450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Dopo la retrospettiva del Musée d’Art Moderne de Paris, conclusa il 2 agosto, Lee Miller torna protagonista in Italia. Dal 10 ottobre il Museo Civico San Domenico di Forlì riunisce oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives.

Piero Muscarà
formato sconosciuto

Dopo Eve Arnold e Letizia Battaglia, sarà Lee Miller la protagonista dell’autunno fotografico del Museo Civico San Domenico di Forlì. Dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives comporranno il percorso di Lee Miller. Opere 1930-1955, la mostra curata da Walter Guadagnini che attraversa venticinque anni di lavoro della fotografa americana, dal surrealismo alla moda, dalla guerra all’ultimo capitolo della sua attività.

L’appuntamento forlivese arriva quasi in continuità con la grande retrospettiva dedicata a Miller dal Musée d’Art Moderne de Paris, conclusa lo scorso 2 agosto dopo aver riunito circa 250 fotografie. Un passaggio importante nella riscoperta internazionale di un’autrice la cui notorietà è stata a lungo alimentata anche da una biografia fuori dall’ordinario: modella, fotografa, compagna di Man Ray, amica di Picasso, corrispondente di guerra, testimone della liberazione dei campi di concentramento. Una successione di esperienze tanto potente da rischiare, talvolta, di mettere in secondo piano le fotografie.

Forlì parte proprio da queste. E dagli anni in cui Miller cambia continuamente luoghi, ambienti e soggetti senza smettere di sperimentare. Nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello Stato di New York, alla fine degli anni Venti arriva a Parigi con l’intenzione di diventare fotografa. Si presenta a Man Ray e riesce a entrare nel suo studio. È l’inizio di un rapporto professionale e sentimentale, ma soprattutto di una stagione decisiva. Nel giro di tre anni Miller passa dal ruolo di modella e assistente a quello di autrice, partecipa alle sperimentazioni sulla solarizzazione e frequenta il gruppo surrealista. Picasso, Max Ernst e Paul Éluard fanno parte del suo mondo, così come Eileen Agar, Leonora Carrington e Dorothea Tanning.

Sono anni rapidi. Tra il 1929 e il 1932 realizza fotografie come Impasse des Deux Anges, Exploding Hand e Coiffure, esposte a Forlì, lavora nella moda e compare nel film di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Poi riparte. Torna negli Stati Uniti, apre uno studio a New York, fotografa personaggi del cinema e dell’alta società e collabora con “Vogue”. Quando quella carriera sembra ormai avviata, cambia nuovamente scenario.

Nel 1934 sposa l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce al Cairo. Lontana dai circoli parigini, Miller porta l’esperienza surrealista nel paesaggio. Porte, reti, aperture e frammenti di architettura diventano dispositivi attraverso i quali guardare lo spazio. Nasce in questi anni Portrait of Space, tra le sue fotografie più conosciute e tra quelle presenti al San Domenico: un’immagine che sembra anticipare alcune soluzioni di René Magritte e che mostra quanto il surrealismo, per Miller, fosse ormai soprattutto un modo di vedere.

Nel 1937 è di nuovo in Europa. Ritrova gli amici di Parigi, conosce Roland Penrose e alla vigilia della Seconda guerra mondiale si stabilisce con lui in Inghilterra. A Londra continua a lavorare per “Vogue”, ma la guerra entra inevitabilmente nelle pagine della rivista. Miller fotografa la capitale durante i bombardamenti, gli abiti e le maschere antigas, la vita che continua tra le macerie. In Fire Masks l’equipaggiamento antincendio trasforma due figure in presenze quasi aliene: il surrealismo non è più cercato nello studio, emerge dalla realtà.

Presto Londra non le basta. Miller ottiene l’accredito come corrispondente e segue l’avanzata alleata sul continente. Fotografa Saint-Malo, l’Europa distrutta, la Germania nazista al collasso e i campi di concentramento liberati. Sono le immagini che segnano in modo definitivo la sua carriera e la sua vita. Anche i servizi pubblicati da “Vogue” cambiano natura: accanto alle fotografie compaiono i suoi testi, testimonianza di una capacità di scrittura che il percorso forlivese mette in evidenza attraverso la riproduzione delle pagine originali della rivista.

A questa stagione appartiene anche la fotografia destinata a diventare quasi inseparabile dal suo nome. Alla fine di aprile del 1945 Miller entra con David E. Scherman nell’appartamento di Hitler a Monaco. Scherman la fotografa nella vasca da bagno del Führer, con gli scarponi sporchi appoggiati sul tappetino e un ritratto di Hitler sul bordo della vasca. È una delle immagini-simbolo della fine della guerra, ma anche una delle ragioni per cui la figura di Miller ha finito talvolta per coincidere con i propri episodi biografici più spettacolari.

La mostra non si ferma qui. Il dopoguerra conduce verso una fotografia diversa e progressivamente più privata. Miller si stabilisce con Penrose nella campagna del Sussex e Farley Farm diventa un punto d’incontro per amici, artisti e intellettuali. Passano di lì Max Ernst, Saul Steinberg, Alfred H. Barr Jr., Renato Guttuso e il giovane Richard Hamilton. La macchina fotografica registra incontri, scherzi e piccole messe in scena, mentre il lavoro professionale si dirada fino quasi a scomparire.In mezzo c’è anche l’Italia. Miller fotografa la Biennale di Venezia, incontra e ritrae Peggy Guggenheim e Giorgio Morandi, mentre in Sicilia realizza alcuni degli ultimi servizi di moda della sua carriera. Un capitolo meno noto che la mostra di Forlì recupera nel tratto finale del percorso, prima che la fotografa scelga sostanzialmente di uscire di scena.
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