450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE
Con Codex Seraphinianus il poeta del rap Rancore entra in rima nel libro più enigmatico del Novecento e nella casa romana che ne è lo specchio. Uno scrigno di sogni che forse domani chiuderà la porta. O forse prenderà il volo.
Piero Muscarà
formato sconosciuto
A due passi dal Pantheon c'è una porta che non dà su un appartamento ma apre un varco su un altro mondo. Luigi Serafini ci lavora dal 1987, dall'interno, come si scrive un libro che non finisce mai. Lui la chiama casa ontologica. Si potrebbe dire antologica, perché raccoglie tutti i mondi che ha sognato, a cominciare dal primo, quello del Codex Seraphinianus: un'enciclopedia di cose che non esistono, scritta in un alfabeto che non vuole dire nulla, come i libri dei grandi agli occhi di un bambino.
Il poeta Rancore ci arriva da un'amnesia. Il suo Tarek da colorare racconta a ritmo di rap un ritorno dallo Xenoverso senza ricordi e con una lingua da rifare, fatta di fanfole alla Maraini e di verbi che non esistono ancora. E' infatti giustamente ricorda "sto qualcosando". Era quasi inevitabile che approdasse in quella casa, dove la parola smette di significare e comincia a disegnare. E Tarek Iurcich lo ammette subito: davanti all'alfabeto di un Codex, "tradurlo è tradirlo".
Il tradimento, però, è bellissimo. Nel brano, scritto da Rancore e prodotto da Duffy e nella videoclip - sempre diretta da Rancore assieme a Maurizio Temporin che ne firma anche il montaggio - le tavole si animano una dopo l'altra: arcobaleni che a volte hanno un nodo, una coppia che nell'amplesso si fonde fino a lasciare nel letto un coccodrillo, una ciambella rosa che al microscopio brulica di coccinelle mentre al telescopio è il cosmo ad acciambellarsi. L'uovo e Pulcinella si contendono la precedenza, l'ordine si fa caos e la verità scappa fuori in un lapsus. Non è una spiegazione del Codex, è un modo di abitarlo, con la stessa serietà infantile con cui Serafini lo ha disegnato. Un Tarek da colorare dentro una casa colorata più volte: due universi che si riconoscono. Le parole non scorrono sullo schermo per farsi capire: la scena è delle opere di Serafini, tavole, dipinti, sculture, stanze, e le rime fanno da lanterna. Illuminano. Si entra nel Codex e ci si ritrova nella Domus senza accorgersi di aver varcato quella soglia.
Poi arrivano le parole con cui Rancore spiega. Parla chiaro, senza metafore, per evitare "inutili spargimenti di fragole". Il sangue diventa frutto, la cronaca favola, e ci ritroviamo in uno strawberry field immaginario, pronti a un altro viaggio. Forse.
Perché l'elefante nella stanza c'è, ed è grande come un mulino a vento. Il Sovrano Militare Ordine di Malta, proprietario dell'immobile, reclama il suo diritto inalienabile e ha ottenuto infine uno sfratto. L'ufficiale giudiziario suonerà al campanello di Casa Serafini il 23 ottobre 2026. Da una parte dei cavalieri nati nel Medioevo, dall'altra il dio dell'intangibile, in una giostra picaresca dove Serafini veste i panni di un irriducibile Don Chisciotte e noi - i suoi lettori, i suoi amici, i suoi non occasionali o improvvisati visitatori assieme ora anche ad un poeta che calza la maschera del livore nel nome ma ha la leggerezza di un sognatore che ritma le parole in quattro quarti - facciamo la parte di quel Sancho scudiero che lo accompagna. Sullo sfondo, un'Italia passatista - sovrintendenti, ministri, personalità della cultura tutte - che sa celebrare i suoi visionari solo post mortem, ma che davanti ad una casa che invece è vivissima e pronta a un nuovo salto non sa che dire. E infatti meglio rimanere in quieto e pensoso silenzio, in attesa degli eventi piuttosto che schierarsi. Solo Vittorio Sgarbi avrebbe potuto smuovere questa montagna di fraintendimenti che ci vuole portare alla inevitabile scena. Ora è però impegnato in ben altra battaglia e non potrà intervenire per dare a Luigi ciò che è di Luigi. Il riconoscimento che quella è un'opera d'arte da tutelare.
La Domus è un non luogo per eccellenza, un sogno non tanto incarnato quanto incapsulato. In cucina, sospesa a mezz'aria, c'è la sedia della nonna: una seduta impagliata dove nessuno può sedersi, se non un santo o un angelo. È forse l'opera più bella dentro il capolavoro della Domus Seraphiniana, ed è anche una promessa. Perché gli angeli, in Italia, le case le sanno portare in cielo. La leggenda vuole che abbiano sollevato la Casa di Nazareth e l'abbiano condotta a Tersatto, sopra Fiume, poi oltre l'Adriatico, fino a giungere a Loreto, dove infatti sorge una maestosa Basilica a ricordarlo. Nelle stesse Marche, poco più a sud lungo la costa, c'è Pedaso, il borgo dei giardini d'infanzia di Serafini, dove è iniziato tutto. Una porta che si chiude a Roma potrebbe riaprirsi lì. Ma anche altrove.
Rancore chiude il suo poema in musica con un rovesciamento: sembrava la realtà dei fatti, e invece è tutto vero. Il Codex ci ha insegnato a guardare il sogno con il rigore di un'enciclopedia, finché diventa più solido del reale. Resta da trovare chi saprà far decollare la casa senza perderne un grammo di meraviglia. 1,618 è una proporzione che solo un ingegnere di nome Berlucchi potrà far volare.