450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Da Leonardo a Michelangelo, da Tiziano a Durer, 100 opere raccontano come la bellezza e il suo opposto siano due facce della stessa medaglia. 





Francesca Grego
formato sconosciuto

Quali erano i modelli di bellezza nel Rinascimento? Erano diversi a Firenze, a Venezia, nelle Fiandre? E che cosa invece rendeva brutto un uomo o una donna? Mentre Botticelli dipingeva la Nascita di Venere, Leonardo si esercitava nello studio delle teste grottesche o caricate, volti di cui accentuava i tratti per indagare la deformità, la vecchiaia, il vizio. Non era il solo. Se nel trattato De Pictura Leon Battista Alberti affidava ai pittori del suo tempo la missione di ricercare il bello in un’elegante armonia regolata da principi matematici, altri artisti erano invece attratti dal brutto: tra loro figurano Michelangelo e Giambologna, Albrecht Dürer e i Bruegel. 

Lo racconta a Milano fino al prossimo 18 ottobre la mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento, frutto della collaborazione delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo con il Bozar - Palais de Beaux Arts di Bruxelles. A cura di Chiara Rabbi Bernard con il coordinamento di Gianfranco Brunelli, il progetto riunisce oltre 100 opere da istituzioni come il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, il Prado di Madrid, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, la National Gallery of Art di Washington, i Musei Vaticani di Roma, per una ricognizione completa sull’argomento. L’idea alla base della mostra è che il culto della bellezza e l’interesse per il suo contrario rappresentino due facce della stessa medaglia e che indagarne i legami possa fornirci spunti utili a interpretare il nostro presente, un’epoca ossessionata da questo tema. Materia di indagine sono dipinti, sculture, disegni, manoscritti illustrati, con autori che spaziano da Leonardo a Michelangelo, da Tiziano a Tintoretto, Sandro Botticelli, Paolo Veronese, Lorenzo Lotto, Ludovico Carracci, fino a maestri di area nordica come Durer, i Metsys e Pieter Brueghel il Giovane. 


Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento, Gallerie d'Italia, Milano. Photo Maurizio Tosto

A partire dall’ispirazione dell’antichità classica, principale modello di bellezza nel Rinascimento, i visitatori delle Gallerie d’Italia scopriranno come i canoni si siano evoluti nel tempo e abbiano assunto forme differenti nello spazio: se i maestri veneti enfatizzano i caratteri sensuali e carnali delle loro muse, le belle della pittura fiorentina sono spesso algide e aristocratiche. Ma qual è invece il rapporto tra realtà e ideale? Lo vedremo nel capitolo dedicato alla difficile arte del ritratto, dove non sempre l’artista si trova di fronte soggetti di bell’aspetto. Faremo poi conoscenza con alcuni personaggi emblematici della pittura quattro-cinquecentesca: la leggendaria Simonetta Vespucci, che pare abbia fatto da modella per diverse opere di Botticelli, tra cui la Venere, o il nano Morgante, assurto a paradigma di una forma di bruttezza grottesca, o ancora Antonietta Gonzales, considerata un monstrum o un prodigio a causa dell’ipertricosi da cui era affetta.

La mostra prosegue la sua indagine esplorando il mondo degli artifici pittorici e cosmetici usati nel Rinascimento per nascondere i difetti, e infine una dote naturale, la grazia, apprezzata perché capace di rendere attraente anche chi non rispondeva ai requisiti canonici del bello. Mentre il Manierismo sta per rinunciare alla tirannia dei modelli a favore di una creazione più libera e fantasiosa, gli esperimenti di Leonardo e Dürer raccontano l’attrazione degli artisti per il brutto, il grottesco, il deforme. Qualsiasi figura, per quanto mostruosa, è dipinta per suscitare piacere: nasce così la “bella bruttezza”. Chiude simbolicamente il percorso una sezione dedicata alle “coppie mal assortite”, un tema che ancora una volta Leonardo fu il primo a illustrare, perché “le bellezze con le bruttezze - scrive il genio di Vinci - “paiono più potenti l’una per l’altra”. 


Quentin Metsys, Folle con cucchiaio, 1525-1530 circa. Olio su carta applicata su tavola. Anversa, The Phoebus Foundation © The Phoebus Foundation



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