A Roma dal 22 febbraio al 16 giugno

Il Trionfo dei sensi. A Palazzo Barberini un inedito dialogo tra Mattia e Gregorio Preti

Gregorio e Mattia Preti, Allegoria dei cinque sensi, 1642-1646 ca., olio su tela, 396 x 200 cm, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica
 

Samantha De Martin

22/02/2019

Roma - Un pittore dall’incarnato olivastro, le gote rubiconde, i baffi alla moschettiera, in mano gli strumenti del mestiere, si volge verso lo spettatore quasi a invitarlo a intrufolarsi nella tela per partecipare all’allegro simposio in corso alle sue spalle.
L’autoritratto di Gregorio Preti, fratello maggiore di Mattia, rimanda al senso della vista e introduce il pubblico all’Allegoria dei cinque sensi, una scena di taverna, fulcro della mostra in corso fino al 16 giugno alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini e che getta nuova luce sul periodo romano dei due calabresi e sull’attività di Mattia nella bottega del fratello maggiore.
Questa monumentale tela di impronta caravaggesca, rimasta per anni in deposito presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate è reduce di un restauro - realizzato da Giuseppe Mantella e finanziato dalla studio legale Dentos - che ne ha messo in luce la tormentata genesi compositiva. Oltre a restituire al capolavoro quella leggibilità cromatica perduta nel tempo, l’intervento ha rivelato ritocchi e pentimenti effettuati dall’artista in fase di realizzazione.
“Alcuni elementi, quali le dimensioni dell’opera, il supporto costituito eccezionalmente da un’unica pezza di tela, la presenza dell’autoritratto - ha commentato Yuri Primarosa, curatore della mostra assieme ad Alessandro Cosma - lasciano intendere che si tratti di una commisione speciale, rivolta ai due artisti verso il 1641-1642 da un illustre esponente di Casa Barberini”.

Ci sono i giocatori di morra e la cantatrice che suona il virginale, un chitarrista e una scimmietta, c’è il fumatore di pipa, al centro del banchetto, e ci sono l’oste, i bevitori, la chiromante. La testa virile con lo zuccotto , alle spalle della zingara, doveva essere, nella prima realizzazione, una sorta di saltimbanco dal copricapo asinino. E ancora i due filosofi, Eraclito e Democrito, quest’ultimo intento a ridere sulla vanità delle cose del mondo, mentre il pensatore di Efeso, accigliato e cupo, non può fare a meno di osservare la tragica fragilità che travolge tutte le cose.

Distogliendo (sebbene molto difficilmente) lo sguardo da questo capolavoro che è una sinestesia profonda ed ammaliante, si incontrano gli altri undici lavori che raccontano lo stretto legame tra i due artisti giunti dal piccolo borgo di Taverna, alle pendici della Sila, al cospetto di nobili e futuri papi .
Da un lato Gregorio, legato a esiti di stampo ancora accademico, dall’altro il giovane e talentuoso Mattia, la cui presenza a Roma è documentata per la prima volta nella primavera del 1632, suggestionato dall’universo caravaggesco e già cosciente dei nuovi sviluppi guercineschi e lanfranchiani del barocco romano.
Frutto della collaborazione a quattro mani è anche Cristo davanti a Pilato di Palazzo Pallavicini Rospigliosi - con il bell’armigero che funge da spartiacque tra gli interventi dei due fratelli e Mattia attivo nel gruppo di destra - e il Cristo che guarisce l’idropico proveniente da una collezione privata milanese e dove la mano di Gregorio è evidente sulla sinistra del quadro.
Nell’accorato sodalizio artistico tra i due fratelli, Gregorio dovette rivestire nei primi tempi un ruolo di guida e di “procacciatore di commesse”, introducendo Mattia nei circuiti del mercato e dei collezionisti, oltre che nelle grazie delle potenti famiglie romane.

Bellissimo, nella sua monumentale imponenza, uno dei dipinti inediti di Mattia, Cristo e la Cananea, in origine nella collezione dei Principi Colonna. Quest’opera capitale del periodo romano del pittore, databile tra il 1646 e il 1647, purtroppo ottenebrata da secolari patine di sporcizia e vernici ossidate, la prima dell’artista ad avere una data certa, ha consentito di precisare la cronologia della sua prima produzione. L’opera consente anche di far chiarezza sulla data del soggiorno veneziano di Preti, dal momento che, come spiega Primarosa “risente dell’influenza di Tintoretto, di Veronese, oltre che di Guercino e Caravaggio”.

Il pubblico potrà ammirare per la prima volta anche l’Archimede, oggi a Varese, e un Apostolo di collezione privata torinese, che testimoniano la precoce riflessione di Mattia sulla pittura di Caravaggio e di Jusepe de Ribera.

Delicatissima la Testa di bambina, fresca di restauro, che chiude il percorso. “Si tratta - spiega Primarosa - dell’unico sbozzo di figura del pittore calabrese negli anni romani. È uno studio privato, una sorta di modellino da riutilizzare per composizioni più grandi. Possiamo notare la qualità della fisionomia del volto, mentre il non finito emerge dalla collana di corallo che si dissolve”.

Sebbene la cattiva illuminazione all’interno delle Gallerie non renda purtroppo giustizia alla bellezza delle tele, il percorso espositivo, molto ben allestito, sorprende.
Oltre al ciclo di conferenze su Mattia e Giacomo Preti, e alle visite guidate, organizzate una volta a settimana alla presenza dei curatori, sono in programma, per tutta la durata della mostra, anche laboratori didattici, gratuiti per bambini, in occasione dei quali i genitori potranno visitare la mostra pagando il biglietto 6 euro.

Il catalogo, pubblicato da De Luca Editori d’Arte, raccoglie i risultati delle ricerche di Tommaso Borgogelli, Luca Calenne, Alessandro Cosma, Francesca Curti, Riccardo Lattuada, Gianni Papi, Yuri Primarosa e le note sul restauro e sulle indagini diagnostiche di Sante Guido e Giuseppe Mantella.

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