Fino al 27 settembre 2026 alle Salette della Grafica del Castello Sforzesco
Passione Disegno: il tesoro di carta del Castello Sforzesco
Tranquillo Cremona, High-Life, 1876-1877, Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
Eleonora Zamparutti
22/07/2026
Milano - Fino al 27 settembre 2026 le Salette della Grafica del Castello Sforzesco ospitano, a ingresso libero, "Passione Disegno. Da Leonardo da Vinci a Keith Haring": una selezione di oltre sessanta opere dal Gabinetto dei Disegni, l'istituto che conserva circa 30.000 fogli dal Quattrocento al Novecento. La mostra nasce dagli studi condotti per la guida "I grandi nuclei collezionistici del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco", pubblicata in italiano e in inglese, e si articola in quindici sezioni, ciascuna dedicata a un nucleo collezionistico: perché questa è, prima di tutto, una mostra sulle persone che hanno amato il disegno al punto da affidarlo alla propria città.
«Abbiamo pensato questa mostra come un atto di restituzione ai cittadini milanesi" racconta Alessia Alberti, conservatrice del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco di Milano. "Sono opere che i milanesi hanno donato alla città, un bene che appartiene a tutti. Abbiamo voluto mescolare i pezzi di altissima qualità, le cose più note, più richieste e più pubblicate, con qualcosa di mai visto, per far capire i percorsi di ricerca che abbiamo impostato».
Come nasce questa esposizione?
«Al Gabinetto dei Disegni abbiamo uno staff piccolissimo ma altamente qualificato, e non è un dettaglio da poco. Prima abbiamo realizzato la guida, poi ci siamo prese del tempo per capire se il libro potesse trasformarsi in un progetto espositivo, con i tempi di una pubblica amministrazione: gestiamo tutte le altre attività e, al margine di quelle, abbiamo trovato il tempo anche per questo. Del resto il libro è già di per sé un racconto, una storia di tante storie: dietro ogni scheda dedicata ai nuclei collezionistici c'è una ricerca che ricostruisce gli interessi di queste persone».
Quali collezionisti raccontano meglio questa passione per il disegno?
«Il primo è senz'altro il conte Gian Giacomo Attendolo Bolognini perché nel suo caso si riconosce molto bene la cifra collezionistica; così chiaramente la ritroviamo forse solo nella raccolta di Paolo Gaffuri, editore bergamasco. Attendolo Bolognini aveva una passione per i grandi maestri del passato: da lui ci arriva un Leonardo, rimasto tale, ma anche due fogli bellissimi acquistati con l'antica attribuzione uno a Raffaello e uno a Michelangelo. Oggi li riconosciamo come copie, ma copie antiche, già cinquecentesche: lui li aveva acquistati consapevolmente, pensando di mettere insieme Raffaello, Michelangelo e Leonardo, i grandi classici. Lì accanto abbiamo inserito due interni di studi di pittori: un bozzetto di Giuseppe Bossi che raffigura Francesco Melzi mentre raccoglie le memorie di Leonardo da Vinci, e un foglio di Pelagio Palagi con Filippo Lippi che dipinge la sua modella, che era una monaca».

Carlo Ferrario, Sala da pranzo di casa Guasconi, fine anni Cinquanta – inizio anni Sessanta del XIX secolo, Matita nera e acquerello su carta, Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
In mostra c'è anche un'opera sorprendentemente moderna, la "Sala da pranzo di casa Guasconi" di Carlo Ferrario. Come l'avete riconosciuta?
«Quell'acquerello ha attirato la nostra attenzione proprio perché era modernissimo e non c'entrava nulla con il resto della collezione di Antonio Guasconi, incentrata sul Settecento e primo Ottocento bergamasco, sul Settecento veneziano e sul Seicento bolognese: doveva avere un significato diverso. Attraverso una ricerca non facile, condotta sulle banche dati passando in rassegna tutti i dipinti e i mobili di proprietà del Castello Sforzesco, abbiamo riconosciuto sia il dipinto del sovrapporta sia un mobiletto, entrambi provenienti dalla donazione Guasconi. La storia interessante è che questi collezionisti lasciavano al Comune di Milano la collezione nella sua interezza: raccolte miste, arrivate subito dopo l'Unità d'Italia, quando il Comune non aveva ancora musei. Il primo museo verrà inaugurato il 2 giugno 1878. E quando nascono, i musei civici sono già molto specializzati: così del fondo Guasconi abbiamo ancora oggi pezzi al Museo Archeologico e opere al Mudec, perché di arte extraeuropea. L'emozione è stata grandissima quando abbiamo capito che quello non era solo un disegno che lui aveva collezionato: raffigurava l'interno della sua casa. Lì è iniziata una caccia ancora più serrata ai vetri e ai piatti, ma con la Seconda guerra mondiale una parte delle ceramiche è andata persa».
Il disegno è spesso percepito come opera "minore". La mostra dimostra il contrario?
«Il disegno non ha quasi mai la dignità dell'opera finita, però tra quelli esposti alcuni sono al confine con la pittura. "High-Life" di Tranquillo Cremona, scelto come copertina della guida, è una tecnica mista molto pittorica: è conservato al Gabinetto dei Disegni soltanto perché è un'opera su carta. L'altra grande opera finita è il Boccioni del 1914, "Cavallo+cavaliere+case", sui toni dell'azzurro: replica un soggetto che l'artista tratta anche in pittura, ma qui sceglie l'acquerello per sfruttarne le trasparenze e valorizzare il bianco della carta. Altri fogli sono invece preparatori: un'intera grande cornice raccoglie una trentina di studi di Benvenuto Disertori, artista di origine trentina che a Milano insegnava incisione a Brera. Foglietti di tutte le misure che raccontano il suo percorso verso il "Trionfo di Venere", inciso nel 1924: il nudo accademico dettagliatissimo, la copia dalla stampa antica per studiare il paesaggio, i disegni di San Gimignano. Li abbiamo montati fitti, affollati, per evocare l'interno della bottega».
E poi c'è Keith Haring, l'ospite più inatteso.
«Nel 2022 abbiamo ricevuto sette album donati dall'erede del ristorante "La Scaletta". Il titolare, Aldo Bellini, teneva lì album, matite e pennarelli a disposizione di chi andava a cena: i milanesi, ma anche tantissimi artisti, designer, stilisti, ai quali chiedeva di lasciare un ricordo. Ne abbiamo scelti tre: una pagina di Pierre Restany, a Milano negli anni della grande mostra sul Nouveau Réalisme; Missoni, riconoscibilissimo, con le linee a pennarello che richiamano la progettazione dei suoi tessuti; e Keith Haring, che passa da lui e lascia almeno due disegni. Quello esposto è uno schizzo di destinazione privata ma di qualità altissima: il pennarello non consente ripensamenti, non si può cancellare e tornare indietro, e chi disegna bene a pennarello governa il mezzo in maniera straordinaria. In quest'opera Haring dimostra tutto questo controllo».

Leonardo da Vinci, Studio per la testa di Leda, 1504-1506 ca., Sanguigna, pietra nera su carta preparata rossa Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
Il cuore antico della mostra resta la "Testa di Leda" di Leonardo.
«"La Leda" è tra le prime opere del Castello Sforzesco a essere evacuate all'inizio della guerra, perché, pur essendo un disegno, era in cornice ed esposta nel percorso museale: un'opera di un'autonomia e di una bellezza tali da essere stimata alla stregua di un dipinto. È uno studio di testa, con un intreccio di trecce straordinario realizzato forse in preparazione di un dipinto che non conosciamo, perché sarebbe bruciato nel Seicento a Fontainebleau. Le testimonianze sono poche e non del tutto affidabili: c'è anche chi pensa che Leonardo realizzasse disegni preparatori da affidare ai collaboratori. Agli Uffizi esiste una versione della Leda con i suoi piccoli appena usciti dalle uova: è forse la più fedele all'opera finale, e rispetto al nostro disegno la più sovrapponibile».
La ricerca sulle collezioni è ancora in corso?
«Il Gabinetto dei Disegni è un luogo in fermento, frequentato da studiosi di levatura internazionale: arriva lo specialista di un certo ambito, gli si sottopone un disegno e questo scopre di chi è e che cos'è. Con la collezione Guasconi è successo con un bellissimo foglio a inchiostri azzurri che raffigura Ulisse e le sirene: una studiosa di Giovanni Stradano, artista di origine nordica attivo in Italia, ha chiesto di vedere tutti i nostri fogli del Cinquecento e lo ha riconosciuto subito. Nel 2023 c'è stata una grande mostra su Stradano a Firenze e la nostra opera è stata scelta come copertina del catalogo e come manifesto: era in tutta Firenze, quel foglietto che da noi era un anonimo del Cinquecento».
Il Gabinetto è frutto della filantropia dei milanesi: continua ancora oggi o le acquisizioni si sono ridotte?
«Si sono ridotte, non siamo più ai grandi numeri del passato, ma per nostra fortuna è un processo ancora vivo e attivo. Il lascito Disertori è arrivato nel 2018: più di 3.000 fogli, l'intero corpus che possedeva il figlio dell'artista, l'architetto Andrea. E anche la donazione dei sette album della Scaletta, nel 2022, è tanto. Rispetto alla pinacoteca, da noi non arriva un'opera o due: arrivano interi nuclei, e questo ci rende un luogo privilegiato per capire il gusto del collezionista. Negli anni Trenta ci fu anche una grandissima campagna di acquisti, voluta dal direttore Giorgio Nicodemi per implementare le sezioni sul contemporaneo: tra questi Alberto Martini, cui abbiamo dedicato una mostra un paio d'anni fa. Oggi però lo spazio è rimasto piccolo: prima di accettare una donazione ne valutiamo la congruità con la raccolta, e le opere più contemporanee le dirottiamo noi per primi verso il Museo del Novecento».

Umberto Boccioni, Cavallo + cavaliere + case, 1914, Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
Le vostre opere viaggiano molto: quali sono le prossime collaborazioni internazionali?
«Mentirei se dicessi che sono opere sempre chiuse nei castelli: sono molto richieste, e proprio per questo a Milano tutte insieme non le abbiamo quasi mai. Le caricature di Tiepolo sono richiestissime, e il ritratto di Vittore Grubicy di Romolo Romani è anche lui un grande viaggiatore. La Leda è già prenotata per una grande mostra su Leonardo che si terrà a San Francisco nel 2028: quando la ritireremo dalle vetrine verrà messa a riposo, in attesa di questo grande viaggio. I Boccioni sono promessi a una mostra al Museo Picasso di Parigi. E all'ingresso della mostra dedicata a Segantini al Musée Marmottan Monet ci sono, ad accogliere il visitatore, due suoi autoritratti che arrivano proprio dal Gabinetto dei Disegni: un gran colpo d'occhio».
A settembre, aggiunge Simona Maniello, responsabile dell'Ufficio Mostre, partirà per il Castello Reale di Varsavia una ventina di fogli dell'architetto romano Giovanni Battista Gisleni, attivo nella capitale polacca, provenienti dal fondo Sardini-Martinelli: «Solitamente i prestiti di disegni riguardano uno, due, tre pezzi; qui parliamo di un numero elevato di fogli, alcuni disegnati sia sul recto sia sul verso, che gli organizzatori esporranno in modo da mostrarne entrambe le facce».
E Francesca Mariano ricorda il progetto grafico nato con la Civica Scuola Arte&Messaggio: «Ciascuna delle quindici sezioni ha pannelli e didascalie progettati da uno studente diverso, che restituiscono così le diverse anime, le diverse personalità dei collezionisti», mentre con SUPER Scuola Superiore d'Arte Applicata sono in programma quattro workshop pratici dedicati alle tecniche del disegno.
«Abbiamo pensato questa mostra come un atto di restituzione ai cittadini milanesi" racconta Alessia Alberti, conservatrice del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco di Milano. "Sono opere che i milanesi hanno donato alla città, un bene che appartiene a tutti. Abbiamo voluto mescolare i pezzi di altissima qualità, le cose più note, più richieste e più pubblicate, con qualcosa di mai visto, per far capire i percorsi di ricerca che abbiamo impostato».
Come nasce questa esposizione?
«Al Gabinetto dei Disegni abbiamo uno staff piccolissimo ma altamente qualificato, e non è un dettaglio da poco. Prima abbiamo realizzato la guida, poi ci siamo prese del tempo per capire se il libro potesse trasformarsi in un progetto espositivo, con i tempi di una pubblica amministrazione: gestiamo tutte le altre attività e, al margine di quelle, abbiamo trovato il tempo anche per questo. Del resto il libro è già di per sé un racconto, una storia di tante storie: dietro ogni scheda dedicata ai nuclei collezionistici c'è una ricerca che ricostruisce gli interessi di queste persone».
Quali collezionisti raccontano meglio questa passione per il disegno?
«Il primo è senz'altro il conte Gian Giacomo Attendolo Bolognini perché nel suo caso si riconosce molto bene la cifra collezionistica; così chiaramente la ritroviamo forse solo nella raccolta di Paolo Gaffuri, editore bergamasco. Attendolo Bolognini aveva una passione per i grandi maestri del passato: da lui ci arriva un Leonardo, rimasto tale, ma anche due fogli bellissimi acquistati con l'antica attribuzione uno a Raffaello e uno a Michelangelo. Oggi li riconosciamo come copie, ma copie antiche, già cinquecentesche: lui li aveva acquistati consapevolmente, pensando di mettere insieme Raffaello, Michelangelo e Leonardo, i grandi classici. Lì accanto abbiamo inserito due interni di studi di pittori: un bozzetto di Giuseppe Bossi che raffigura Francesco Melzi mentre raccoglie le memorie di Leonardo da Vinci, e un foglio di Pelagio Palagi con Filippo Lippi che dipinge la sua modella, che era una monaca».

Carlo Ferrario, Sala da pranzo di casa Guasconi, fine anni Cinquanta – inizio anni Sessanta del XIX secolo, Matita nera e acquerello su carta, Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
In mostra c'è anche un'opera sorprendentemente moderna, la "Sala da pranzo di casa Guasconi" di Carlo Ferrario. Come l'avete riconosciuta?
«Quell'acquerello ha attirato la nostra attenzione proprio perché era modernissimo e non c'entrava nulla con il resto della collezione di Antonio Guasconi, incentrata sul Settecento e primo Ottocento bergamasco, sul Settecento veneziano e sul Seicento bolognese: doveva avere un significato diverso. Attraverso una ricerca non facile, condotta sulle banche dati passando in rassegna tutti i dipinti e i mobili di proprietà del Castello Sforzesco, abbiamo riconosciuto sia il dipinto del sovrapporta sia un mobiletto, entrambi provenienti dalla donazione Guasconi. La storia interessante è che questi collezionisti lasciavano al Comune di Milano la collezione nella sua interezza: raccolte miste, arrivate subito dopo l'Unità d'Italia, quando il Comune non aveva ancora musei. Il primo museo verrà inaugurato il 2 giugno 1878. E quando nascono, i musei civici sono già molto specializzati: così del fondo Guasconi abbiamo ancora oggi pezzi al Museo Archeologico e opere al Mudec, perché di arte extraeuropea. L'emozione è stata grandissima quando abbiamo capito che quello non era solo un disegno che lui aveva collezionato: raffigurava l'interno della sua casa. Lì è iniziata una caccia ancora più serrata ai vetri e ai piatti, ma con la Seconda guerra mondiale una parte delle ceramiche è andata persa».
Il disegno è spesso percepito come opera "minore". La mostra dimostra il contrario?
«Il disegno non ha quasi mai la dignità dell'opera finita, però tra quelli esposti alcuni sono al confine con la pittura. "High-Life" di Tranquillo Cremona, scelto come copertina della guida, è una tecnica mista molto pittorica: è conservato al Gabinetto dei Disegni soltanto perché è un'opera su carta. L'altra grande opera finita è il Boccioni del 1914, "Cavallo+cavaliere+case", sui toni dell'azzurro: replica un soggetto che l'artista tratta anche in pittura, ma qui sceglie l'acquerello per sfruttarne le trasparenze e valorizzare il bianco della carta. Altri fogli sono invece preparatori: un'intera grande cornice raccoglie una trentina di studi di Benvenuto Disertori, artista di origine trentina che a Milano insegnava incisione a Brera. Foglietti di tutte le misure che raccontano il suo percorso verso il "Trionfo di Venere", inciso nel 1924: il nudo accademico dettagliatissimo, la copia dalla stampa antica per studiare il paesaggio, i disegni di San Gimignano. Li abbiamo montati fitti, affollati, per evocare l'interno della bottega».
E poi c'è Keith Haring, l'ospite più inatteso.
«Nel 2022 abbiamo ricevuto sette album donati dall'erede del ristorante "La Scaletta". Il titolare, Aldo Bellini, teneva lì album, matite e pennarelli a disposizione di chi andava a cena: i milanesi, ma anche tantissimi artisti, designer, stilisti, ai quali chiedeva di lasciare un ricordo. Ne abbiamo scelti tre: una pagina di Pierre Restany, a Milano negli anni della grande mostra sul Nouveau Réalisme; Missoni, riconoscibilissimo, con le linee a pennarello che richiamano la progettazione dei suoi tessuti; e Keith Haring, che passa da lui e lascia almeno due disegni. Quello esposto è uno schizzo di destinazione privata ma di qualità altissima: il pennarello non consente ripensamenti, non si può cancellare e tornare indietro, e chi disegna bene a pennarello governa il mezzo in maniera straordinaria. In quest'opera Haring dimostra tutto questo controllo».

Leonardo da Vinci, Studio per la testa di Leda, 1504-1506 ca., Sanguigna, pietra nera su carta preparata rossa Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
Il cuore antico della mostra resta la "Testa di Leda" di Leonardo.
«"La Leda" è tra le prime opere del Castello Sforzesco a essere evacuate all'inizio della guerra, perché, pur essendo un disegno, era in cornice ed esposta nel percorso museale: un'opera di un'autonomia e di una bellezza tali da essere stimata alla stregua di un dipinto. È uno studio di testa, con un intreccio di trecce straordinario realizzato forse in preparazione di un dipinto che non conosciamo, perché sarebbe bruciato nel Seicento a Fontainebleau. Le testimonianze sono poche e non del tutto affidabili: c'è anche chi pensa che Leonardo realizzasse disegni preparatori da affidare ai collaboratori. Agli Uffizi esiste una versione della Leda con i suoi piccoli appena usciti dalle uova: è forse la più fedele all'opera finale, e rispetto al nostro disegno la più sovrapponibile».
La ricerca sulle collezioni è ancora in corso?
«Il Gabinetto dei Disegni è un luogo in fermento, frequentato da studiosi di levatura internazionale: arriva lo specialista di un certo ambito, gli si sottopone un disegno e questo scopre di chi è e che cos'è. Con la collezione Guasconi è successo con un bellissimo foglio a inchiostri azzurri che raffigura Ulisse e le sirene: una studiosa di Giovanni Stradano, artista di origine nordica attivo in Italia, ha chiesto di vedere tutti i nostri fogli del Cinquecento e lo ha riconosciuto subito. Nel 2023 c'è stata una grande mostra su Stradano a Firenze e la nostra opera è stata scelta come copertina del catalogo e come manifesto: era in tutta Firenze, quel foglietto che da noi era un anonimo del Cinquecento».
Il Gabinetto è frutto della filantropia dei milanesi: continua ancora oggi o le acquisizioni si sono ridotte?
«Si sono ridotte, non siamo più ai grandi numeri del passato, ma per nostra fortuna è un processo ancora vivo e attivo. Il lascito Disertori è arrivato nel 2018: più di 3.000 fogli, l'intero corpus che possedeva il figlio dell'artista, l'architetto Andrea. E anche la donazione dei sette album della Scaletta, nel 2022, è tanto. Rispetto alla pinacoteca, da noi non arriva un'opera o due: arrivano interi nuclei, e questo ci rende un luogo privilegiato per capire il gusto del collezionista. Negli anni Trenta ci fu anche una grandissima campagna di acquisti, voluta dal direttore Giorgio Nicodemi per implementare le sezioni sul contemporaneo: tra questi Alberto Martini, cui abbiamo dedicato una mostra un paio d'anni fa. Oggi però lo spazio è rimasto piccolo: prima di accettare una donazione ne valutiamo la congruità con la raccolta, e le opere più contemporanee le dirottiamo noi per primi verso il Museo del Novecento».

Umberto Boccioni, Cavallo + cavaliere + case, 1914, Gabinetto dei Disegni, Castello Sforzesco, Milano. © Comune di Milano
Le vostre opere viaggiano molto: quali sono le prossime collaborazioni internazionali?
«Mentirei se dicessi che sono opere sempre chiuse nei castelli: sono molto richieste, e proprio per questo a Milano tutte insieme non le abbiamo quasi mai. Le caricature di Tiepolo sono richiestissime, e il ritratto di Vittore Grubicy di Romolo Romani è anche lui un grande viaggiatore. La Leda è già prenotata per una grande mostra su Leonardo che si terrà a San Francisco nel 2028: quando la ritireremo dalle vetrine verrà messa a riposo, in attesa di questo grande viaggio. I Boccioni sono promessi a una mostra al Museo Picasso di Parigi. E all'ingresso della mostra dedicata a Segantini al Musée Marmottan Monet ci sono, ad accogliere il visitatore, due suoi autoritratti che arrivano proprio dal Gabinetto dei Disegni: un gran colpo d'occhio».
A settembre, aggiunge Simona Maniello, responsabile dell'Ufficio Mostre, partirà per il Castello Reale di Varsavia una ventina di fogli dell'architetto romano Giovanni Battista Gisleni, attivo nella capitale polacca, provenienti dal fondo Sardini-Martinelli: «Solitamente i prestiti di disegni riguardano uno, due, tre pezzi; qui parliamo di un numero elevato di fogli, alcuni disegnati sia sul recto sia sul verso, che gli organizzatori esporranno in modo da mostrarne entrambe le facce».
E Francesca Mariano ricorda il progetto grafico nato con la Civica Scuola Arte&Messaggio: «Ciascuna delle quindici sezioni ha pannelli e didascalie progettati da uno studente diverso, che restituiscono così le diverse anime, le diverse personalità dei collezionisti», mentre con SUPER Scuola Superiore d'Arte Applicata sono in programma quattro workshop pratici dedicati alle tecniche del disegno.
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