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Riaprirà parzialmente per Natale la residenza ispirata ai palazzi imperiali di Roma, un unicum nel contesto vesuviano. Intanto si indaga sulla cosiddetta Villa di Cicerone, scavata e reinterrata nel Settecento. 

Francesca Grego
formato sconosciuto

Quattro piani costruiti in posizione panoramica sulle antiche fortificazioni, sale adorne di affreschi e mosaici, ampie finestre affacciate sul golfo con infissi in legno e vetro, un dedalo di scale, passaggi, corridoi: doveva apparire così prima dell’eruzione del 79 d.C. la Casa di Marco Fabio Rufo, una lussuosa villa urbana ispirata direttamente ai palazzi imperiali di Roma. Da quasi cinquant’anni la più vasta residenza dell’antica Pompei è inaccessibile, ma un ambizioso intervento di restauro fa ben sperare. I lavori sono già in corso ed entro Natale, anticipa il direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel, è in cantiere una parziale riapertura destinata a gruppi di visitatori accompagnati.  

A finanziare interamente il restauro del valore di 1 milione e 462 mila euro sarà l’azienda privata PompeiAR, di proprietà dell’imprenditore tedesco Frank Hoefer, nato nella Germania del Sud, che ha contattato spontaneamente il Parco. “Sono stato a Pompei per la prima volta nel 1974, all’età di 16 anni, e ho immediatamente percepito il fascino della città antica, che racconta un modello di vita sociale al quale, per certi aspetti, siamo molto vicini e per altri molto lontani”, osserva Hoefer: “Chi visita le case con occhio attento viene ricompensato da infiniti dettagli tratti dalla vita quotidiana, dall’arte e dal saper fare antico. Restaurare la spettacolare dimora di Marco Fabio Rufo, chiusa dal 1980, e renderla accessibile al pubblico è un progetto che trovo appassionante. Anche perché ho l’impressione che a Pompei ci sia una grande apertura verso modelli innovativi di tutela e fruizione. Ma per attuare i progetti del Parco servono altri sostenitori e vorrei aiutare a trovarli”. 


Courtesy Parco Archeologico di Pompei

Dopo i lavori di scavo e messa in sicurezza realizzati nel biennio 2021-2023, attualmente i restauratori sono all’opera sugli affreschi della villa, tra i quali spicca la celebre Venere di Pompei, racchiusa in una sorta di cappella dedicata. Costruita sulle antiche mura difensive della città, la Casa di Marco Fabio Rufo ha restituito anche i corpi di tre vittime dell’eruzione del 79, sorprese dalla furia del Vesuvio mentre cercavano di mettersi in salvo attraverso le scale. Con le adiacenti domus del Bracciale d’oro e di Castricio, la dimora dà vita a una struttura architettonica piuttosto elaborata. Lavorando sul progetto di valorizzazione del complesso, ha spiegato il direttore 
Zuchtriegel, “facciamo leva anche sulla tecnologia digitale per far comprendere la complessità di questo labirinto incredibile che è la casa di Marco Fabio Rufo: a volte si ha l’impressione di essere in un palazzo ottocentesco di Napoli, invece è una casa romana di 2000 anni fa”.
Ma chi era il proprietario di cotanta magione? Probabilmente un magistrato in servizio a Pompei, oppure un liberto della casa imperiale. Certamente disponeva di immense ricchezze, tali da poter disporre di una dimora senza eguali in città.   


Courtesy Parco Archeologico di Pompei

Intanto un’altra celebre residenza pompeiana torna sotto la lente degli archeologi. Si tratta della cosiddetta “Villa di Cicerone”, dalla quale provengono alcuni dei tesori più preziosi del MANN, ma che in realtà non ha nulla a che vedere con lo scrittore latino. Durante i primi scavi compiuti a Pompei nel Settecento, l’edificio fu esplorato in lungo e in largo attraverso un sistema di crateri, trincee, gallerie, e poi svuotato dai reperti significativi. Infine fu interrato e dimenticato: sotto una verde collina coperta di viti e alberi da frutta giacerebbe ora la più vasta e sontuosa tra le ville suburbane della colonia, a giudicare dalle planimetrie e dai diari degli archeologi settecenteschi. Ma non tutto il male vien per nuocere: anche così la dimora rappresenta “una riserva archeologica unica”, spiega Zuchtriegel, e studiarne la struttura “è l’unica possibilità che ci rimane per capire fino in fondo il metodo di scavo dei Borbone”. 
“Comprendere la Villa di Cicerone - prosegue il direttore - significa risolvere un giallo che riguarda quasi tutta la città antica di Pompei: troviamo le tracce delle prime esplorazioni un po’ ovunque, ma quasi mai abbiamo notizie storiche che ci aiutino a capire cosa esattamente sia successo e quando”. Un primo passo è stato fatto grazie a un progetto realizzato dal Parco Archeologico in collaborazione con l’Università del New Hampshire e l’Università del Texas ad Austin: indagini geofisiche non invasive hanno rivelato che i resti architettonici della villa sono notevolmente più estesi rispetto a quanto ipotizzato in passato. Sarà necessario scavare per risolvere l’enigma?  


Courtesy Parco Archeologico di Pompei

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