Un capolavoro di Paolo Veronese conservato al Louvre

Una scena biblica trasferita in un banchetto veneziano rinascimentale: Le nozze di Cana

Paolo Veronese, Le nozze di Cana, 1563, Olio su tela, 994 x 677 cm, Parigi, Louvre

 

Samantha De Martin

25/03/2020

Mondo - Quella delle Nozze di Cana di Paolo Veronese è la storia di un non ritorno. L’opera lasciò l'Italia in seguito alle spoliazioni napoleoniche subite dalle Repubblica di Venezia nel 1797, anno in cui la tela - con la sua superficie di ben 70 metri quadrati - fu smontata dalla parete di fondo del refettorio benedettino sull'Isola di San Giorgio Maggiore, tagliata in due parti successivamente arrotolate, e portata a Parigi.

Da Venezia a Parigi
Nel 1798 la tela entrò a far parte delle collezioni del Louvre, ribattezzato nel 1802  "Musée Napoléon", le cui opere, frutto di spoliazioni, divennero parte della collezione personale di Napoleone Bonaparte. Dopo la sconfitta di Napoleone, gran parte del bottino costituito nel corso delle sue campagne militari venne restituito ai legittimi proprietari. Non fu così per Le Nozze di Cana.

Nulla poté Canova...
Anche il dipinto Le nozze di Cana avrebbe dovuto far ritorno in Italia, ma per Antonio Canova - incaricato da Papa Pio VII di trattare per far rientrare il lavoro del Veronese, accanto a molti altri capolavori - fu una vera impresa. Il curatore del Musée Napoléon non aveva alcuna intenzione di separarsene e, per evitare che il quadro di Veronese facesse ritorno in Italia, pensò di mentire all’illustre scultore, sostenendo che l’opera fosse troppo fragile per affrontare il viaggio di ritorno fino a Venezia.

“In fuga” dalle guerre (e non solo)
Le rocambolesche vicende del capolavoro di Veronese proseguono. Durante la guerra franco-prussiana il dipinto fu nascosto in Bretagna, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale venne spostato continuamente in diverse zone della Francia affinché non cadesse nelle mani dei nazisti.
Nel 1992, oltre a essere stata leggermente danneggiata da operai maldestri del Louvre addetti alla manutenzione, l'opera subì le conseguenze di un allagamento provocato, nelle sale del museo francese, dalle piogge torrenziali.

Per quale ambiente era stato realizzato il dipinto?
Le Nozze di Cana era stato concepito per abbellire il refettorio progettato da Palladio per il monastero benedettino sull'isola veneziana di San Giorgio Maggiore. Con magistrale libertà di interpretazione, il Caliari ha trasposto l'episodio biblico nella sontuosa cornice di un matrimonio veneziano.

Chi commissionò l’opera a Veronese?
Furono i benedettini del monastero di San Giorgio Maggiore a Venezia a commissionargli, nel 1562, questo immenso dipinto (990 x 666 cm) destinato a decorare il loro nuovo refettorio. Il contratto che impegnava Veronese a dipingere la festa nuziale era estremamente preciso. I monaci insistettero affinché l'opera fosse monumentale, al fine di riempire l'intera parete di fondo del refettorio. Appeso ad un'altezza di 2,5 metri da terra, avrebbe dovuto creare un'illusione di spazio esteso.
Ed in effetti quest’opera maestosa, che occupa una superficie di 70 metri quadrati, impegnò il Veronese per ben 15 mesi, mentre il pittore fu assistito, molto probabilmente, dal fratello Benedetto Caliari.

Una composizione su due piani
La composizione è divisa in due sezioni: nella parte superiore, nuvole sfilacciate, che sembrano pattinare su un cielo terso, sfiorano i servitori intenti a lavorare e a preparare il pranzo; il piano inferiore, terrestre, accoglie una folla vivace, intenta a chiacchierare durante un chiassoso banchetto. All’osservatore sembra quasi di percepirne il brusio che si innalza confuso sulla tavola a forma di ferro di cavallo, tra i festosi commensali.



L'episodio biblico
A raccontare l'episodio delle Nozze di Cana era stato l'apostolo Giovanni. Nella città di Cana, in Galilea, Cristo, invitato a una festa di nozze, aveva trasformato l’acqua in vino, compiendo il suo primo miracolo. Al termine del banchetto, quando il vino si stava esaurendo, aveva chiesto ai servi di riempire d'acqua i barattoli di pietra e di offrirli al padrone di casa.

Una scena biblica trasferita in un banchetto veneziano
Gli sposi sono seduti all'estremità sinistra del tavolo, lasciando il posto centrale alla figura di Cristo.
L’artista colloca sulla scena circa 130 figure mescolando figure bibliche a uomini e donne del suo tempo. Questi ultimi non sono tutti identificabili. Ma quello che è certo, e al tempo stesso geniale, è che il pittore trasferisce una scena biblica in un’ambientazione veneziana rinascimentale, trasformando il banchetto biblico in una sfarzosa e lussuosa festa dell’aristocrazia veneziana del Cinquecento.

Chi sarebbe la figura centrale vestita di bianco?
Secondo alcuni, Veronese avrebbe inserito anche se stesso tra gli ospiti della festa. L’artista si potrebbe identificare con la figura vestita di bianco. Accanto a lui avrebbe posto Tiziano (vestito di rosso mentre suona il violone) e Jacopo Bassano (l’uomo con il flauto).



Chi sarebbe il personaggio con la barba, vestito di verde?
Il barbuto maestro delle cerimonie potrebbe essere il poeta Pietro Aretino, particolarmente apprezzato da Veronese.

Quali animali l’artista inserisce nella scena?
La scena è popolata da diversi animali: cani, uccelli, un parrocchetto e persino un gatto - rappresentato sull’estremità destra della tela, mentre gioca con un’anfora - che si scatenano in mezzo alla folla.



Chi sono gli altri personaggi?
Cristo, seduto al centro del banchetto, è affiancato dalla Vergine, dai suoi discepoli, e ancora da impiegati, principi, nobili veneziani, orientali in turbante, numerosi servi. Alcune figure indossano costumi tradizionali antichi, mentre altre - le donne in particolare - sono incorniciate da sontuose pettinature e sfarzosi ornamenti.
Secondo alcune interpretazioni, tra i personaggi celebri presenti nel dipinto possiamo riconoscere Solimano il Magnifico, Eleonora d'Asburgo, Francesco I di Francia, Maria I d'Inghilterra, Vittoria Colonna, Carlo V, Marcantonio Barbaro, Daniele Barbaro, Giulia Gonzaga, Reginald Pole, Triboulet e Mehmed Pascià Sokolovič.



L’omaggio a Pallladio
È nell’architettura che l’illustre esponente della pittura veneziana del Cinquecento mescola sacro e profano. Sulla tela si incontrano infatti elementi architettonici del mondo greco e romano, ma soprattutto si svela l’omaggio ad Andrea Palladio.
Le colonne scanalate sormontate da capitelli corinzi evocano le recenti costruzioni dell'architetto veneto.

Nel complesso, anche gli oggetti di arredo, dalla brocca ai calici, o ancora ai vasi di cristallo, descrivono l’atmosfera di una festa che coinvolge l'osservatore, con tutto il suo sfarzo e il suo splendore. Ciascun ospite del banchetto è rappresentato dal pittore nel dettaglio. Ogni commensale è dotato di tovagliolo, coltello, forchetta.

Cosa viene servito agli ospiti come dessert?
L’artista descrive ogni elemento della sua festa nuziale con estrema dovizia di particolari. Come dessert, a fine pasto, vengono servite delle mele cotogne, un frutto molto spesso associato al matrimonio. Nell’antichità, infatti, le mele cotogne erano i “pomi d’oro” della città di Cydon (attuale La Canea) nell’isola di Creta. La tradizione vuole che i pomi d’oro che le Esperidi custodivano nel loro giardino per conto della dea Era, non fossero altro che le mele cotogne. Secondo la leggenda, Gea le avrebbe regalate alla dea Era e a Zeus per il loro matrimonio, ed è per questo che, da allora, vengono considerate simbolo di fecondità e amore.

Un’opera “teatrale”
In questa sorta di “kolossal biblico” in cui si affastellano elementi veneziani contemporanei, architetture classiche, personaggi realmente esistiti, il Veronese orchestra una vera e propria messa in scena. Il tema della festa, infatti, si presta molto a riprodurre un arredamento teatrale in cui posizionare le sue figure.

L’importanza del colore
Per abbellire il suo capolavoro il pittore selezionò i migliori (e costosi) pigmenti importati dall'Oriente dai mercanti veneziani. Per questo ancora oggi possiamo apprezzare il giallo brillante delle arance, i rossi vivaci e il color lapislazzuli utilizzato per i drappeggi e il cielo. Queste tinte, grazie ai loro contrasti, giocano un ruolo importante nella leggibilità del dipinto, consentendo all’osservatore di individuare facilmente, e in modo definito, oggetti e personaggi.

Il restauro e il mantello del cerimoniere
Grazie a un restauro durato tre anni, i colori della tela hanno riacquistato il loro vigore e l’originaria brillantezza, in qualche caso subendo anche notevoli modifiche. Come nel caso del mantello del maestro del cerimoniere, che è stato cambiato dal rosso al verde, la sua tonalità originale.

Perché l’opera segnò una svolta nella carriera di Veronese?
La commissione dell’opera rappresentò un’autentica svolta nella carriera del pittore. Dopo il successo del dipinto, infatti, altre comunità religiose chiesero a gran voce all’artista di realizzare un lavoro simile nei loro monasteri. Questi lavori passarono alla storia come le "Cene" del Veronese.
Tra queste, Il Convito in Casa di Levidel 1573, custodito alle gallerie dell'Accademia di Venezia ma proveniente dal refettorio del grande convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo. Tuttavia a causa di quest'opera, ritenuta blasfema (il tema originario era infatti quello dell'Ultima Cena di Cristo), l'artista dovette subire un processo presso il Tribunale dell'Inquisizione di Venezia.

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