450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Fulcro dell’esposizione la prima presentazione al pubblico della fronte di un sarcofago romano databile al 170–180 d.C., raffigurante la Morte di Meleagro

Samantha De Martin
formato sconosciuto

Una figura di donna irrompe nella scena con le braccia protese all’indietro, espressione codificata di disperazione.
Nato in età romana e attestato in un vaso d’argento da Pompei conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, questo gesto scomparirà per oltre un millennio, per riemergere improvvisamente nel XIII secolo.
La sua ricomparsa è documentata in opere fondamentali della storia dell’arte, dalla «Strage degli Innocenti» di Nicola Pisano alla «Lamentazione» di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, fino alle reinterpretazioni moderne, tra cui «Guernica» di Pablo Picasso.
Lo storico dell’arte tedesco Aby Warburg aveva individuato in questo gesto un caso emblematico di trasmissione delle forme espressive dell’antico, sintetizzato nel concetto di Pathosformel. Traducibile in “formula patetica”, questo concetto indica immagini archetipiche, gesti o pose cariche di un'emozione intensa, che ritornano e sopravvivono nel tempo, migrando dall'arte classica a quella rinascimentale e moderna.
Pur concentrandosi su un riuso più tardo, in un monumento funebre (ca. 1485) attribuito a Giuliano da Sangallo per la Cappella Sassetti in Santa Trinita a Firenze, Warburg fu tra i primi a riconoscere nella figura dolente dei sarcofagi di Meleagro una fonte decisiva per la riattivazione di questo stesso gesto dopo un lungo oblio.
Ad approfondire la biografia di questo gesto è fino al 2 agosto la mostra «Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso», un’indagine che coniuga archeologia, storia dell’arte e teoria dell’immagine, offrendo al pubblico una prospettiva inedita sulla continuità e sulla trasformazione dei linguaggi figurativi dall’antichità al contemporaneo. Fulcro del percorso alla Fondazione Rovati è la prima presentazione al pubblico della fronte di un sarcofago romano databile al 170–180 d.C.. Proveniente da Firenze, dove appartenne per secoli alle collezioni di Palazzo Montalvo, e successivamente entrato nella collezione Brenta-Torno a Milano, il rilievo, noto quasi esclusivamente agli specialisti, raffigura la Morte di Meleagro e altri episodi del mito. L’opera si inserisce in una ristretta serie di sarcofagi dedicati al mito di Meleagro, articolati in sequenze narrative che comprendono la caccia al cinghiale di Calidone, il conflitto con gli zii e la tragica morte dell’eroe, provocata dalla madre Altea. Tra gli esemplari noti, il sarcofago Brenta-Torno si distingue per qualità formale e per la data precoce del reimpiego medievale. Per la prima volta la fronte principale dialoga con i due rilievi laterali originali, oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il restauro conservativo dei tre rilievi con il mito di Meleagro, originariamente parte di un unico sarcofago romano e oggi divisi tra la collezione Brenta-Torno e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ha restituito leggibilità e unità al monumento dopo secoli di vicende conservative differenziate.

L’intervento, curato dallo studio Anna Lucchini e di Francesca Siena, frutto di approfondite indagini storico-scientifiche e di una pulitura selettiva delle superfici, ha fatto riemergere dettagli iconografici e tecnici finora compromessi dal degrado e da restauri precedenti. Un’operazione che ha consentito di ricostruire nuove pagine della storia del sarcofago e dei suoi riusi nel tempo. La ricomposizione consente invece di verificare l’unità originaria del monumento e di comprenderne appieno la costruzione narrativa. Un ulteriore elemento di rilievo è lo studio dell’iscrizione del XIII secolo, che attesta il riutilizzo medievale del sarcofago e ne consente una più precisa contestualizzazione storica.

«Questa - commenta il curatore Salvatore Settis - è una mostra a tre velocità (o temporalità): quella senza tempo del mito, che nel racconto ogni volta si ripropone e si trasforma; quella dei testi e delle immagini, che travasano il mito nelle forme e nei modi della storia, lo segmentano in motivi e formule e ne rendono possibile la sopravvivenza; e infine quella della memoria, che parte dal presente per riconquistare frammenti del passato, consolidarne la conoscenza, metterli in relazione l’uno con l’altro».
Oltre ad accogliere, tra i vari pezzi, una selezione di disegni preparatori di Guernica e il manifesto della storica esposizione milanese del 1953 a Palazzo Reale, la mostra è stata l’occasione anche per ammirare l’esito dell’intervento di restauro sulla Coppa con Semele Morente in prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’intervento, a cura di Artes, ha restituito piena leggibilità al manufatto, rimuovendo le sostanze degradate e stabilizzando le fratture. 


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