Fuori dagli stereotipi associati all’archeologia egizia e romana, capolavori mai esposti in Europa raccontano una forma d’arte nata dall’incontro di due grandi civiltà.
Raramente i popoli del mondo antico hanno lasciato immagini così vivide di persone reali: capolavori dipinti da ignoti pittori su tavole sottilissime mostrano i volti di donne, uomini, anziani e bambini vissuti in Egitto all’epoca della dominazione romana. Il naturalismo è sorprendente, accompagnato da una notevole attenzione ai dettagli, dal taglio della barba ai gioielli, dagli abiti fino alle rughe contate una per una. Profondi occhi scuri attraversano i secoli per trafiggerci dolcemente con lo sguardo e raccontare la storia di un’arte nata dall’incontro di due illustri civiltà.
Di questi ritratti ce ne sono circa mille al mondo, mentre in Italia la pittura di epoca romana è andata quasi interamente perduta, se escludiamo i dipinti murali. Ecco perché la mostra
Egitto e Roma. I volti del Fayum, dal 5 novembre al Museo dell’Ara Pacis, è un’occasione rara. Per la prima volta l’Egitto ha concesso in prestito quasi tutte le cosiddette tavole del Fayum - che prendono il nome dall’oasi dove sono state rinvenute - finora mai uscite dai musei del Paese. Altri pezzi pregiati arrivano dal Louvre di Parigi, dal Getty Museum di Los Angeles, dal Metropolitan Museum di New York, dal Landesmuseum Württemberg di Stoccarda. A cura di Claudio Parisi Presicce e Laura Petacco, il progetto stupisce per la bellezza e l’originalità dei reperti, ma anche per la storia che racconta. Fuori dagli stereotipi comunemente associati all’arte egizia o romana, scopriamo dipinti che appaiono contemporaneamente insoliti e familiari, la cui produzione durò solo per trecento anni.
Ritratto funerario di Eirene, 40-50 d.C. Encausto su legno di tiglio. Landesmuseum Württemberg Siamo tra il I e il III secolo d.C. Dopo la sconfitta di Antonio e Cleopatra nel 30 a.C., l’Egitto è ufficialmente parte dell’Impero romano. Nel nuovo contesto politico il “potente coccodrillo” - così era chiamata all’epoca la terra dei faraoni - porta avanti le sue gloriose tradizioni, che usciranno profondamente rinnovate dall’incontro con la cultura greca e romana.
Ma che cosa sono esattamente le tavole del Fayum? Si tratta di ritratti funerari dipinti a tempera o a encausto su tavolette di pochi millimetri di spessore, che venivano collocati sul viso dei defunti prima di avvolgerli tra le bende della mummia. A differenza delle antiche maschere funerarie, stilizzate e ieratiche, i dipinti del Fayum riproducono con realismo ed espressività le sembianze di ciascuno, rendendo la caratterizzazione ancora più efficace con acconciature e accessori. Nel percorso all’Ara Pacis ogni volto ha una storia. C’è Demos con la sua bambina, madre e figlia sepolte nella stessa tomba, esposte l’una accanto all’altra così come furono ritrovate, nel 1888, dall’archeologo britannico Flinders Petrie nella necropoli di Hawara. E c’è il fiero soldato barbuto dalla collezione dell’Eton College, unico militare della serie, che ricorda come molti veterani fossero insediati nel Fayum dopo il congedo. Accanto al ritratto della bella
Eirene, proveniente dal Landesmuseum Württemberg, e alla
Giovane donna con corona dorata del MET, i gioielli del Parco Archeologico di Pompei rivelano invece quanto gli amuleti dipinti somigliassero a quelli reali. Tra i reperti più preziosi figurano poi il volto di
Isidora (dal Getty Museum), tanto raffinato da aver dato il nome al suo anonimo autore (oggi noto agli esperti come Maestro di Isidora) e un ritratto giovanile mai esposto, appena riemerso dagli scavi della missione archeologica italiana in Egitto dell’Università del Salento.
La vera star dell'esposizione, tuttavia, è il
Tondo dei due fratelli in prestito dal Museo Egizio del Cairo, un assoluto capolavoro della pittura antica. Ritrovato ad Antinoopolis, la città fondata in Egitto dall’imperatore Adriano, e restaurato in occasione della mostra da un’equipe italiana, è un’opera unica a causa del formato circolare e del doppio soggetto, oltre che per l’altissima qualità artistica. Il dipinto raffigura due giovani a mezzo busto, tradizionalmente identificati come fratelli. Alla forte somiglianza dei tratti si accompagna un’attenzione puntuale alle individualità: il pittore distingue i giovani per fisionomia, incarnato e abbigliamento, mentre le pennellate corpose, i tocchi di luce sugli occhi e le ombre che modellano i volti conferiscono presenza alle figure. “Nel
Tondo dei due fratelli ci attraggono la straordinaria intensità e immediatezza espressiva, la forte resa naturalistica, il contatto diretto e magnetico degli sguardi: un dialogo muto da persona a persona che travalica i secoli e ogni barriera culturale”, commenta il curatore della mostra e Sovrintendente capitolino ai beni culturali Claudio Parisi Presicce.
Non è un caso che una simile tipologia di pittura si sia diffusa nell’Egitto conquistato dai Romani e la mostra spiega perché. Nelle prime sezioni ne conosciamo gli “antenati”: le maschere funerarie egizie, divini lasciapassare verso l’aldilà, e i più terreni ritratti romani, scolpiti in pietra usando come modello il calco del volto del defunto e generosi di dettagli atti a comunicarne status e personalità. Le tavole del Fayum rappresentano la sintesi perfetta di queste due tipologie. A ricostruirne storia ed evoluzione sono 110 reperti: accanto a una cinquantina di tavole dipinte troviamo maschere funerarie, sarcofagi, sudari, marmi, calchi in gesso, oreficerie antiche. Ogni reperto è contestualizzato e inserito in una trama di immagini, oggetti, racconti dei riti e degli usi della società di provenienza, ricca di confronti rivelatori.
Oltre ad analizzare storia e significati del ritratto nell’Egitto romano, la mostra invita a scoprirne in concreto i processi di realizzazione, con approfondimenti sui materiali (legno, lino, marmo, stucco, cartonnage di tessuto o papiro), i pigmenti, le tecniche pittoriche, come tempera o encausto su cera fusa, e gli accorgimenti usati per modulare incarnati, ombre, dettagli. Dalla preparazione del supporto alla definizione dei lineamenti, ogni scelta concorre a dar forma a un volto in cui tecnica, materia e memoria si incontrano.
Una sola domanda resta aperta: come mai la produzione di ritratti realistici si interrompe dopo il III secolo? Nell’ultima sala possiamo osservarne gli esiti più tardi, tra cui alcuni spettacolari sudari conservati al Louvre, nei quali il volto del defunto, sempre dipinto con cura, si innesta sul corpo disteso. Dopo di loro, le ultime tavolette documentano una profonda trasformazione: la pennellata si fa segno, il modellato si semplifica, gli occhi si dilatano e l‘individualità scompare gradualmente dietro la maschera dello sguardo. Il volto diventa soglia tra l’umano e il divino, tra la memoria dell’esistenza sulla terra e il destino nell’aldilà, esprimendo il desiderio di prolungare la presenza oltre la vita.
Sudario dipinto, 50-150 d.C. Pittura su lino. Musée du Louvre, Paris