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Una grande mostra internazionale racconta Van Dyck tra Anversa, Genova e Londra, tra identità, potere e visione europea.

Eleonora Zamparutti
formato sconosciuto

A Genova è arrivata una mostra importante non solo per l’ampiezza dei prestiti e per la qualità delle opere riunite, ma perché sceglie di raccontare Anton Van Dyck (1599 - 1641) nel modo più giusto: come un artista europeo. "Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra", a Palazzo Ducale dal 20 marzo al 19 luglio 2026, presenta circa sessanta opere e costruisce il suo percorso attorno a tre città decisive — Anversa, Genova e Londra — mettendo in evidenza come il pittore abbia saputo trasformare il proprio linguaggio a contatto con ambienti politici, sociali e culturali diversi.

Si potrebbe obiettare che una mostra sui ritratti di Van Dyck non abbia un aggancio immediato con il dibattito culturale più acceso del presente. Ed è vero. Eppure proprio qui sta uno dei suoi aspetti più interessanti. Nell’epoca del selfie, dell’immagine continuamente costruita, filtrata, offerta allo sguardo degli altri, tornare a Van Dyck significa tornare a un maestro che del ritratto ha saputo fare molto più di una celebrazione di rango. Nei suoi volti ci sono malinconia, fierezza, vulnerabilità, distanza, grazia, inquietudine. Se fosse un artista contemporaneo, forse userebbe la fotografia; ma il punto resterebbe lo stesso: dare forma non solo all’aspetto di una persona, bensì all’idea che quella persona vuole lasciare di sé nel mondo.


Anton van Dyck, Ritratto di Lord John Belasyse, 1636, olio su tela, Courtesy © Galleria BKV

È questo che rende ancora attuale la sua pittura. Van Dyck capisce i desideri della classe aristocratica che ritrae, ne interpreta i sogni, ne traduce le ambizioni in immagine. Ma non si limita a nobilitare i suoi committenti: li inserisce dentro un’atmosfera, dentro una temperatura emotiva. Assorbe la moda, il gusto, il linguaggio visivo delle città in cui vive. Cambia la pennellata, cambia il tono, cambia il respiro dell’immagine. E tuttavia resta sempre riconoscibile. La mostra insiste giustamente su questa simbiosi tra artista e città, mostrando come Van Dyck sia stato plasmato da Anversa, da Genova e infine da Londra, dove avrebbe dato alla corte di Carlo I un volto destinato a diventare memorabile.

VAI ALLA GALLERIA IMMAGINI: "Van Dyck, il pittore che conquistò l’Europa"

Il taglio curatoriale internazionale è uno dei meriti maggiori dell’esposizione. Mettere Genova in relazione con Londra e con Anversa non è solo un modo efficace per raccontare la biografia artistica del pittore: è anche una scelta culturale opportuna, perfino necessaria, in un momento storico in cui l’idea stessa d’Europa viene rimessa in discussione. La mostra ricorda che esiste una storia europea fatta di circolazione di artisti, opere, committenze, idee e sensibilità. E ricorda anche che la Genova del Seicento — quel “secolo dei genovesi” di cui parlava Braudel — era pienamente dentro questa rete: città finanziaria, città-mondo, città capace di parlare con i centri nevralgici del continente.


Anton van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?) © The National Gallery, London

Non a caso i prestiti arrivano da istituzioni di primissimo piano, dal Louvre al Prado, dalla National Gallery agli Uffizi, e danno forza concreta a questa visione ampia, non municipale, della mostra. Dopo venticinque anni dall’ultima grande esposizione genovese su Van Dyck, quella del 1997, il ritorno dell’artista in città assume così il valore di una riaffermazione: Genova può ancora costruire relazioni culturali internazionali di alto livello attraverso le sue istituzioni.

Molto riuscita è anche la scelta di non chiudere il discorso entro le mura di Palazzo Ducale. La mostra dialoga con la città e con le sue collezioni permanenti, invitando il visitatore a proseguire l’esperienza nei musei genovesi dove Van Dyck, insieme all’altro fiammingo, Peter Paul Rubens, è ancora di casa. A Palazzo Reale si può vedere il Ritratto di Caterina Balbi Durazzo; ai Musei di Strada Nuova, a Palazzo Rosso, si incontrano il Ritratto di Paolina Adorno Brignole-Sale e Anton Giulio Brignole-Sale a cavallo; a Palazzo Spinola resta il toccante Ritratto di Ansaldo Pallavicino bambino, frammento di un’opera più ampia perduta nella sua interezza. È una vera messa a sistema del patrimonio cittadino, e questo è forse uno degli aspetti più lungimiranti dell’intero progetto.

Del resto Genova è stata decisiva per Van Dyck. Qui il giovane pittore, formatosi accanto a Rubens ad Anversa, trova un’aristocrazia singolare: non una nobiltà di antico sangue feudale, ma una nobiltà di censo, ricchissima, consapevole del valore politico dell’immagine, desiderosa di rappresentarsi con magnificenza. Ed è qui che il ritratto aristocratico raggiunge nella sua opera una delle forme più alte. Le dame genovesi, i giovani patrizi, i bambini delle grandi famiglie non sono solo belli: sono colti in una soglia sottile tra apparenza e interiorità. Van Dyck inventa per loro una lingua fatta di tessuti sontuosi, posture calibrate, simboli, ma anche di vibrazioni psicologiche che ancora oggi arrivano con immediatezza.


Anton van Dyck, Autoritratto, Rubenshuis, courtesy © Città di Anversa

La mostra si apre significativamente con l’autoritratto giovanile, eseguito quando l’artista aveva appena quindici o sedici anni: una soglia perfetta, quasi una dichiarazione di precocità e di coscienza di sé. Da lì il percorso si snoda per temi più che per cronologia, mettendo a confronto la produzione fiamminga, italiana e inglese. È una soluzione interessante, perché consente di vedere non solo come Van Dyck cambi nel tempo, ma come muti il suo “mood” a seconda della città, della committenza, della funzione delle opere. E consente anche di allargare lo sguardo oltre il solo ritratto: nella mostra trovano spazio una pala d’altare, i dipinti devozionali, i soggetti biblici, a restituire la complessità di un artista che troppo spesso viene ridotto al ruolo, pur eccelso, di ritrattista.

C’è poi un altro filo che merita di essere seguito: quello che riconduce da Genova alle Fiandre. Van Dyck appartiene a pieno titolo alla grande scuola fiamminga, e la sua vicenda resta inseparabile da quella di Rubens. Ad Anversa si formano il suo occhio e la sua mano; lì si comprende fino in fondo da dove venga quella capacità di tenere insieme teatralità e misura, splendore e concentrazione interiore. Nelle Fiandre il suo percorso può essere ancora letto attraverso luoghi e opere: l’Autoritratto del Rubenshuis di Anversa, il Christ Carrying the Cross nella chiesa di San Paolo, le opere conservate al KMSKA, ma anche i dipinti disseminati tra Mechelen, Dendermonde, Gand, Bruxelles, Bruges e Gent. È come se la mostra genovese trovasse nelle Fiandre il suo controcampo naturale: Genova racconta il momento in cui Van Dyck si fa pienamente europeo; le Fiandre ricordano da dove prende avvio questa avventura e quanto profondo resti, in lui, il dialogo con Rubens.

Anna Orlando, curatrice della mostra insieme a Katlijne Van der Stighelen, ha definito questa esposizione “una grande mostra”, di quelle che si facevano negli anni Novanta. La formula coglie qualcosa di vero, ma non va intesa in senso riduttivo o nostalgico. È una grande mostra per dimensione, certo, ma soprattutto per ambizione culturale: perché usa la forza attrattiva di Van Dyck per mettere in scena una Genova capace di guardare oltre se stessa, di riattivare il proprio bagaglio storico, di misurarsi con una dimensione europea. E perché prova, con intelligenza, a trasformare un evento in un invito a rileggere anche la città.

Resta infine una domanda, da porre con rispetto proprio perché lo sforzo compiuto è evidente e meritorio. Al di là della grandiosità un po’ anni Novanta che attirerà a Genova un pubblico vasto, che cosa resterà dopo la chiusura della mostra? Un bel catalogo bilingue, certamente, e non è poco. Ma quale potrà essere il motivo per tornare a Genova dopo la festa? In altre parole: quale posizionamento culturale vuole assumere la città nello scenario italiano? Ci sono città d’arte che devono difendere il proprio patrimonio dall'over tourism, città che hanno affidato la programmazione a fondazioni pubblico/privato capaci di costruire visioni riconoscibili, città che investono sulle fiere del contemporaneo. Genova, forte di una storia straordinaria e di collezioni che meritano molto più di una visita occasionale, potrebbe forse approfittare proprio di questa mostra per riflettere con maggiore nettezza sulla direzione da prendere. Non come motivo di polemica, ma come invito gentile a trasformare un successo espositivo in un percorso durevole. Perché una città come Genova, dopo Van Dyck, non dovrebbe semplicemente tornare ad aspettare il prossimo evento: dovrebbe semmai usare questa occasione per raccontare meglio, e più stabilmente, la propria idea di cultura.



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