell’ASI e i laboratori di Metapontum Agrobios) e organismi internazionali (l’IBBR-CNR o Banca dei Semi di Bari, legataalla FAO), nonché in realtà controverse come i luoghi delle prime estrazioni petrolifere in Basilicata, a Tramutola in Val d’Agri. Uno degli elementi più interessanti, spiega Linke, è stata “la possibilità di lavorare sui temi dell’agricoltura, in particolare quella mediterranea, che oltre ad avere un’importanza storica rappresenta un fattore strategico per i destini dell’umanità”.

L’ABC della mostra
Piaccia o no, che cosa sia l’Antropocene ormai lo sappiamo tutti: secondo la definizione del chimico Paul Krutzen, l’era attuale in cui l’uomo e le sue attività sarebbero le cause primarie delle modifiche strutturali e climatiche attraversate dal pianeta. Ma qual è il paradosso citato nel titolo della mostra? Che cos’è il “sensorium” di cui si parla? Perché sarebbe cieco (blind)? Ci viene in aiuto Anselm Franke, responsabile per il cinema e le arti visive presso la Haus der Kulturen der Welt (HKW) di Berlino, in passato curatore di mostre e biennali internazionali, che si è occupato del percorso a Matera insieme a Linke. La parola Sensorium, spiega Franke,si riferisce all‘enorme rete di tecnologie senzienti che oggi avvolge la Terraper immagazzinareinformazioni sul suo stato. Pensiamo per esempio al super computer che ad Amburgo processa una quantità di dati inimmaginabile fornendo previsioni sul cambiamento climatico in ogni parte del pianeta. Per alimentarlo è necessaria tantissima energia, che contribuisce allo sfruttamento accelerato della natura, e questo è un primo paradosso”. Inoltre, continua Franke, “non sempre questa enorme mole di dati risulta accessibile: molte delle trasformazioni dell’Antropocene rimangono invisibili ai nostri occhi o ci appaiono estremamente astratte, come i processi tecnologici attraverso i quali vengono elaborate”.

Qual è il ruolo dell’arte in tutto questo? “La fotografia da sola non basta più”, risponde Linke: “La sua messa in scena diventa fondamentale per interpretare l‘ambiguità intrinseca dell’immagine. Non a caso una parte importante della mostra riflette sui modi in cui le immagini raccontano il mondo. La fotografia va messa in dubbio, incalzata, interrogata. Come? Affiancando alle immagini fotografiche altre e diverse forme di rappresentazione e creando sequenze in cui ogni oggetto-immagine entra in risonanza simbolica con gli altri”. Nel percorso sono tante le rappresentazioni prodotte da satelliti, sensori, computer, dispositivi di carotaggio: un invito a chiederci perché, nonostante le tecnologie a nostra disposizione, persistiamo ancora in una sorta di cecità.

Blind Sensorium: una mappa da esplorare
Non aspettatevi un allestimento divulgativo o didattico. Non è necessario disporre di competenze particolari per gustare appieno Blind Sensorium, ma un po’ di tempo e un atteggiamento attivo sono indispensabili. Piuttosto che una galleria di immagini da ammirare, Linke ci propone una sorta di ipertesto da leggere a più livelli. Fotografie, video, mappe e grafici, commenti di esperti provenienti dagli ambiti più disparati si giustappongono in un percorso in tre tempi. Il visitatore è invitato a muoversi nello spazio come su una mappa creando il proprio montaggio personale: a stabilire connessioni, rilevare contrasti e rimandi, a concedersi “il piacere benjaminiano della flânerieo ad approfondire attraverso testi cartacei e contenuti speciali su tablet.
Tre le tappe ideate da Linke e compagni, ciascuna corrispondente a un luogo differente: i locali da tempo inutilizzati della ex Scuola media Alessandro Volta, dalle pareti grezze e scrostate, i depositi del Museo Archeologico Ridola, per la prima volta aperti al pubblico con uno straordinario patrimonio di reperti, e un inedito spazio espositivo costruito negli anni Ottanta per ospitare le mostre temporanee del museo, dove grandi finestre lasciano quasi entrare il cielo. Basterà attraversare un cortile e li avrete tutti a portata di mano. Noi li abbiamo visitati in compagnia di Armin Linke e Anselm Franke: “Non capita tutti i giorni di poter lavorare su più luoghi, ognuno dotato di una propria spiccata specificità”, spiega l’artista. “Questo ci ha permesso di portare avanti diverse strategie di narrazione: in ogni tappa il visitatore potrà vivere una peculiare esperienza percettiva”.

Tre set inediti: diario di un’esperienza “a strati”
Si parte. Tra i muri scorticati della vecchia scuola, Immagini Cieche ci trasporta in un singolare giro del mondo alla scoperta di siti apparentemente indipendenti, eppure significativamente legati nella prospettiva dell’Antropocene. Li osserviamo commentati da studiosi come il geografo Franco Farinelli o il sociologo e antropologo Bruno Latour: sono luoghi di ricerca, di decisioni politiche o di sfruttamento delle risorse naturali, di solito nascosti allo sguardo, oggi eccezionalmente accessibili grazie alle fotografie dell’archivio Linke.

L’emozione è destinata a crescere salendo nei depositi del Ridola, un labirinto di scaffali metallici traboccanti di oggetti: migliaia di reperti datati tra il Paleolitico e l’anno Mille testimoniano la ricchissima stratificazione storica del territorio materano. “Non so se avrò ancora occasione di allestire una mostra in un ambiente così speciale”, dice l’artista lasciando trapelare lo stupore della sua prima visita.
“Dove noi abbiamo sempre studiato il passato, Armin Linke e Anselm Franke hanno visto la possibilità di raccontare non la storia, ma i modi stessi in cui la storia si racconta, trasformando i nostri depositi in un’opera di arte contemporanea”, osserva la dottoressa Antonella Carbone del Museo Ridola. È qui che Matera, che nella sua lunga parabola ha saputo adattarsi con soluzioni ingegnose alle sfide dei millenni, diventa punto di osservazione privilegiato sul futuro più lontano. La sezione L’immagine del tempo è un’immensa installazione in cui i reperti antichi dialogano con foto, video e altri documenti del presente indagando sul mutevole rapporto tra gli esseri umani e la Terra. Come abbiamo costruito le nostre conoscenze sul passato? In che modo l’immagine della storia è legata all’uso del territorio e all’ordine sociale? Come cambia nell’Antropocene il nostro modo di guardare agli abissi del tempo? E perché mai negli ultimi 70 anni il vertiginoso aumento delle informazioni in nostro possesso ha coinciso con il depauperamento sempre più massiccio delle risorse del pianeta? Domande e possibili risposte rimbalzano lungo un percorso affollato di sensazioni. Tra le immagini che ci piace ricordare, quella di una bellissima cartografia seicentesca del mondo: impossibile non metterla a confronto con le riprese ipertecnologiche della Terra realizzate proprio a Matera dall’Agenzia Spaziale Italiana.

L’atmosfera cambia nuovamente quando dalla penombra dei depositi saliamo ancora di un piano: la terza sezione è ospitata in un ambiente chiaro e luminoso, che gli ideatori della mostra hanno concepito come una piazza, con panche e sedili. Fulcro di The Deep Time of Now è un film che condensa gli ultimi sette anni di ricerca di Linke: possiamo guardarlo accomodandoci davanti al grande schermo o approfondirne i contenuti grazie ai tablet messi a disposizione del pubblico, come in una piccola biblioteca virtuale: “una sorta di carotaggio dell’opera da fruire strato dopo strato”, spiega Linke, che sembra particolarmente ispirato dalla metafora della trivella. Poco distante l’occhio si posa infatti su quella che sembra un’installazione di arte astratta: tanti pannelli bianchi percorsi da file di linee nere che richiamano vagamente l’immagine di codici a barre. “Sono scansioni di carotaggi effettuati tra i ghiacci della Groenlandia da un’istituzione danese”, spiega l’artista. “Possiamo leggerci tutta la storia climatica della Terra, a partire dalla cosiddetta Piccola Glaciazione, al termine della quale l’instaurarsi di un clima stabile pose le basi per la nascita dell’agricoltura, dell’urbanizzazione e di ogni forma di sviluppo economico. Ogni linea corrisponde allo strato di neve di un anno: una scansione apparentemente astratta, che in realtà rappresenta la cronografia del clima e della vita umana sul pianeta”.

Commissionata e prodotta dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019, Blind Sensorium. Il Paradosso dell’Antropocene è stata realizzata in coproduzione con il Polo Museale della Basilicata e il Museo Archeologico Nazionale Domenico Ridola di Matera. Sarà visitabile fino al 6 gennaio 2020 con il passaporto per Matera 2019.

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