Chiodi, legni e ferro arrugginito diventano una scrittura arcaica: dal 16 giugno 2026 al 4 aprile 2027 le opere di Franca Ghitti dialogano con duemila anni di storia, tra mappe, boschi e alfabeti dimenticati.
C'è un gesto che
Franca Ghitti ricordava di sé bambina: tracciare linee sulla terra. Non disegni, ma confini: i bordi dei campi, le geometrie delle coltivazioni, i muretti che dividevano una proprietà dall'altra. "
Credo di aver iniziato giocando: segnavo linee di confine sulla terra, inconsapevolmente rifacevo i limiti dei campi", raccontava. In quel gesto infantile c'era già tutto: la mappa, il segno, la misura del mondo. C'era già l'artista che, decenni dopo, avrebbe trasformato chiodi, scarti di segheria e ferro arrugginito in una scrittura nuova.
Dal 16 giugno 2026 al 4 aprile 2027, il Museo di Santa Giulia a Brescia dedica per la prima volta una mostra monografica a una delle voci più originali della scultura italiana del Novecento.
Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti promossa dal
Comune di Brescia e dalla
Fondazione Brescia Musei,
curata da Fausto Lorenzi ed Elena Pontiggia in collaborazione con la
Fondazione Archivio Franca Ghitti, non è una retrospettiva ordinaria. È un dialogo
site specific: le opere dell'artista si insinuano nel percorso permanente del museo, tra le domus romane, gli affreschi longobardi e i chiostri rinascimentali dell'antico monastero di San Salvatore e Santa Giulia, e ne riaccendono i duemila anni di storia con una luce inattesa.
Per capire Ghitti bisogna risalire alla
Valle Camonica, dove nacque, figlia di un proprietario di segheria. Le ore trascorse da bambina tra il legno tagliato segnarono la sua sensibilità per sempre. Studiò a
Brera, poi alla
Grande Chaumière di Parigi e con
Kokoschka a Salisburgo, ma la sua vera scuola fu la terra d'origine: le incisioni rupestri della valle, primo sito italiano dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, di cui nel 1963 fu tra coloro che fondarono il centro di studi preistorici, il
romanico minore delle pievi, gli
utensili di ferro forgiati nelle fucine. Anni in
Kenya, tra Nairobi e il Lago Rodolfo, le rivelarono che i codici formali delle culture tribali erano anch'essi una scrittura: sedimenti, alfabeti non verbali. Altri alfabeti, appunto.
Da qui nasce un'arte che rifiuta ogni nostalgia. Ghitti non ha eretto il monumento a un mondo contadino perduto; ne ha tradotto il linguaggio in forma contemporanea, capace di parlare all'Europa e oltre. La sua poetica era programmatica, quasi austera: "
Non ho mai avuto un'idea romantica dell'arte come emozione, sensazione, cosa privata, ma ho sempre cercato una sorta di documentazione, informazione, archiviazione. Non ho cercato la mia voce, ma tutte le voci, soprattutto le voci che nessuno ascoltava". Le voci della Valle, diceva, "
che è un frammento della valle del mondo".
Il percorso espositivo è una scoperta progressiva. Si comincia tra le sale del monastero femminile con i primi dipinti e le
Tavole chiodate — "scatole magiche" dove i chiodi diventano grafemi di una scrittura arcaica — e le
Mappe, superfici lignee scavate a sgorbia che rievocano le rocce incise dei Camuni. Nel chiostro di Santa Maria in Solario,
Meridiane, spirali e labirinti in scarti di ferro disegnano geometrie primarie sull'acciottolato. Poi, nel grande chiostro rinascimentale, si fronteggiano due boschi: la
Foresta / Alberi-vela dalla patina argentea — che evoca la selva guerriera del Macbeth shakespeariano, qui mutata in muraglia protettiva, grembo materno — e il
Bosco bruciato, immagine di una memoria ferita, della natura violata.
Nella sezione romana, tra i mosaici delle
domus, i
Tondi nati dai fondi delle botti diventano mappe antropologiche del misurare e del fare provvista; le
Pagine chiodate, composte con vecchi registri oliati e chiodi rudimentali, sono il palinsesto di un libro delle fatiche umane. Il culmine è nella basilica di San Salvatore, dove un bosco di
Alberi-libro — stele che alludono al liber, lo strato sotto la corteccia, custodia del sapere — costruisce uno spazio sacro delle relazioni umane, cerchiato da tazze da fonderia trasformate in offerte rituali. Più avanti, le
Vicinie — tavole di legni recuperati da case e botteghe — richiamano le antiche assemblee dei valligiani che regolavano confini e diritti comuni. E lungo il Corridoio UNESCO si erge un
Cancello d'Europa: soglia e barriera insieme, meditazione sui confini di un continente attraversato da migrazioni e respingimenti, di sorprendente attualità.
La mostra è il quarto capitolo di
Palcoscenici Archeologici, il programma con cui la Fondazione Brescia Musei fa dialogare i grandi artisti contemporanei italiani con il patrimonio storico e archeologico della città. Prima di Ghitti vi avevano lavorato
Francesco Vezzoli, Emilio Isgrò e Fabrizio Plessi: ogni volta, opere installate
site specific lungo il percorso museale per rinnovarne la narrazione.
Con Ghitti il format raggiunge una rara compiutezza materica, perché il suo linguaggio fatto di ferro, legno e memoria, sembra riecheggiare per affinità profonda lo spirito stesso del museo.
Un invito a lasciarsi guidare attraverso questi alfabeti dimenticati, e scoprire che a parlarci, dal fondo dei secoli, sono proprio le voci che nessuno ascoltava.