Viaggio nell'opera del grande scultore scomparso un anno fa.
Francesca Grego
formato sconosciuto
"La sfera è un oggetto straordinario perché riflette qualsiasi cosa ci sia attorno; invece il suo interno è tormentato e corroso: ecco ciò che mi muove a fare le sfere: rompere queste forme perfette e magiche per scoprirne le fermentazioni interne, misteriose e viventi”, scriveva Arnaldo Pomodoro. A un secolo dalla nascita del grande scultore e a un anno dalla sua scomparsa, da oggi al prossimo 18 ottobre una mostra evento gli rende omaggio nella sede milanese delle Gallerie d’Italia: un invito a comprendere cosa c’è dietro i capolavori che nella sua lunga carriera il maestro romagnolo ha disseminato negli spazi pubblici della Penisola e non solo - dall’iconica Sfera in bronzo collocata a Roma di fronte alla Farnesina fino al Grande Disco di Piazza Filippo Meda a Milano - e a ripercorrerne le ricerche lungo sessant’anni e 45 opere.Firmata da Luca Massimo Barbero, curatore associato delle collezioni di arte moderna e contemporanea di Intesa Sanpaolo, e Federico Giani, curatore della fondazione intitolata all’artista, Arnaldo Pomodoro. Una vita riunisce pietre miliari della produzione del maestro e opere meno note, insieme a rari materiali d’archivio scelti per suggerire nuove chiavi di lettura. In primo piano naturalmente ci sono i motivi, le forme e i materiali che hanno reso unica e riconoscibile l’arte di Pomodoro: l’attrazione per i metalli e il bronzo in particolare, l’evocazione di una “scrittura” arcaica e indecifrabile, l’interesse verso i solidi della geometria euclidea, la dialettica fra la superficie, lucida e specchiante, e gli intricati ingranaggi interni, in perenne germinazione.
Arnaldo Pomodoro. Una vita, Gallerie d’Italia – Milano, Museo di Intesa Sanpaolo, 2026. Foto: Agostino Osio – Alto Piano Studio I Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro e Intesa SanpaoloGran parte delle opere in mostra arriva dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro, creata dal maestro nel 1995, ma a fare gli onori di casa sono due sculture monumentali appartenenti alle collezioni delle Gallerie d’Italia: il Disco in forma di Rosa del deserto n.1, da ammirare nel Chiostro ottogonale, e la Sfera Grande esposta nel Giardino di Alessandro, versione in fiberglass della celebre opera romana acquisita dall’Istituto grazie al dono del collezionista Luigi Agrati. “L’eredità che l’artista lascia è immensa e preziosa. Il suo universo di segni arcani non smette di affascinare e le sue forme geometriche, con le superfici ‘scavate’ in profondità, sono un continuo invito a riflettere sullo spazio e sul tempo”, osserva il Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli: “La mostra è un vero e proprio viaggio nella creatività visionaria di Pomodoro, attraverso sculture di enigmatica bellezza che appaiono subito familiari, in quanto fortemente identitarie dell’arte italiana, ma che sono icone riconoscibili anche a livello internazionale”.
Dal Salone Scala fino al Giardino di Alessandro, il percorso espositivo ricostruisce in undici ambienti le tappe dell’evoluzione del maestro. Tra i primi bassorilievi, in cui Pomodoro incide le proprie “scritture” con l’antica tecnica della fusione nell’osso di seppia, ai monumentali interventi sul paesaggio degli anni Ottanta e Novanta, c’è un mondo. Sperimentazioni ad ampio spettro sui materiali si accompagnano alle suggestioni raccolte dall’artista nei suoi numerosi viaggi: dai calendari aztechi ai papiri egizi, fino all’evocazione del viaggio futuristico di Jurij Gagarin nello Spazio, oltre le Colonne d’Ercole della contemporaneità. Altra ispirazione fondamentale è quella della scienza e dei suoi macchinari, nutrita dalle visite ai centri di ricerca della West Coast alla fine degli anni Sessanta, quando Pomodoro insegna alla Stanford University in California. La fascinazione tecnologica stimola la creazione di “sculture-macchine” che sono “macchine del pensiero”, strumenti per unire l’uomo al cosmo: nella collisione di tempi e memorie che caratterizza tutta la poetica del maestro, queste opere somigliano ad arcaici menhir, e i loro ingranaggi e circuiti ad alfabeti protostorici di un futuro perduto.
Arnaldo Pomodoro. Una vita, Gallerie d’Italia – Milano, Museo di Intesa Sanpaolo, 2026. Foto: Agostino Osio – Alto Piano Studio I Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro e Intesa Sanpaolo
Nell’immaginario di Pomodoro c’è spazio anche per le metafore tratte dalla natura. È il caso del Disco esposto nel Chiostro ottagonale, che cita le rose del deserto, formazioni di cristalli che emergono misteriosamente dalle sabbie del Sahara: immagine del lento ma inarrestabile processo di germinazione che accomuna la vita della terra e dei minerali a quella delle piante. La scultura stessa, posta all’aperto, nella dimensione che l’artista considerava più autentica, si trasforma in “una creatura vivente, che muta nel volgere della luce e delle ombre, ma anche nell’incontro con le persone, creando un inconsueto dialogo che lega opera e fruitore”. Se a ispirare i primi lavori di Pomodoro furono l’astrattismo lirico di Paul Klee e le stratificazioni informali di Tàpies e Dubuffet, saranno le sculture di Brancusi, viste al MoMa di New York, a spingerlo verso lo spazio tridimensionale e i solidi della geometria euclidea. Dotati di superfici levigate e riflettenti, sfere, cubi e cilindri assumono ciascuno un significato caratteristico, ma nella loro comune perfezione sono il simbolo di un assoluto che l’artista squarcia e corrode per svelarne la vita segreta. Come scrive Giulio Carlo Argan nel 1978, “l’involucro è lo spazio o il presente, la cavità il tempo o il passato. E il presente è pieno di passato. Il passato è il vissuto, l’umano. Certe cose che riguardano il passato vissuto non possono essere dette, per Pomodoro, che con la scultura”.
Arnaldo Pomodoro. Una vita, Gallerie d’Italia – Milano, Museo di Intesa Sanpaolo, 2026. Foto: Agostino Osio – Alto Piano Studio I Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro e Intesa Sanpaolo