L’autunno di Palazzo Reale inaugura con un ambizioso progetto in collaborazione con la Fundaciò Gala-Salvador Dalì.
Fin da bambino
Salvador Dalì era affascinato dagli abiti, per l’artista in erba un essenziale strumento di costruzione della propria identità. In seguito una creatività vulcanica e refrattaria ai confini tra le arti l’avrebbe condotto a collaborare con stilisti come Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Christian Dior, Paco Rabanne. Nelle sue opere abiti e accessori hanno spesso un ruolo centrale, dai dipinti alle performance, mentre manichini, parti anatomiche staccate dal corpo, gioielli a forma di labbra, occhi, mani popolano il suo immaginario surrealista. E che dire dei look eccentrici con cui Dalì ha definito la propria immagine? Per l’artista catalano arte, corpo, moda, identità, spettacolo sono parti di un’unica, inesauribile invenzione della realtà.
Lo racconta da oggi a Palazzo Reale
Dalì e la Moda, prima grande mostra completamente dedicata a questo tema, attraverso oltre 200 opere tra dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, oggetti e filmati, molte delle quali mai esposte in Italia. Arrivano dalla
Fundaciò Gala-Salvador Dalì di Figueres, che ha collaborato alla realizzazione del progetto, dal Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida, e dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, oltre che dagli archivi delle maison Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne. “È una mostra che ci invita alla scoperta di Salvador Dalí da un nuovo punto di vista della sua cosmogonia. Non esiste un Dalí artista e un Dalí stilista, solo un artista totale in grado di lasciare il suo segno ovunque fosse possibile. Come i maestri del Rinascimento, come Leonardo o come Michelangelo”, affermano la direttrice del Museo Dalì di Figueres
Montse Aguer e la vice direttrice
Laura Bartolomé, rispettivamente coordinatrice scientifica e curatrice dell’esposizione.
Denise Bellon, Salvador Dalí with a mannequin at the Exposition internationale du Surréalisme in Paris, 1938. Vintage gelatin silver print, 23.8 x 26 cm. Fundació Gala- Salvador Dalí, Figueres © Denise Bellon / akg-images © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026È questo il punto di partenza del progetto, che ha l’ambizioso obiettivo di esplorare il rapporto di Dalì con la moda nelle sue numerose sfaccettature. In mostra troviamo il guardaroba di un artista volutamente bizzarro, dai capi quotidiani – si fa per dire - ai costumi per le performance, e diversi dipinti in cui Dalì rappresenta gli abiti con estrema precisione: alcuni di questi possono essere ammirati a confronto con i loro corrispettivi reali, esposti su busti sartoriali.
Tipicamente surrealista è
l’interesse di Dalì verso il corpo, al centro di un’altra fondamentale sezione allestita a Palazzo Reale. Già negli anni Venti, prima dell’ingresso dell’artista nel movimento, teste, occhi, mani, dita, seni e torsi staccati dai corpi ne popolano i dipinti, dove trovano posto in accostamenti apparentemente incongrui.
Il manichino, figura centrale della cultura moderna e della rappresentazione surrealista, diventa corpo perturbante, sospeso tra oggetto e individuo, tra desiderio e artificio. Una ricerca che prosegue nei gioielli disegnati a partire dal 1949, conservati presso la Fundació Gala- Salvador Dalí ed esposti in Italia per la prima volta dalla loro acquisizione nel 1999: oggetti preziosi che assumono la forma di occhi, labbra, mani e che, una volta indossati, trasformano il corpo di chi li possiede in una nuova opera d’arte.
Salvador Dalí, Figure. Barcelona Mannequin, 1926, Oil on canvas, 198 x 148 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026Fondamentale è il capitolo dedicato alle
collaborazioni con il mondo della moda, per l’artista un regno di sogno:
Dream Fashions recita nel 1935 il titolo di una delle prime illustrazioni firmate dall’artista per
Harper’s Bazaar. Un anno dopo l’incontro con
Elsa Schiaparelli avrebbe aperto la strada a una delle più prolifiche e influenti alleanze tra arte e moda del XX secolo, foriera di abiti, accessori, gioielli, costumi, tessuti, illustrazioni, campagne pubblicitarie. L’eredità di questo sodalizio è ancora viva nelle creazioni di molti stilisti contemporanei, presentate nel percorso della mostra. La moda diventa un’estensione della poetica di Dalí: il vestito non serve più soltanto a vestire il corpo, ma a modificarne la percezione, a introdurre elementi perturbanti, ironici, erotici e fantastici nella realtà quotidiana. Ne abbiamo un celebre esempio in una fotografia di
Cecil Beaton che ritrae Wallis Simpson con l’
Abito Aragosta, pubblicata da
Vogue in occasione del suo matrimonio con il Duca di Windsor.
Anche il teatro ha i suoi debiti con Dalì. Nel 1939 l’artista collabora con
Coco Chanel per i costumi di
Bacchanale dei
Ballets Russes di Montecarlo, ispirati ai sogni di Ludovico II di Baviera, per il quale realizza anche le scenografie e il libretto: un’opera d’arte totale che fonde senza soluzione di continuità pittura, moda, teatro e danza. Nel ’51, invece, sarà a Venezia con
Christian Dior e il giovane
Pierre Cardin al Bal Orientale di Palazzo Labia. Creeranno per sé e per gli amici costumi sospesi tra l’immaginario carnevalesco e quello surrealista: un incanto fatto di maschere, mantelli, argenti e merletti che ha continuato a lungo a riecheggiare nelle collezioni della maison e nella moda contemporanea. Ed è un altro giovane stilista,
Paco Rabanne, ad accompagnare Dalì nei territori della performance. Nel 1966 la prima collezione di Rabanne -
Gli abiti impossibili da indossare - introduce nella moda dischi e placche in plastica e metallo, trasformando i vestiti in sculture e strutture architettoniche. L’istrionico artista ne riconosce la portata innovativa e la integra in performance che porterà in giro tra Cadaqués, Barcellona e Parigi: a volte è lui stesso a dipingere in grandi bolle di plastica, mentre il colore invade gli abiti delle modelle e i suoi.
Salvador Dalí, Singularities, c.1935. Oil and collage on board, 40,5 x 50 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 202