Cinquant’anni fa, Vitale Petrus trasformò le fotografie delle macerie in acquerelli, studi per una grande tela rimasta solo un’idea. Il figlio Marco li riporta a Udine, con nove quadri suoi accanto. Intervista nello studio milanese.
Il
6 maggio 1976, alle nove di sera, la terra del
Friuli tremò per meno di un minuto. Bastò a cancellare paesi interi,
Gemona,
Venzone,
Buja, e a lasciare sotto le macerie quasi mille persone. A Milano, un pittore nato a Kiev e cresciuto a Udine si fece spedire dalla madre le riviste con le fotografie della distruzione. Le squadrettò con la matita, come si fa a scuola per ingrandire un disegno, e cominciò a riportarle ad acquerello su piccoli fogli. Erano appunti per un quadro grande, un telero sul terremoto, che non dipinse mai. Si chiamava
Vitale Petrus. Morì pochi anni dopo, a cinquant’anni, nel giro di sei mesi.

Ritratto di Vitale Petrus, foto Enzo Nocera, 1980
Cinquant’anni dopo quella notte, quei fogli tornano a Udine. Li porta suo figlio Marco, pittore anche lui, che accanto a ciascuno di essi ha appeso un quadro proprio. Il titolo della mostra si legge in due direzioni, come un palindromo di famiglia: “
Marco Petrus Vitale Petrus 2026 1976”.
Si inaugura il 14 novembre a LoStudiolo di Udine e resta aperta fino al 23 dicembre.
“Un tributo a mio padre”, lo definisce
Marco Petrus. Poi, subito, con il pudore che lo accompagna per tutta la mattina: “E’ un po’ un pretesto”.
L’atelier Lo studio di Marco Petrus è nel cortile di un palazzo all’Isola, a Milano. Si entra in una stanza con un tavolo e una libreria, si scendono pochi gradini e ci si trova in un grande ambiente con vetrate alte, oscurate con del cartoncino nero: la luce che serve a un pittore non è quella che entra dalle finestre. Sulla ringhiera del piccolo soppalco è appeso un quadro figurativo di Vitale, uno dei primi: un animale in primo piano e dei volti immersi nella natura. “Questo è un quadro giovanile, l’ha dipinto appena diplomato, fa parte del ciclo “dalla mia vita”, dopo il suo stile è cambiato molto”. In un angolo c’è un torchio. Glielo regalò il pittore e scultore Vittorio Basaglia, cugino dello psichiatra Franco, quando Marco, a ventiquattro anni, si ritrovò senza padre e con una famiglia numerosa alle spalle.
Marco Petrus è un uomo riservato. Risponde con frasi che cominciano, deviano, si correggono. Più di una volta, mentre parla del padre, si ferma e dice che stiamo uscendo dal tema. Ma il tema, oggi, è esattamente questo.
Rovine e macerie Nel testo che ha scritto per la mostra, Marco parte da un piccolo libro dell’antropologo Marc Augé,
Rovine e macerie . L’idea è semplice: le rovine sono i resti del passato che hanno avuto il tempo di diventare qualcos’altro, un tempio diroccato, un castello coperto d’edera. Guardandole sentiamo un tempo diverso da quello della cronaca, un tempo lento, che non si può datare. Le macerie invece sono ciò che resta di una catastrofe, e il mondo di oggi, dice Augé, corre così veloce che le macerie non fanno in tempo a diventare rovine: vengono spazzate via, ricostruite, dimenticate. E senza rovine non c’è memoria.
Il Friuli è il caso perfetto. La ricostruzione fu rapidissima, un modello per tutta Italia. Ma proprio per questo delle macerie del 1976 restano soprattutto le fotografie, e gli acquerelli di un pittore che le guardò da lontano, con il cuore in quei paesi. L’arte, scrive Marco, può fare quello che la fretta non consente: congelare un istante e trasformarlo in memoria.
Un’eredità con il doppio passaporto Com’è nata questa mostra, e perché hai tirato fuori proprio i lavori di tuo padre? “Mi hanno invitato a esporre qualcosa”, racconta Petrus. “Siccome ricorre il cinquantenario del terremoto del Friuli, mi è venuta quest’idea di proporre un tributo a mio padre, che era nato a Kiev nel ‘34 ed era arrivato in Italia nel ‘38, ad appena 4 anni”.
La storia di Vitale Petrus comincia lontano. Suo padre era ucraino, sua madre era nata a Kiev da una famiglia di origine friulana, i Rizzolatti di Clauzetto, scalpellini emigrati in Russia nell’Ottocento, dove avevano fatto fortuna prima che la Rivoluzione gli portasse via la casa. Nel 1938, per le leggi staliniane, dovettero tornare in Italia: prima a Clauzetto, poi a Udine, dove la nonna di Marco, medico laureata a Kiev, si rilaureò e lavorò per anni all’ospedale civile.
Vitale crebbe a Udine, studiò in un collegio in provincia di Treviso e all’Accademia di Belle Arti di Venezia con Bruno Saetti. Arrivò a Milano passando da Sesto San Giovanni, dove un costruttore affittava studi agli artisti in cambio di opere: una comunità in cui giravano Castellani, Forgioli, Bonalumi. Nel frattempo i figli erano diventati sei. A metà degli anni Settanta Vitale andò a insegnare al liceo artistico, assistente di figura. “Lui aveva un rapporto difficile con il mercato, ne è sempre stato fuori”, dice Marco. Erano anni ideologizzati, e Vitale era molto impegnato: disegnava manifesti politici, stampati da Antonio Maschera in via Castelfidardo. Marco li conserva ancora, una collezione intera.
Ma qui si ferma, e mette un paletto. “Quando parlo di mio padre cerco di non evocare troppo il suo impegno politico e sociale per non connotarlo eccesivamente. Lui era un grandissimo artista, aveva un bel segno, disegnava benissimo, ha dipinto poco, perché non ha avuto mai studi molto grandi e negli ultimi anni di vita lavorava in casa, quindi non poteva dipingere”.

Vitale Petrus,
Friuli 1976, 1977, china su carta, cm. 31,5X28,5
La cartella Vuoi mostrarmi i lavori di Vitale? “Sì, perché mi sarebbe più comodo parlare davanti all’immagine”.
Marco apre una cartella e i fogli escono uno a uno. Sono acquerelli più piccoli di quanto ci si aspetti. “Io ne ho scelti nove per la mostra a Udine. In tutto sono una ventina, una trentina, di alcuni c’erano due o tre versioni”. Si vede la griglia a matita sotto il colore: “Ecco, vedi che si erano fatti prima i bozzettini, poi dopo risquadrettava il foglio”. Non usava l’episcopio, spiega, l’apparecchio con cui si proiettano le immagini sulla tela. Faceva tutto a mano, con la pazienza di un copista.
Una chiesa squarciata, forse quella di Gemona. Un edificio ridotto in macerie. Un carretto che in friulano si chiama “il biriç”. Ci sono poche persone, “evidentemente nelle fotografie non c’erano”. Ma dove ci sono, non sono mai anonime. C’è una vecchia con il fazzoletto in testa: “Questa è una donna friulana però potrebbe benissimo anche essere ucraina, a me ricorda la babushka , mia bisnonna”. Qua e là, negli acquerelli e nei disegni a china, compaiono gli echi dei disegni di guerra di Graham Sutherland, della Zattera della Medusa di Géricault, e di una xilografia di Hokusai con l’eruzione del Fuji del 1707, che Vitale possedeva e che sarà in mostra a Udine.
Poi un foglio diverso: un uomo che porta un altro uomo sulle spalle. “Ricordo che portai una cartolina da Parigi”, racconta Marco, “con un’Enea e Anchise”. Il figlio che trae in salvo il padre dalla città in fiamme. Nel 1976 Vitale lo disegnava tra i resti dei paesi friulani.
E poi, l’ultimo: una donna che partorisce. “In mezzo alle macerie c’è il parto, segno di speranza”, dice Marco. Quale sarebbe stato quel quadro non lo sa nessuno: “Non ha neanche finito i bozzetti. Non sappiamo come sarebbe andata a finire”.

Marco Petrus,
Reperto 1, 2026, olio su tela, cm30x22
Nove acquerelli, nove quadri E tu che cosa hai messo accanto? “Non ho selezionato niente, nel senso che li ho fatti per l’occasione”. Nove quadri, tutti 30 per 22 centimetri, in verticale, mentre gli acquerelli del padre sono orizzontali. Il metodo è quello di tutta la sua pittura recente: “Studio le masse degli acquerelli, le linee della composizione creando delle tessere geometriche che vanno a ricomporre un po’ l’impianto compositivo e poi gioco coi colori, a volte ho cercato più o meno il tono esatto oppure ho usato il complementare ribaltando”. E poi il passaggio che conta: “a un certo punto smetto di guardare l’acquarello di partenza, guardo solo la mia composizione, la mia traccia e vado avanti, a istinto”.
“Non si tratta di un esercizio di filiale devozione”, scrive nel testo della mostra, ma di “un atto squisitamente pittorico e dialettico”. I quadri che ne escono sono astratti, campiture piatte, geometrie. Eppure, “in questo caso qui mi sento un po’ più figurativo del solito”. E arriva al paradosso che riassume la sua carriera: “mi sento più figurativo adesso che faccio i quadri astratti”.
Il garzone della stamperia Che percorso hai fatto, rispetto a tuo padre? “Completamente diverso”. Marco era arrivato ad architettura dopo vari cambi di scuola, e prima aveva fatto il garzone in una stamperia d’arte. Quando Vitale morì, si trovò a dover fare qualcosa per la famiglia.
Furono gli amici del padre, i colleghi del liceo artistico, a indicargli la strada. “Tutti mi hanno detto: ‘Ma Marco apri una stamperia d’arte poi veniamo noi a lavorare da te’”. Basaglia gli regalò il torchio, “vieni a Venezia a prendertelo”; un altro lo aiutò a trovare un atelier. “Mi hanno sostenuto molto gli amici di mio padre all’inizio”.
Nel primo studio si faceva di tutto per campare. “In un periodo c’erano 4-5 amiche che incollavano francobolli, in un altro tagliavamo gli elastici per fare le cinture”. Poi allestimenti e scenografie, lavori presi per tenersi uno spazio. Intanto, la sera, tornando a casa dalle feste con gli amici o lungo il tragitto tra casa e studio, fotografava i palazzi. “Fotografavo le case che vedevo con la coda dell’occhio”. Non pensava a una moda, non pensava nemmeno a diventare pittore: “documentavo queste passeggiate poi iniziavo a disegnarle”. Nel 1993, alla sua prima mostra al Centro San Fedele di Milano, Rossana Bossaglia definì quel lavoro “una passeggiata romantica e sentimentale”.
“Ma io nasco prima come stampatore d’arte”, insiste. “Poi ho iniziato a disegnare le mie cose, a partecipare a qualche concorso, a vincerne qualcuno e allora dopo un po’ ho capito che potevo andare avanti… insomma ci ho messo anni”. Anni per mollare gli altri lavoretti, anni per costruirsi un percorso da artista. Da allora, per trent’anni, l’architettura è rimasta il suo soggetto: con la macchina fotografica, cercando gli edifici sulle guide di architettura moderna, viaggio dopo viaggio.
In-Motion L’estate scorsa, alla galleria M77, Petrus ha presentato “
In-Motion”, più che una mostra una ricognizione di dieci anni di lavoro. “Ho cercato un filo conduttore che potesse dare un senso a questa mostra che non fosse una accozzaglia di quadri”. Il filo è il movimento, o meglio la percezione: il linguaggio del cinema prestato alla pittura.
Al piano terra c’erano i lavori più recenti, i
Vertigo : spirali di colore costruite con curve, che prendono il nome dal film di Hitchcock e dal suo dolly zoom, l’effetto di disorientamento ottenuto avvicinando la camera mentre si allarga l’inquadratura. Una parete ne riuniva otto. Accanto, gli
Arch Pop, l’architettura ridotta a masse colorate partendo dalle istantanee, e gli
Op Arch, in cui un dettaglio di un
Arch Pop diventa un quadro a sé. Un grande
Policromo, una specie di bugnato in cui l’effetto tridimensionale nasce solo dai toni del colore. Un quadro curvo e quasi figurativo che parte da un dettaglio degli edifici di Zaha Hadid a CityLife.
Al piano superiore, i lavori ispirati a
Bambina che corre sul balcone di Giacomo Balla, conservato alla GAM di Milano. “Non ho intitolato quel lavoro ‘omaggio a Balla’, come banalmente si poteva fare. L’ho intitolato
Piano sequenza: il movimento della bambina che passa è descritto in tre-quattro quadri”, racconta. Il piano sequenza, la camera fissa davanti a cui passano le cose, è la tecnica con cui il fotografo Étienne-Jules Marey studiava il movimento, studi che Balla certamente conosceva. I primi quadri sono grandi teleri a pastello a olio su tela, con le cromie di Balla. “Poi ho proseguito stilizzandolo sempre di più e allora il piano sequenza è diventato stop motion che è la tecnica dei quadri animati”. Nello
Stop motion i colori sfumano e schiariscono da una tela all’altra, tre quadri appesi in sequenza.
Poi le mappe, i lavori più vecchi in mostra, intitolate
Carpet Mundi: una pianta di Roma e una di Venezia trasformate in tappeti geometrici con i colori, magenta e verde, di un quadro di Afro Basaldella visto a Ca’ Pesaro. Da lì l’idea di “geometrizzare” altri pittori: altri Afro ridotti a tessere, e Capogrossi, che era già geometrico di suo. E infine Morandi: dopo “indigestione di colori”, una serie di tinte piatte, tonali, con effetti ottici appena percettibili, gradini e pilastri che compaiono e scompaiono a seconda di come si guarda.
Chiudevano la mostra le piscine vuote, a cui Marco è “affezionatissimo”. Le dipinse durante il lockdown, quando avevano chiuso tutto, anche le piscine dove andava a nuotare, e le ricostruì a memoria, da lontano, come il padre con i paesi del Friuli.
Il dopo Nelle cartelle restano ancora decine di fogli di Vitale: i carboncini espressionisti degli anni Sessanta, i pastelli stemperati, le chine a pennino, le litografie. “È un lavoro, eh, fare l’archivio!”, dice Marco. Il quadro grande sul terremoto, Vitale non l’ha mai cominciato. Non ne esiste neppure il bozzetto d’insieme. Ma un pittore che per vent’anni ha costruito le sue composizioni partendo sempre dall’opera di qualcun altro, un edificio, un Balla, un Afro, un Carpaccio, ha oggi davanti a sé la cartella più piena di tutte. Nove acquerelli sono diventati nove quadri.
Augé scriveva che le macerie non hanno più il tempo di diventare rovine. A Udine, per sei settimane, le macerie del 1976 avranno finalmente quel tempo: davanti a loro ci sarà un figlio che le guarda, le ricompone, le ribalta, e le porta avanti.

Marco Petrus,
Reperto 7, 2026, olio su tela, cm30x22