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A più di 2000 anni dal naufragio, un cumulo di anfore sul fondo del mare ha attratto l’attenzione di un apneista. Cosa sono in grado di raccontarci? 

Francesca Grego
formato sconosciuto

Un tuffo nel blu… e negli abissi del tempo. Si deve alle immersioni di un apneista la scoperta archeologica dell’estate: il relitto di una nave di epoca romana sepolto da oltre duemila anni nei fondali al largo di Mazara del Vallo, in Sicilia, con un enorme carico di anfore usate per il trasporto del vino. Il ritrovamento è stato confermato da un sopralluogo congiunto dei Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) di Palermo, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dal Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina, durante il quale è stato realizzato il rilievo tridimensionale del sito per studiare il relitto senza alterarne il contesto. 

Nel prossimo futuro la nave e il suo carico saranno oggetto di nuove attività di documentazione e approfondimento, per ricostruire con precisione le dimensioni dell’imbarcazione, la natura delle merci trasportate e le dinamiche del naufragio. Sono in programma la mappatura dettagliata del fondale, l’analisi tipologica e cronologica dei reperti ed eventuali interventi di recupero selettivo, sempre rispettando l’integrità del giacimento. “È una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”, ha commentato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli: “Il mare continua a restituirci frammenti preziosi della nostra storia e il relitto di Mazara del Vallo ci parla degli uomini, delle rotte e degli scambi che fecero del Mediterraneo un crocevia di civiltà. La ricerca proseguirà per svelarne la storia e consegnarla alla collettività”. 
Fondamentale, inoltre, sarà predisporre misure che garantiscano la tutela del sito nel tempo: la profondità moderata a cui si trova lo rende accessibile, e perciò vulnerabile. 


Courtesy Ministero della Cultura

Quando lo scandaglio ha segnalato qualcosa di strano sul fondale,  agli occhi del campione di pesca in apnea Giacomo De Mola è apparsa una massa scura, simile a un grosso scoglio. Ma l’apneista ha voluto vederci chiaro e si è immerso fino a 46 metri di profondità, scorgendo finalmente un’enorme distesa di anfore, lunga circa 21 metri, larga sei e alta quasi due. Secondo le prime valutazioni, il relitto potrebbe essere datato tra il II e il I secolo avanti Cristo. Le anfore sono del tipo conosciuto come Dressel 1A, usate di solito per il trasporto del vino, ma sembra siano stati riconosciuti anche recipienti di tipo Lambroglia 2, anfore nordafricane e un’anfora neopunica: indizi che aiuteranno gli archeologi a ricostruire le attività e le rotte della nave. Sul fondale sono stati ritrovati anche due ceppi d’ancora in piombo e un’altra struttura metallica, la cui funzione dovrà essere chiarita dalle prossime indagini. 


Il valore della scoperta risiede soprattutto nel ritrovamento dell’intero carico della nave oneraria romana, ancora distribuito sul fondale: un insieme capace di raccontare molto di più rispetto a reperti isolati. Una volta individuate la provenienza delle merci trasportate e la rotta dell’imbarcazione, il suo studio potrebbe fornire elementi preziosi per ricostruire le rotte del commercio nel Mediterraneo antico e il ruolo della Sicilia occidentale nei traffici marittimi dei Romani in età repubblicana. 


Courtesy Ministero della Cultura
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