450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Si parte da Milano con "La variante del Re", si prosegue a Stra e a Pisa, si arriva a Santa Fiora dove nasce un museo dedicato all’artista.

Eleonora Zamparutti
formato sconosciuto

Negli scacchi la variante è la sequenza di mosse che un giocatore calcola nella mente prima di toccare il pezzo. Esiste solo come possibilità: viene immaginata, valutata, spesso scartata. Da qui nasce il titolo della mostra inaugurata ieri a Milano allo Studio d'Arte del Lauro, in via Mosè Bianchi 60: "Guido Strazza. La variante del Re", a cura di Chiara Gatti e Cristina Sissa, visitabile fino al 18 dicembre.

«Mi piace molto la serie da cui viene il titolo, quella dedicata al quadrato, alla geometria», spiega Chiara Gatti. «L'idea è partire da un elemento e testarne tutte le varianti possibili. È uno stressare il singolo soggetto, in questo caso il quadrato, finché diventa una scacchiera, un gioco strategico». Il Re, naturalmente, è lui: Guido Strazza, nato a Santa Fiora nel 1922, un artista che ha attraversato un secolo intero.

La mostra non copre tutta la carriera, ma sceglie un momento preciso: la fine degli anni Cinquanta, quando Strazza vive a Milano. Al centro c'è una lunga pittura su rotolo del 1956, una superficie percorsa da tracce e filamenti di colore. Attorno stanno i disegni degli stessi anni, dove da un accenno di figura si sviluppano matasse di segni rapidi, che si alternano a studi dalle maglie regolari e geometriche. Una sezione raccoglie gli studi di colonne classiche: fusti scanalati, marmi spezzati, osservati con l'occhio di chi ha studiato ingegneria prima di scegliere la pittura. Chiudono il percorso le incisioni, dove il lavoro sul quadrato genera decine di varianti che scompongono la geometria fino a dissolverla.

È un gruppo di opere raro, raramente visto insieme, e racconta un passaggio decisivo. Nel dopoguerra l'espressionismo astratto americano arriva in Italia e scuote tutto, ma Strazza non rinuncia alla propria formazione: dietro il gesto veloce continuano ad affiorare Rembrandt, Tintoretto, la pittura antica. Il polso corre libero, ma la forma resta.

Perché Milano? «A Roma Strazza ha una storia tutta sua, con l'incisione e l'Accademia», osserva Gatti. «Ma il pubblico milanese è vicino a questo linguaggio, perché l'informale del dopoguerra qui ha avuto interpreti straordinari. Forse Strazza è meno conosciuto, ma il linguaggio che usa in quegli anni atterra in un territorio fertile». La mostra nasce da una frequentazione lunga: quindici anni fa Gatti e Sissa avevano già messo a confronto le incisioni di Guido Strazza con quelle di Enrico Della Torre, scegliendo i fogli insieme all'artista. L'idea di tornarci è di Daniela Ruzzenenti, che segue l'archivio dell'artista.

E l'attualità? «I grandi maestri lanciano sempre un amo verso il futuro. Quello che mi interessa di più», afferma Gatti «è la metamorfosi del segno. Oggi che si lavora su tutti i linguaggi possibili, fino all'intelligenza artificiale, lui lavora sul linguaggio del segno in modo totalmente sperimentale, e lo fa dagli anni Cinquanta».


Guido Strazza, Senza titolo, 1960, china e acquerello su carta, cm 15,5 x 23,5

Tutto comincia con Marinetti

Quando ha vent'anni, i suoi disegni finiscono sotto gli occhi di Filippo Tommaso Marinetti che nel 1942 lo invita alle mostre di aeropittura, a Palazzo Braschi di Roma e alla Biennale di Venezia. È l'episodio che apre tutto, e Strazza lo ha raccontato in prima persona in "L'Aeroplano di Marinetti", il documentario di Eleonora Zamparutti e Piero Muscarà prodotto da ARTE.it Originals in collaborazione con Rai Cultura, andato in onda su Rai 5 e tuttora disponibile su RaiPlay. Nel film l'artista ricorda l'incontro con Marinetti ormai culturalmente emarginato, e insieme la scoperta di un ambiente — Balla, Depero, Prampolini — che gli apre il mondo.

Il resto è una biografia di spostamenti. Laurea in ingegneria a Roma nel 1946, professione abbandonata dopo due anni, partenza per il Sud America. Cile, Brasile, Perù, un interesse profondo per l'arte preincaica; a Rio de Janeiro Fayga Ostrower lo inizia all'incisione, a San Paolo espone alle Biennali del 1951 e del 1953. Rientra in Italia nel 1954 e apre uno studio a Venezia, poi Milano dal 1957 al 1963, poi Roma, dove frequenta la Calcografia Nazionale. Nel 1968 e di nuovo nel 1984 ha una sala personale alla Biennale di Venezia. Le sue opere sono oggi al British Museum, al Ludwig di Colonia, allo Stedelijk di Amsterdam, ai Musei Vaticani, agli Uffizi, al Mart, alla Ca' d'Oro e alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, che ne ha acquisito l'archivio. Ha presieduto l'Accademia Nazionale di San Luca nel biennio 2011-2012.

Perché proprio adesso

Le mostre di questo autunno nascono da alcune coincidenze. Nel 1956, settant'anni fa esatti, succedono tre cose. In febbraio il dipinto La scoperta di un'isola entra nelle collezioni della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma; in marzo lo stesso quadro è esposto a Milano nella personale alla Galleria del Naviglio; in maggio, a Venezia, il dipinto Machu Picchu diventa proprietà della Biennale. Date minime, ma che indicano una direzione: la ricerca di Strazza parte dal viaggio e dalla scoperta per arrivare al segno come forma di conoscenza.


Guido Strazza, Llansa, Collezione privata

Stra e Pisa: i mondi nuovi

Il tema del viaggio è dichiarato nelle due tappe successive. A Villa Pisani di Stra, dal 5 dicembre al 31 marzo 2027, "Mondi nuovi. Arte del viaggio e viaggio d'artista nell'opera di Guido Strazza", a cura di Daniele Ferrara e Francesco Trentini, ricostruisce il ritorno dall'America Latina nel 1954 e gli anni veneziani, fino all'approdo milanese e al soggiorno sulla costa di Grimaldi, tra Mentone e Ventimiglia. Attorno alle opere, una riflessione sul viaggiare come fenomeno antropologico.

A Pisa, al Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi, dal 12 dicembre al 14 marzo 2027, "I segni di un viaggio straordinario. Guido Strazza tra Perù e Brasile", a cura di Alessandro Tosi con Adine Gavazzi, Luciano Migliaccio e Antonio Pinelli, racconta per la prima volta gli anni latinoamericani: la cartella di litografie Cuzco Machu-Picchu portata a San Paolo nel 1953, disegni e dipinti inediti, fotografie e materiali d'archivio.

Santa Fiora: il museo

L'ultima tappa riporta l'artista dove tutto è cominciato. A Santa Fiora, borgo medievale del Monte Amiata, aprirà entro l’anno il Museo Guido Strazza, ospitato in due sale del Palazzo Pretorio all'interno del complesso del palazzo dei Conti, poi Palazzo Ducale Sforza Cesarini, da poco restaurato e sede del nuovo Museo della Contea di Santa Fiora e di Casa Sforza.

Qui il racconto si fa antologico. La collezione, allestita da Simona Ciofetta, Gianluca Murasecchi e Daniele Ferrara in collaborazione con lo Studio Strazza rappresentato da Daniela Ruzzenenti, riunisce dipinti, disegni e incisioni di ottant'anni di lavoro. Si parte dai quadri latinoamericani, dove le avanguardie europee incontrano le suggestioni di quelle terre; si passa ai dipinti informali, con il segno sempre più libero; si arriva alle serie in cui la riflessione sui luoghi, sul mito e sulla storia si fa via via più essenziale. Sono i cicli che hanno scandito la sua ricerca: i Balzi Rossi e le Esperidi, Ricercare e gli Orizzonti olandesi, le Trame e i Fiumi, i Segni di Roma, le Colonne, i Cosmati, le Aure, gli Archi, fino ai lavori più recenti, dove il segno resta solo con se stesso.

Chi comincia da Milano, in fondo, fa la prima mossa di una partita cominciata ottant'anni fa.

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