Marianna Galati. La Musa allo Specchio
Marianna Galati. La Musa allo Specchio, Raccolta Manzù / GNAM, Ardea (RM)
Dal 20 Dicembre 2014 al 4 Gennaio 2015
Ardea | Roma | Visualizza tutte le mostre a Roma
Luogo: Raccolta Manzù / GNAM
Indirizzo: via Laurentina km 32
Orari: da martedì a sabato 10.30-18.30
Curatori: Fabio D'Achille
Enti promotori:
- MAD Museo d'Arte Diffusa
- Raccolta Manzù/GNAM
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 393 3242424
E-Mail info: eventi@madarte.it
Sito ufficiale: http://www.madarte.it
Lo spazio, stanza, studio, atelier individuale come condiviso d’artista che sia, luogo comunque dedicato e circoscritto alla concentrazione della mente capace di produrre una qualsivoglia forma di creazione autonoma, diventa in automatico testimonianza e tassello, se non addirittura contenitore, di storie e percorsi unici e irripetibili, tanto per chi ne è anima e protagonista che per chi ne gode dal difuori, come semplice spettatore. Sempre di più, infatti, negli ultimi tempi si è diffusa l’iniziativa denominata “studio aperto”, vale a dire stabilire giornate di visita condivisa agli atelier di artisti contemporanei che, insieme o meno a gallerie private e istituzioni pubbliche, decidono di promuovere la conoscenza di questa importantissima faccia della medaglia, consentendo al visitatore di addentrarsi nel sancta sanctorum di chi l’arte la vive, la combatte e la interpreta ogni giorno. Con gli alti e i bassi della vita, come tutti, ma con, forse, una consapevolezza, un’urgenza e una responsabilità in più.
La stessa che avverte Marianna Galati, giovane rappresentante della Scuola Pontina, nella precisa scelta di trasformare il cubo fluorescente del MadLab alla Raccolta Manzù, giunto al terzo appuntamento, nella proiezione della sua “stanza” fisica e mentale, là dove si addensano sul tavolo barattoli di colore, pennelli e proiezioni oniriche.
La medesima urgenza, ad un secolo esatto di distanza, che attanagliava il de Pisis rendendolo oggetto di meraviglia e caposcuola ai metafisici, tra le pareti della sua wunderkammer ferrarese, dove frammenti, conchiglie, preziosità, ricordi erano collezionati e conservati per l’archiviazione mentale, scrigno e preludio alla stessa creatività del gioco dell’arte.
E così Marianna conta e riconta, gioca e scompone l’immagine standard - e quindi icona, o simbolo archetipico - della Barbie bionda dai lunghi occhi felini e luminosi, citando, in una pittura post-postmodern, dalla tecnica virtuosamente emulsionata, reminiscenze di un’archeologia popdel secolo scorso, e, insieme, ritrovando in uno, dieci, cento pezzetti di specchio dell’interiorità infranta, in tutti e in nessuno, la luce inimitabile dello sguardo di Ofelia, l’unica, in quella babele di rimandi e analogie, a riprodurre le sue sembianze di bruna.
Cos’è, allora, cosa diventa la wunderkammerricostruita nel bosco del Manzù, se non un processo di autoanalisi al femminile che, tramite la dispersione e la diffusione di un’icona del bello esteriore, troppo spesso esaltata nella mera apparenza, riconduce alla chiave della questione esistenziale del singolo, coincidente con il simulacro di Ofelia, eroina e simbolo di amore, follia e morte, la stessa bruna Marianna? Gli occhi, specchio dell’anima, sono tuttavia sempre i suoi, e la loro intensa luce ci rischiara.
Marcella Cossu
La stessa che avverte Marianna Galati, giovane rappresentante della Scuola Pontina, nella precisa scelta di trasformare il cubo fluorescente del MadLab alla Raccolta Manzù, giunto al terzo appuntamento, nella proiezione della sua “stanza” fisica e mentale, là dove si addensano sul tavolo barattoli di colore, pennelli e proiezioni oniriche.
La medesima urgenza, ad un secolo esatto di distanza, che attanagliava il de Pisis rendendolo oggetto di meraviglia e caposcuola ai metafisici, tra le pareti della sua wunderkammer ferrarese, dove frammenti, conchiglie, preziosità, ricordi erano collezionati e conservati per l’archiviazione mentale, scrigno e preludio alla stessa creatività del gioco dell’arte.
E così Marianna conta e riconta, gioca e scompone l’immagine standard - e quindi icona, o simbolo archetipico - della Barbie bionda dai lunghi occhi felini e luminosi, citando, in una pittura post-postmodern, dalla tecnica virtuosamente emulsionata, reminiscenze di un’archeologia popdel secolo scorso, e, insieme, ritrovando in uno, dieci, cento pezzetti di specchio dell’interiorità infranta, in tutti e in nessuno, la luce inimitabile dello sguardo di Ofelia, l’unica, in quella babele di rimandi e analogie, a riprodurre le sue sembianze di bruna.
Cos’è, allora, cosa diventa la wunderkammerricostruita nel bosco del Manzù, se non un processo di autoanalisi al femminile che, tramite la dispersione e la diffusione di un’icona del bello esteriore, troppo spesso esaltata nella mera apparenza, riconduce alla chiave della questione esistenziale del singolo, coincidente con il simulacro di Ofelia, eroina e simbolo di amore, follia e morte, la stessa bruna Marianna? Gli occhi, specchio dell’anima, sono tuttavia sempre i suoi, e la loro intensa luce ci rischiara.
Marcella Cossu
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