450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Dal siparietto tra il maestro del Coro Marenzio e il ministro Giuli agli interventi delle istituzioni, fino ai progetti per il futuro del teatro romano: il Bicentenario della Vittoria Alata ha mostrato una città capace di fare della cultura un linguaggio comune. Più che celebrare un capolavoro archeologico, Brescia ha raccontato sé stessa.

Piero Muscarà
formato sconosciuto

Il maestro Silvio Baracco alza le mani, il Coro Marenzio attacca il Canto degli Italiani e, dopo poche battute, accade una scena che probabilmente nessuno aveva previsto. Baracco si gira verso il pubblico, incrocia lo sguardo del ministro della Cultura Alessandro Giuli e, con il solo movimento delle labbra, gli suggerisce le parole dell'inno. Giuli sorride, accetta la discreta "direzione" anche da corista e continua a cantare. Dura pochi secondi, ma basta a sciogliere la solennità della cerimonia. Il protocollo lascia spazio all'umanità. Subito dopo arriva l'Inno alla Gioia di Friedrich Schiller nella versione di Beethoven, adottata come inno europeo. Italia ed Europa si susseguono naturalmente, senza bisogno di spiegazioni.

È un inizio che, in fondo, racconta bene anche il resto della serata. Il Capitolium ospita la cerimonia ufficiale per il Bicentenario del ritrovamento della Vittoria Alata e dei bronzi di Brixia, avvenuto il 20 luglio 1826. Ma, fin dai primi interventi, si capisce che il protagonista non è soltanto il celebre bronzo romano. È Brescia.

Sul palco poi ci sono tutti. Si susseguono le istituzioni a parlare e nessuno sembra avere fretta di concludere il proprio intervento. Non perché i discorsi siano lunghi. Perché ciascuno vuole raccontare la propria Vittoria Alata. Francesca Bazoli e Stefano Karadjov, che negli ultimi anni hanno accompagnato la trasformazione del sistema museale cittadino. Giovanni Provasi, vicepresidente dell'Ateneo di Brescia - Accademia di Scienze, Lettere ed Arti. Poi Claudio Ricci per l'UNESCO, Simona Tironi per Regione Lombardia e il ministro Alessandro Giuli. E soprattutto i quattro sindaci - Paolo Corsini, Adriano Paroli, Emilio Del Bono e Laura Castelletti - chiamati, uno dopo l'altro, a prendere la parola.

È una scena insolita. Ancora più insolito è il tono. Non c'è la tentazione di rivendicare primati o intestarsi risultati. Ognuno aggiunge un pezzo di racconto. Ognuno ricorda un passaggio diverso della storia recente della città. Per qualche minuto la Vittoria Alata diventa un terreno comune sul quale storie diverse riescono a riconoscersi. È difficile dire se accada spesso in Italia. Di certo ieri sera funzionava.

La statua, in fondo, è quasi un pretesto. Attraverso di lei Brescia racconta sé stessa. Il rapporto con il proprio passato, la capacità di fare sistema, il lavoro compiuto negli ultimi decenni per trasformare un patrimonio archeologico in una parte viva della città. Non è del resto una costruzione nata ieri. Anche gli scavi del 1826 furono possibili grazie a una sottoscrizione promossa dai cittadini bresciani. Da quella scoperta prese forma il primo nucleo di quello che sarebbe diventato il sistema museale della città. Oggi Fondazione Brescia Musei ha scelto di richiamare idealmente quello stesso precedente avviando una nuova raccolta fondi destinata alla tutela del patrimonio archeologico.

La serata prosegue con il racconto di Luca Scarlini, dedicato alla fortuna moderna della Vittoria Alata. Più che una conferenza, una narrazione fatta di personaggi, episodi e coincidenze storiche, nella quale compaiono Antonio Canova, Leopoldo Cicognara e anche Dominique Vivant Denon. A un certo punto Scarlini propone un piccolo paradosso: se la Vittoria fosse riemersa qualche decennio prima, negli anni delle campagne napoleoniche in Italia, avrebbe avuto buone probabilità di prendere la strada di Parigi insieme alle molte opere requisite per il Musée Napoléon. Invece venne ritrovata nel 1826, quando Napoleone era morto da cinque anni e Denon dall'anno precedente. Basta spostare di poco le lancette del tempo e cambiano anche i destini delle opere.

Anche il programma del Bicentenario segue questa idea di dialogo continuo tra passato e presente. Non una celebrazione chiusa nella memoria, ma cinque giorni di mostre, laboratori, danza, musica, fotografia, visite guidate e attività educative diffuse in tutta la città. Al Museo di Santa Giulia, La Vittoria di Brescia. 40 fotografi e una eterna bellezza, curata da Giovanna Calvenzi, invita oltre quaranta autori a confrontarsi con la stessa statua. Cambiano gli sguardi, cambiano i linguaggi, cambia persino la percezione della Nike, che da reperto archeologico torna a essere un'immagine contemporanea. Alla Cavallerizza, Renato Corsini racconta invece il viaggio della Vittoria verso l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze e il suo ritorno a Brescia. Più che il restauro in sé, le fotografie mostrano il lavoro delle persone, i gesti, le competenze, l'attenzione necessaria per prendersi cura di un'opera che appartiene a tutti.

Poi c'è il futuro. Il progetto di David Chipperfield per il teatro romano e la promessa del ministro Giuli di un finanziamento di quindici milioni di euro ricordano che il patrimonio non vive soltanto di conservazione. Vive anche di investimenti, di scelte, di progetti. L'idea è restituire al teatro una funzione, non soltanto restaurarne le pietre. "Seneca ?" dice Scarlini. 

È probabilmente questa la sensazione più interessante che si porta a casa chi assiste alla cerimonia. A Brescia la cultura non sembra essere raccontata prima di tutto come un prodotto turistico. Lo diventa, naturalmente, ma quasi come conseguenza. Prima viene il rapporto della città con il proprio patrimonio. Prima viene la convinzione che quei luoghi appartengano alla comunità.

Lo si percepisce ancora meglio quando la cerimonia si sposta nel Chiostro di San Salvatore, all'interno del Museo di Santa Giulia. Guardandosi intorno si ha quasi l'impressione che ci sia tutta Brescia. Imprenditori, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, del mondo economico e culturale. Il capo dei pompieri, della Guardia di Finanza, dei Carabinieri. La parte più operosa della città. Eppure non si respira l'atmosfera di un evento mondano. Le persone si fermano a parlare delle mostre, del teatro romano, dei musei, del Bicentenario. Francesca Bazoli, Stefano Karadjov e la sindaca Castelletti ricevono complimenti e strette di mano con l'aria di chi sa che il lavoro non finisce qui, ma che una tappa importante è stata raggiunta. E loro felici sorridono, come compagni di una scalata giunti infine in cima alla vetta, la conclusione di un lunghissimo weekend di festeggiamenti ed appuntamenti cittadini, con tanto di emissione filatelica dedicata al Bicentenario. 

Poi arrivano le bollicinine di Franciacorta e le conversazioni si fanno più leggere. Ripensando alla serata, resta soprattutto una sensazione. Più ancora della celebrazione di un capolavoro dell'arte romana, il Bicentenario della Vittoria Alata è sembrato il racconto di una città che ha imparato a riconoscersi nel proprio patrimonio culturale. E' una differenza sostanziale. Perché i musei, gli scavi, i monumenti e le opere d'arte diventano davvero parte della vita collettiva soltanto quando smettono di appartenere esclusivamente agli storici dell'arte e agli archeologi e tornano a essere, prima di tutto, patrimonio dei cittadini. Ieri sera, a Brescia, questa sensazione era difficile da non cogliere. Una vera Lectio Magistralis, per l'Italia di domani. O forse un film di fantascienza, come evoca una delle immagini più belle della mostra dei 40 fotografi, quella di Bonomo Faita intitolata "Soggetti volanti".


Bonomo Faita, Soggetti volanti (particolare), 2021_2025 | courtesy © the artist, Fondazione Brescia Musei

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