Dal 6 marzo al 24 aprile
Il segno che diventa vita. Hokusai alla Galleria Elena Salamon di Torino
Katsushika Hokusai, Tramonto sul ponte Ryōgoku dall'argine Onmaya, Xilografia a colori, (Trentasei vedute del monte Fuji), 1830–31 circa
Samantha De Martin
17/02/2026
Torino - C’è un motivo se Hokusai scelse come ultimo nome d’arte Gakyō rōjin Manji, il “vecchio pazzo per il disegno”.
Prende avvio dalla filosofia che sta dietro questo nome d’arte, che racchiude la dedizione assoluta di un uomo che ha cercato per tutta la vita la perfezione e la verità anche in una singola linea, la mostra che la Galleria Elena Salamon dedica al maestro dei mondi fluttuanti.
Dal 6 marzo al 24 aprile lo spazio di piazzetta IV marzo con il percorso “Hokusai. Il segno che diventa vita” accoglierà oltre 180 xilografie originali di Katsushika Hokusai che testimoniano la profonda rivoluzione culturale suscitata dall’arrivo in Europa delle sue opere.
Approdata inizialmente in Europa in modo fortuito come materiale da imballaggio per le porcellane, la produzione del genio giapponese catturò l’attenzione di artisti del calibro di Monet, Degas, Gauguin, Van Gogh e Whistler. I maestri occidentali rimasero a tal punto incantati di fronte a quelle visioni da trarne una libertà compositiva e una sintesi formale capaci di trasformare radicalmente il corso della storia dell’arte moderna.
Oggi, a distanza di due secoli, l'influenza del maestro che ha gettato un ponte tra il mondo orientale e quello occidentale resta vitale, come risulta evidente dai manga contemporanei e dal design, dalla moda di Kenzo, dal tatuaggio, dalla grafica digitale. In mostra le due xilografie policrome dalla serie Tour delle cascate in varie province (Shokoku Taki Meguri, 1832-1834 circa), con la loro intensità cromatica affiancano Il demone Hannya che ride (Warai Hannya, 1831), uno dei capolavori più rari dell’intera produzione di Hokusai. Con il ghigno sardonico, le corna sporgenti e gli artigli affilati, l’immagine descrive lo spirito vendicativo femminile dello Hannya, nato dalla gelosia e trasformato in una creatura terrificante.

Katsushika Hokusai, Il fantasma che ride, Warai Hannya, Xilografia a colori - Serie: Hiyaku monogatari (I cento racconti sui fantasmi),1831 circa
Se le otto stampe dalla serie nota come Piccola Tokaido (Tokaido Gojusan-eki), qui presenti in esemplari di epoca Meiji, testimoniano la prima stagione creativa, una stampa policroma dalle celebri Trentasei vedute del monte Fuji, (Fugaku Sanjūrokkei, 1830-1832) racconta la consacrazione di Hokusai alla fama internazionale. E ancora le Cento vedute del monte Fuji (Fugaku Hyakkei, 1834-1835 circa) - 102 stampe in tre toni di grigio, considerate tra i vertici della produzione dell’artista - si affiancano alle 55 xilografie dalla raccolta Trasmettere lo spirito, rivelare la forma delle cose attraverso un sol colpo di pennello (Denshin kaishu Ippitsu gafu, 1823), che incanta con la freschezza dei toni raffinati di turchese e rosa intenso. Il titolo stesso esprime l’intera filosofia di Hokusai: la convinzione che l’arte debba andare oltre la semplice riproduzione della realtà per catturare l’energia vitale di ogni soggetto. Anche Van Gogh in una lettera al fratello Theo del 1888 testimoniava come il fascino di Hokusai fosse racchiuso «nella capacità di rimuovere il superfluo per far risplendere l’essenziale».
Chiudono la rassegna tre volumi completi della trilogia Guerrieri Illustrati di Cina e Giappone (Wakan ehon sakigake, 1836), xilografie in bianco e nero in cui Hokusai infonde una vitalità straordinaria alle figure dei leggendari eroi della tradizione.
«Fu mia nonna - dichiara la curatrice Elena Salamon - a trasmettermi l’amore per Hokusai. Dirigendo la prima galleria al femminile della città, nel 1969 introdusse per prima le stampe giapponesi a Torino. Mi insegnò a cogliere la semplicità essenziale e la poesia di Hokusai, espressa in un linguaggio universale capace di emozionare attraverso i secoli. Questa mostra riunisce esemplari acquisiti negli anni, creando un percorso attraverso i momenti più significativi della sua produzione».
Produzione che lo accompagnò il maestro fino all’ultimo istante quando, all’età di 89 anni, con quell'umiltà che guida il segreto della sua grandezza, disse: «Se il cielo mi avesse concesso altri dieci anni di vita, o anche cinque, sarei potuto diventare un vero artista».
La mostra si inserisce nel panorama culturale torinese del 2026, offrendo al pubblico la possibilità di ammirare dal vivo opere normalmente accessibili solo nei grandi musei internazionali.
Prende avvio dalla filosofia che sta dietro questo nome d’arte, che racchiude la dedizione assoluta di un uomo che ha cercato per tutta la vita la perfezione e la verità anche in una singola linea, la mostra che la Galleria Elena Salamon dedica al maestro dei mondi fluttuanti.
Dal 6 marzo al 24 aprile lo spazio di piazzetta IV marzo con il percorso “Hokusai. Il segno che diventa vita” accoglierà oltre 180 xilografie originali di Katsushika Hokusai che testimoniano la profonda rivoluzione culturale suscitata dall’arrivo in Europa delle sue opere.
Approdata inizialmente in Europa in modo fortuito come materiale da imballaggio per le porcellane, la produzione del genio giapponese catturò l’attenzione di artisti del calibro di Monet, Degas, Gauguin, Van Gogh e Whistler. I maestri occidentali rimasero a tal punto incantati di fronte a quelle visioni da trarne una libertà compositiva e una sintesi formale capaci di trasformare radicalmente il corso della storia dell’arte moderna.
Oggi, a distanza di due secoli, l'influenza del maestro che ha gettato un ponte tra il mondo orientale e quello occidentale resta vitale, come risulta evidente dai manga contemporanei e dal design, dalla moda di Kenzo, dal tatuaggio, dalla grafica digitale. In mostra le due xilografie policrome dalla serie Tour delle cascate in varie province (Shokoku Taki Meguri, 1832-1834 circa), con la loro intensità cromatica affiancano Il demone Hannya che ride (Warai Hannya, 1831), uno dei capolavori più rari dell’intera produzione di Hokusai. Con il ghigno sardonico, le corna sporgenti e gli artigli affilati, l’immagine descrive lo spirito vendicativo femminile dello Hannya, nato dalla gelosia e trasformato in una creatura terrificante.

Katsushika Hokusai, Il fantasma che ride, Warai Hannya, Xilografia a colori - Serie: Hiyaku monogatari (I cento racconti sui fantasmi),1831 circa
Se le otto stampe dalla serie nota come Piccola Tokaido (Tokaido Gojusan-eki), qui presenti in esemplari di epoca Meiji, testimoniano la prima stagione creativa, una stampa policroma dalle celebri Trentasei vedute del monte Fuji, (Fugaku Sanjūrokkei, 1830-1832) racconta la consacrazione di Hokusai alla fama internazionale. E ancora le Cento vedute del monte Fuji (Fugaku Hyakkei, 1834-1835 circa) - 102 stampe in tre toni di grigio, considerate tra i vertici della produzione dell’artista - si affiancano alle 55 xilografie dalla raccolta Trasmettere lo spirito, rivelare la forma delle cose attraverso un sol colpo di pennello (Denshin kaishu Ippitsu gafu, 1823), che incanta con la freschezza dei toni raffinati di turchese e rosa intenso. Il titolo stesso esprime l’intera filosofia di Hokusai: la convinzione che l’arte debba andare oltre la semplice riproduzione della realtà per catturare l’energia vitale di ogni soggetto. Anche Van Gogh in una lettera al fratello Theo del 1888 testimoniava come il fascino di Hokusai fosse racchiuso «nella capacità di rimuovere il superfluo per far risplendere l’essenziale».
Chiudono la rassegna tre volumi completi della trilogia Guerrieri Illustrati di Cina e Giappone (Wakan ehon sakigake, 1836), xilografie in bianco e nero in cui Hokusai infonde una vitalità straordinaria alle figure dei leggendari eroi della tradizione.
«Fu mia nonna - dichiara la curatrice Elena Salamon - a trasmettermi l’amore per Hokusai. Dirigendo la prima galleria al femminile della città, nel 1969 introdusse per prima le stampe giapponesi a Torino. Mi insegnò a cogliere la semplicità essenziale e la poesia di Hokusai, espressa in un linguaggio universale capace di emozionare attraverso i secoli. Questa mostra riunisce esemplari acquisiti negli anni, creando un percorso attraverso i momenti più significativi della sua produzione».
Produzione che lo accompagnò il maestro fino all’ultimo istante quando, all’età di 89 anni, con quell'umiltà che guida il segreto della sua grandezza, disse: «Se il cielo mi avesse concesso altri dieci anni di vita, o anche cinque, sarei potuto diventare un vero artista».
La mostra si inserisce nel panorama culturale torinese del 2026, offrendo al pubblico la possibilità di ammirare dal vivo opere normalmente accessibili solo nei grandi musei internazionali.
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