Recenti scoperte, ricerche internazionali e celebri tesori si raccontano in un viaggio nella storia dello sport che dalla Magna Grecia guarda all’Africa.
Francesca Grego
formato sconosciuto
L’Atleta di Taranto era intollerante al lattosio e predisposto alla psoriasi, ma il suo destino di campione era già scritto nel dna. È solo una delle curiosità da scoprire nella mostra L’arte della vittoria, allestita nella Città dei due mari per la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, che la animeranno dal 21 agosto al 3 settembre. L’appuntamento è al MarTa, tra i più importanti musei archeologici al mondo per le testimonianze della Magna Grecia, con reperti eccezionali come i celebri Ori di Taranto. Il racconto della mostra, inaugurata da pochi giorni e in corso fino al 10 gennaio 2027, inizia proprio all’epoca in cui la città era una colonia di Sparta. Il progetto è un invito a esplorare da diverse prospettive l’esperienza dello sport nel mondo antico, ma anche un’occasione per conoscere i risultati di ricerche internazionali sul tema che dall’Italia magno-greca guardano alla sponda meridionale del Mare Nostrum e al continente africano. Dopo una passeggiata nella storia antica, il percorso espositivo si spinge fino ai giorni nostri per ricordare gli eredi dell’Atleta, come le campionesse olimpiche tarantine Benedetta Pilato (nuoto) e Antonella Palmisano (nuoto). “Siamo partiti dal rigore scientifico inoppugnabile delle ricerche condotte a partire dagli anni Novanta da Enzo Lippolis e Antonietta Dell’Aglio, per approdare a nuovi e importanti aggiornamenti conquistati grazie al lavoro di indagine condotto dall’equipe di archeologi e restauratori del MArTA e con l’utilizzo di nuove tecnologie e nuovi strumenti di analisi”, racconta la direttrice del MArTA Stella Falzone: L’Arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo è “un’opera pop adatta a tutti che aiuta a comprendere ancora meglio il valore morale dello sport e perché nell’antichità i giochi riuscivano a fermare le guerre”.A fare gli onori di casa è proprio lui, l’Atleta di Taranto, riemerso dal sottosuolo del centro cittadino alla fine degli anni Cinquanta durante gli scavi per la costruzione di un palazzo, chiuso in un sarcofago di pietra e circondato da preziose anfore decorate con figure nere su sfondo rosso e colme di olio sacro: il premio destinato ai vincitori dei Giochi Panatenaici, che ogni quattro anni si svolgevano ad Atene. Come raccontano la tomba monumentale e il ricco corredo funebre, l’Atleta aveva trionfato in ben quattro edizioni dei Giochi, eccellendo in una delle discipline più difficili e poliedriche, il pentathlon. L’altezza di 1 metro e 77 centimetri, eccezionale per quei tempi, e la possente muscolatura lo favorivano nelle gare di lancio del disco e del giavellotto, salto in lungo, corsa e lotta. Ma l’Atleta, morto intorno ai trent’anni in circostanze ancora misteriose, era anche molto attento alla dieta, come hanno rivelato le analisi condotte su uno dei suoi denti. Carboidrati e frutta erano alla base dell’alimentazione, accompagnati da pesce azzurro, molluschi e crostacei: da buon tarantino lo sportivo non disdegnava le famose cozze del Golfo! Lo studio del dna ancora in corso nei laboratori dell’Università La Sapienza di Roma e del CNR ha rivelato inoltre che l’uomo apparteneva al gruppo sanguigno 0 e che possedeva geni associati a prestazioni d’eccellenza negli sport di potenza e di velocità.
L’Arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo I Courtesy Museo Archeologico Nazionale di Taranto
Allargando progressivamente l’orizzonte, la mostra passa poi a indagare il ruolo dello sport nelle società della Magna Grecia. Oltre 50 reperti - alcuni dei quali riemersi dai depositi del MarTa e oggetto di nuovi studi - testimoniano come l’esercizio fisico rappresentasse uno degli elementi fondamentali della paideía, il percorso formativo del cittadino che univa cura del corpo, disciplina e sviluppo delle qualità morali e intellettuali. Nelle competizioni che periodicamente riunivano i migliori atleti di area greca - i Giochi Olimpici, Pitici, Nemei e Istmici - alcuni campioni conquistavano vittorie nella stessa specialità per diversi anni consecutivi, entrando, proprio come l’Atleta di Taranto, nella leggenda. Nel mondo spartano le donne non erano da meno: come nell’Andromaca di Euripide, statuette e ceramiche narrano di fanciulle “cresciute con gli uomini in piste e palestre”. Una sezione speciale è dedicata alle origini dello sport sulla sponda meridionale del Mediterraneo, raccontate da archeologi, curatori e direttori di musei di Tunisia, Marocco, Egitto e Tanzania. Un progetto nato nell’ambito della quarta edizione della International School of Cultural Heritage, programma di aggiornamento professionale e cooperazione internazionale promosso dal Ministero della Cultura, Direzione Generale Affari Europei e Internazionali e dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali.Ma non finisce qui. Al MarTa la mostra sarà accompagnata da uno spettacolo teatrale dedicato all’Atleta di Taranto in scena dal 25 al 27 agosto, mentre è in lavorazione un cortometraggio animato sulla storia del campione magno-greco realizzato da un team di artisti internazionale. In mostra è possibile averne un’anticipazione: alcuni frame ne svelano lo stile ispirato alle anfore a figure nere ritrovate nella tomba dell’Atleta.

L’Arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo I Courtesy Museo Archeologico Nazionale di Taranto