450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia apre la più grande mostra mai dedicata alla galleria londinese Guggenheim Jeune - e alla donna che non sapeva ancora di stare costruendo un museo.

Piero Muscarà
formato sconosciuto

C’è una parete blu, nella sala del Surrealismo. Un blu cobalto, quasi violento, su cui sono appese otto opere in un disordine apparente che ricorda un salotto visionario: una teca nera con uno scheletro-pistola di Wolfgang Paalen, un grande olio rosso di Rita Kernn-Larsen con un occhio che galleggia dentro uno specchio, sabbia e conchiglie di André Masson, collage di Eileen Agar con piume e figure ibride. Mi ci sono fermato davanti più del previsto.
Quella parete ha qualcosa di "fuori dal tempo" nel senso migliore. Sembra anticipare non solo il Surrealismo, ma la Pop Art, persino il modo in cui oggi costruiamo immagini, quella densità visiva stratificata che riconosciamo come contemporanea. Questa non è una mostra sul passato. E' una mostra sulle origini - su come certi gesti, certi occhi, certe intuizioni contengano già tutto ciò che verrà dopo. Anticipazione, non predestinazione. 

Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista - aperta dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e di cui abbiamo fatto una prima presentazione - non è una mostra su ciò che Peggy Guggenheim è diventata. È una mostra su ciò che non sapeva ancora di essere.


Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, 25.04. – 19.10.2026 | Courtesy © Collezione Peggy Guggenheim, ph: Matteo De Fina

Il laboratorio segreto di Cork Street

Dal gennaio 1938 al giugno 1939, al numero 30 di Cork Street, nel cuore del West End londinese, Peggy Guggenheim gestisce una galleria. Si chiama Guggenheim Jeune - un nome coniato dalla sua unica dipendente, Winifred (Wyn) Henderson, doppio omaggio alla mitica Bernheim-Jeune di Parigi, quella vera mecca dell’avanguardia dove erano sbarcati, tra gli altri, Marinetti e i futuristi, e al fatto che Peggy era la giovane (jeune) esponente della famiglia nel mondo dell’arte, rispetto al più maturo Solomon R. Guggenheim.

In diciotto mesi, Guggenheim organizza oltre venti mostre. Non vende quasi nulla. Perde soldi. Scandalizza il Parlamento britannico. E getta le fondamenta di quello che diventerà uno dei musei più amati del mondo.

I curatori Gražina Subelytė e Simon Grant hanno radunato un centinaio di opere - molte esposte insieme per la prima volta da quando passarono per quelle pareti londinesi - e il risultato è un viaggio nel tempo che sa di scoperta, non di archivio.

La pietra che non era arte (per decreto)

C’è un episodio che andrebbe raccontato a scuola, come parabola dell’ottusità burocratica e della forza dell'insistenza. Primavera 1938. Peggy Guggenheim sta allestendo la sua Exhibition of Contemporary Sculpture: trentasei opere di otto artisti, tra cui Jean (Hans) Arp, Henry Moore, Sophie Taeuber-Arp. Sculture che arrivano da Parigi, aiutate nella spedizione da Marcel Duchamp, sistemate in galleria con le mani dello stesso Arp.

Senonché, il British Import Duty Act del 1932 prevedeva tassazione per pietre e sculture importate, a meno che non fossero ufficialmente certificate come “arte”. Il direttore della Tate Gallery rifiuta di riconoscere quelle opere come tali. Le sculture vengono bloccate in dogana. Ne nasce una disputa che finisce sui giornali e viene dibattuta in Parlamento. Alla fine, Guggenheim vince. E la pubblicità involontaria che ne deriva porta alla mostra un numero record di visitatori.

Le opere rimangono invendute. Poco dopo, Guggenheim acquista per sé un bronzo di Moore: Figura reclinata (1938), visibile in mostra. È il secondo di due gesti che, messi in sequenza, raccontano tutto. Il primo era avvenuto all’apertura stessa della galleria: Guggenheim aveva acquistato Testa e conchiglia di Arp (1933 circa), la prima opera entrata nella sua collezione - un atto di fede nel momento in cui tutto ancora iniziava. Il Moore arriva dopo la battaglia doganale, dopo i giornali, dopo il Parlamento, dopo le opere non vendute: è la conferma sotto fuoco, la scommessa che si rinnova quando nessun altro scommette.

Insieme, i due acquisti sono un atto fondante. Non collezionismo come mercato, ma come vocazione. Come coerenza interiore che non ha bisogno di validazione esterna.


Foto dell'allestimento della mostra Peggy Guggenheim a Londra, particolare della marionetta di Marie Vassilieff, Il diavolo (Le Diable), 1928, Collezione privata, ph: PM per © 2026 ARTE.it

Il teatro di Natale di Marie Vassilieff

C’è una marionetta in questa mostra che mi ha fermato con un sorriso. Si chiama Le Diable - Il Diavolo - ed è tutto fuorché spaventosa. Una faccia turchese con occhi-bottone di madreperla, una bocca rosa socchiusa in un’espressione tra lo stupito e il beffardo, e sopra, esplosi in ogni direzione, ricci argentati a spirale che sembrano non volersi fermare. Un cappotto color sabbia, manine bianche ai lati. Dada travestito da folklore, maschera africana filtrata da Picasso, pupazzo natalizio che non farebbe paura a nessun bambino. E poi ho pensato a Peggy. A quella famosa immagine di lei in gondola negli anni veneziani, con un foulard che conteneva a stento una testa di capelli voluminosi, boccoli grandi e anarchici e forse un barboncino in braccio. Quegli stessi riccioli. Vassilieff, senza saperlo, aveva costruito un "ritratto anticipato" della sua mecenate.

Marie Vassilieff è una delle figure meno note al grande pubblico tra quelle in mostra, eppure è straordinaria. Russa di nascita, animatrice instancabile di Montparnasse, la sua Académie durante la Prima guerra mondiale era diventata mensa e salotto insieme, frequentata da Picasso, Modigliani, Apollinaire, Jean Cocteau. Nel dicembre 1938 Guggenheim le dedica una mostra natalizia: dipinti, sculture, maschere, bambole-ritratto, oggetti decorativi. Opere costruite con stoffa, cartone, filo di ferro, celluloide - materiali poveri trasformati in qualcosa di inclassificabile, che esplora l’identità, il genere, il confine tra arte e artigianato con una libertà che ancora oggi stupisce. 

All’inaugurazione, Guggenheim indossa un copricapo di celluloide rosa creato dall’artista. Oggi probabilmente avrebbe commissionato qualcosa di simile a Philip Treacy, il cappellaio matto della moda britannica contemporanea e nessuno avrebbe battuto ciglio. I londinesi della fine degli anni Trenta, invece, videro lo scandalo dove c’era l’anticipazione. Lo stesso sguardo corto che aveva fermato le sculture in dogana.


Vasily Kandinsky (1866-1944), Curva dominante (Dominant Curve), Aprile 1936, Olio su tela 129,2 x 194,3 cm, Museo Solomon R. Guggenheim, New York,(Solomon R. Guggenheim Founding Collection)

Kandinsky, il profugo celebrato

La prima retrospettiva di Vasily Kandinsky in Gran Bretagna - febbraio-marzo 1938 - è un altro momento cruciale della galleria. Kandinsky, celebrato nella Germania prebellica, ha lasciato il Bauhaus dopo la chiusura imposta dal regime nazista nel 1933 e vive in esilio a Parigi. Non può raggiungere Londra per l’allestimento: supervisiona tutto da lontano, inviando planimetrie dettagliate dello spazio.

La critica risponde con ammirazione e sbigottimento. Vengono acquistate due opere in tutto - entrambe da Guggenheim stessa, inclusa Curva dominante (1936). Ma la mostra contribuisce alla notorietà dell’artista ben oltre Londra, e questo Peggy lo capisce prima degli altri.


Cedric Morris (1889-1982), Scott MacGregor, 1935–37 c. Olio su pannello, 59 x 48 cm, Gainsborough’s House, Sudbury, Suffolk | Courtesy © the artist estate

I ritratti di Cedric Morris: le influenze meno evidenti

Tra le cose che mi hanno colpito di più, c’è una sala che forse non ci si aspetta: i ritratti di Cedric Morris. Artista gallese, insegnante, vivaista nel Suffolk - Morris è una figura appartata rispetto alle avanguardie continentali, eppure i suoi ritratti hanno una qualità rara. Una presenza scomoda, diretta, priva della patina di eleganza convenzionale.

I soggetti sono rivelatori: Roma Milla, attrice di origini caraibiche; Vero Pieris, arrivato dallo Sri Lanka per studiare arte a Londra; ballerini, scenografi, politici. Un ritratto corale della Londra cosmopolita degli anni Trenta che raramente vediamo nei musei. E poi c’è il cortocircuito storico che la mostra rende esplicito: tra le opere esposte a Guggenheim Jeune nella mostra di dipinti e disegni di bambini, nell’ottobre 1938, compare un lavoro di un certo Lucian Freud, all’epoca adolescente. Vecchio che corre (1936), olio su tela. Il suo debutto espositivo assoluto. Freud frequenterà poi la scuola d’arte di Morris nel Suffolk, e quella linea di influenza - quell’approccio spietato al ritratto, quell’“aver guardato troppo a lungo” - è un sottile filo rintracciabile.

Il momento prima

Ho detto che questa è una mostra sul “momento prima”. Intendo dire che Guggenheim Jeune è il luogo dove si formano le abitudini mentali di una collezionista che non sa ancora di esserlo nel modo in cui lo diventerà.

Peggy non parte con un piano. Parte da amicizie e relazioni umane - con Duchamp, con Read, con Arp. Da una certa incoscienza. Da una galleria che perde soldi e che la costringe, quasi suo malgrado, a sviluppare un occhio, un metodo, una rete. E qui sta forse la lezione più preziosa che questa mostra offre, anche a chi oggi si avvicinasse per la prima volta all’idea di collezionare: non si diventa Peggy Guggenheim comprando le opere “giuste”. Si diventa costruendo relazioni autentiche con la creatività del proprio tempo. La collezione viene dopo, come conseguenza naturale di quella fedeltà.

Venezia non è la destinazione di quel percorso. È la sua cristallizzazione. La laguna che Peggy forse vedeva come se fosse “una casa sperduta nelle campagne inglesi” — quelle stesse campagne dell’Hampshire e del Sussex dove viveva durante gli anni di Cork Street, dove invitava gli artisti, dove Tanguy aveva creato per lei un anello in palissandro e un paio di orecchini con due piccoli paesaggi surrealisti (esposti in mostra, e bellissimi).

C’è qualcosa di profondamente incoraggiante in tutto questo. I musei del futuro stanno forse nascendo adesso, in qualche spazio minuscolo, tra persone che non lo sanno ancora.


Peggy Guggenheim indossa gli orecchini realizzati per da Yves Tanguy; 1950 c. | Courtesy © Collezione Peggy Guggenheim,  Fondazione Solomon R. Guggenheim. Photo Archivio CameraphotoEpoche, Donazione, Cassa di Risparmio di Venezia, 2005


Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia  |  25 aprile – 19 ottobre 2026; La mostra sarà poi alla Royal Academy of Arts di Londra (21 novembre 2026 – 14 marzo 2027) e al Solomon R. Guggenheim Museum di New York (16 aprile – 12 settembre 2027).

COMMENTI
LE MOSTRE SU Michelangelo
 
PER SAPERNE DI PIÙ SU MICHELANGELO
Scarica la app di Roma Guide Firenze Guide Roma Guide Milano
 
Opere in Italia