Dal 15 marzo a Roma lo spettacolo ideato da Marco Balich

Dentro il "Giudizio Universale" con la regista Lulu Helbæk

Giudizio Universale. Michelangelo e i segreti della Cappella Sistina
 

Francesca Grego

14/03/2018

Roma - Meno di 24 ore e il Giudizio Universale avrà inizio: fortunatamente non si parla della fine del mondo, ma dello show dedicato da Marco Balich al capolavoro di Michelangelo. A due passi dalla Cappella Sistina, lo storico Auditorium della Conciliazione è pronto a svelare, in forme mai viste prima, il racconto della Genesi, l’epopea romana del Buonarroti, il mistero millenario del rito del Conclave, fino a farsi teatro di una grandiosa Apocalisse.
“Lo spettacolo è il punto di arrivo di un lungo cammino, iniziato una mattina di tanti anni fa, quando Marco (Balich) si svegliò con il desiderio di lavorare con l’arte italiana”, ci racconta Lulu Helbæk, c-oregista del progetto che con Balich ha condiviso 20 grandi show, dalle cerimonie olimpiche invernali di Torino 2006 a Mother of Nation (2016), il primo evento performativo che abbia avuto le donne come protagoniste negli Emirati Arabi.
“Ora che il momento è arrivato, è curioso osservare come tanti particolari si siano incastrati spontaneamente, fino a restituire con naturalezza quasi magica il quadro che avevamo in mente: i professionisti che abbiamo coinvolto, i Musei Vaticani che ci hanno assicurato la propria collaborazione, la disponibilità di una location fuori dal comune… Mai ho dovuto argomentare per difendere il mio punto di vista, con tutti si è creata una consonanza sorprendente. Anche le mie ricerche su un teatro capace di andare oltre la semplice narrazione, rompendo le barriere della percezione tradizionali, trovano finalmente compimento”.
FOTO: Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel
Cosa vedremo sul palcoscenico? Che tipo di esperienza offrirete agli spettatori?
Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel è un viaggio attraverso uno spazio parlante. Nella Cappella Sistina la sensazione è quella di trovarsi in un luogo abitato da mille presenze, personaggi storici, artisti. Il nostro spettacolo porta al pubblico le loro voci, dai pontefici ai protagonisti dei dipinti. Ma ovviamente al centro c’è lui, Michelangelo. Nel percorso lo conosciamo prima come scultore, nel suo iniziale rifiuto di una sfida pittorica di altissimo livello. Vediamo com’era la Cappella Sistina prima del suo arrivo, assistiamo al duello verbale tra l’arte e lo spirito, impersonati da Michelangelo e da papa Giulio II. Finché l’artista non resta solo a cercare la propria ispirazione. Ho immaginato la sua ascensione in una galassia e un dialogo con le stelle: un momento visuale puro in cui interpella audacemente il divino alla ricerca dei segreti dell’atto della creazione. Da una nebulosa che ribolle nasce il primo dipinto, l’esordio di un racconto immortale.
Nello spettacolo non ci sono interpretazioni delle opere della Cappella Sistina: Michelangelo parla da sé, è talmente espressivo e potente che il massimo della meraviglia è godere della sua pittura con calma, in grande, da vicino, come nella visita dal vivo non è possibile per ovvi motivi. L’esperienza che offriamo non sostituisce le sensazioni regalate dall’opera originale, ma dà la possibilità di saziarsi di tanta bellezza in un’immersione che avvolge i sensi.”
 
Nel Giudizio Universale si incontrano arti e professionalità eterogenee, cosa le tiene insieme e che tipo di equilibrio si crea tra di loro?
“Il video, la luce, la performance fisica, la musica si fondono in un mix unico, in cui ogni arte ha bisogno delle altre per esistere. Contrariamente al teatro di prosa, dove la performance è preminente, qui tutte le componenti sono alla pari. La sfida più grande è stata proprio la ricerca di un equilibrio dinamico tra linguaggi che si evolvono nel corso dello stesso spettacolo: questo significa resettare continuamente le regole”.
 
Come siete riusciti a creare questa alchimia?
“Siamo partiti dal video design. Luke Halls, un professionista estremamente ricercato capace di spaziare dall’opera al pop (Rihanna, Elton John, Royal Opera House), davanti alle immagini ad altissima definizione concesse dai Musei Vaticani ha avuto un vero e proprio shock. Si chiedeva: ‘Come è possibile aggiungere qualcosa al lavoro del light designer e 3D designer numero uno al mondo?’ A piccoli passi, come se camminassimo sulle uova, abbiamo dato vita a qualcosa che va ben oltre la scenografia: un vero e proprio spazio tridimensionale in cui le immagini sono sul palcoscenico, ma anche sulle pareti e perfino sulla testa del pubblico. Con Bruno Poet e Rob Halliday abbiamo provato a comunicare attraverso la luce emozioni intangibili, momenti visivi puri.
Anche la performance fisica si è trasformata in una grande sfida. Abbiamo scelto di staccare la voce dal corpo degli attori: è lo spazio a parlare, mentre i performer si muovono cercando di aderire alla parola, di interpretarne il suono. E poi naturalmente c’è la musica, con Sting e John Metcalfe - arrangiatore e produttore di U2, Blur, Coldplay - che hanno scritto una colonna sonora straordinaria: con la tecnologia 9.1, ritmi e armonie circondano lo spettatore da ogni direzione con efficacia mai vista prima. Senza dimenticare le voci di Pier Francesco Favino (Michelangelo), Sonia Scotti (la voce biblica della Cappella Sistina), Ennio Coltorti (Giulio II), Luca Biagini (Clemente VII), che hanno sposato tutti con entusiasmo questo esperimento collettivo”.
 
Quanto è importante la tecnologia per stimolare la partecipazione del pubblico?
“Toccarti un braccio sarà sempre più forte di qualsiasi cosa che vedrai su uno schermo. D’altra parte, ognuno oggi ha una seconda vita cibernetica e anche i meccanismi della percezione sono cambiati. Il lavoro di chi, come noi, crea attraverso visioni e sentimenti è un continuo dialogo con gli spettatori: impariamo da chi ci sta guardando e chi guarda impara da quello che facciamo.
Lo spettacolo è una testimonianza della mia appartenenza a questo tempo, ma anche del mio amore per le vibrazioni di tutto ciò che è umano e tangibile. Nel Giudizio Universale la tecnologia è tanta e di altissimo livello: è un privilegio poter lavorare con questi mezzi. Ma, appunto, si tratta di mezzi, non di un valore a sé stante. C’è ancora molto da sperimentare: a mio parere, finora l’unico ad aver integrato profondamente tecnologia e umanità è stato Alejandro Iñàrritu nel suo ultimo, meraviglioso progetto per Fondazione Prada”.
 
La Cappella Sistina è un immenso spettacolo che dura da 500 anni. Che effetto ti ha fatto costruirci sopra il tuo spettacolo? Ci sono delle parti su cui ti è piaciuto in particolare lavorare come regista?
“Entrando in un luogo pieno di storie come la Cappella Sistina, ho provato a capire quale di queste potesse parlare proprio a me. Mi sono subito innamorata della Creazione degli Astri, che hauna drammaturgia quasi cinematografica: sembra una graphic novel, come del resto la Cacciata dal Paradiso Terrestre.
Davanti alla Creazione di Adamo, invece, inizialmente sono rimasta bloccata: non sapevo come avvicinarmi a un’immagine così inflazionata. La perfezione delle proporzioni, la stupefacente matematica interna, il dinamismo dell’azione mi hanno convinta a superare l’effetto souvenir e a rappresentare la scena così com’è, nella sua immensa bellezza.
Il Giudizio Universale mi ha regalato sensazioni intense, è un capolavoro drammatico ma pienamente contemporaneo. Gli scambi che in questi anni abbiamo avuto con i Musei Vaticani hanno evidenziato il comune desiderio di superare la lettura originaria basata sulla paura. Al di là della propaganda della Controriforma, è un’opera fortissima che può spingere persone laiche o religiose, di qualsiasi livello culturale, a porsi delle domande e a ripartire sulla base di nuove verità interiori”.
 
Come è reso il dipinto del Giudizio Universale nello spettacolo?
“Sono passati 30 anni dai dipinti della volta: l’epoca è travagliata, Michelangelo anziano e provato da vicissitudini personali. Ora non affronta il dialogo con le stelle, ma la fine del mondo. Sul palco i suoi demoni interiori lo aggrediscono come dei ninja, lo invadono, lo attraversano: deve liberarsi di loro prima di poterli disegnare, facendo i conti col bene e col male.
Poi l’Apocalisse appare in tutta la sua maestà: possiamo ascoltare le trombe degli angeli o guardare negli abissi dell’Inferno, seguendo il movimento circolare del ciclo della vita. Non a caso vediamo una folla di figure nude: terminiamo la nostra esistenza così come l’abbiamo iniziata.
Un momento terribilmente solenne, ma anche un istante d’estasi sottolineato da giochi di luce. Perché il Giudizio Universale è come la soluzione di un rebus, la ricomposizione del cubo di Rubik. Con infinita semplicità Michelangelo ha aperto un varco sulla possibilità di una consapevolezza nuova, un portale ancora attivo dopo 500 anni che spero anche i nostri spettatori possano attraversare, ciascuno sulla base della propria sensibilità”.
 
Come è stato il vostro rapporto con i Musei Vaticani?
“La collaborazione con i Musei Vaticani è stata fondamentale. Già solo poter trattare le immagini della Cappella Sistina è stato un magnifico regalo. Tutto quello che abbiamo fatto è sempre stato discusso con il direttore Barbara Jatta: il nostro approccio alle immagini, all’opera, alla storia è stato costruito sulla base di grande rispetto e su un dialogo costante.
Siamo stati subito concordi sull’idea di non produrre l’ennesima mostra virtuale, bensì artainment, che è il nostro mestiere: uno spettacolo che dà emozioni e può costituire uno stimolo a visitare la vera Cappella Sistina”.
 
A quale pubblico si rivolge il Giudizio Universale?
“Fin dall’inizio l’ho pensato come uno spettacolo davvero per tutti: addetti ai lavori e persone comuni, romani e turisti, spettatori di tutte le età. Credo che ognuno possa trovarci qualcosa che lo colpisca, lo affascini, lo porti a riflettere. Anche un bambino di sei-sette anni potrà sentirsi pienamente coinvolto da un racconto così pieno di colori.
Mi piacerebbe che diventasse un punto di riferimento per chi visita Roma, come le “esperienze” che ci sono a Parigi, a Londra o a New York, dove sai che oltre ai musei andrai a vedere The Lion King, Cats o Fuerza Bruta perché sono sempre lì, sono teatri permanenti”.

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