Addio a Yayoi Kusama, l’artista giapponese è morta a Tokyo a 97 anni

Il mondo senza Yayoi

Yayoi Kusama. Foto Yusuke Miyazaki I Courtesy Guggenheim Bilbao
 

Piero Muscarà

27/08/2026

Forse la follia è rimasta una delle ultime forme di libertà. Non quella romantica e banale dell'artista maledetto, o che trasforma la sofferenza in talento da esibire. Ma la possibilità di vedere qualcosa che gli altri non vedono e di ostinarsi a considerarlo reale.

Yayoi Kusama vede cose che non esistono. Davvero.  Fiori che le parlano, superfici che si moltiplicano, reticoli e punti che invadono gli oggetti, il soffitto, le pareti, il suo stesso corpo. Le apparizioni, le alluciniazioni, cominciano quando è bambina, a Matsumoto, dove nasce nel 1929 in una famiglia benestante di commercianti. Molti anni dopo racconterà di avere fatto dell'arte uno strumento per affrontare queste strane visioni. E lei trascorreà una vita a ripetere. Punti, reti, zucche, falli, occhi, cellule, luci, riflessi. 

La sua ripetizione però non produce consenso. Da ragazza studia nihonga, la pittura tradizionale giapponese, ma quel mondo le sta stretto. Scrive senza conoscerla a Georgia O'Keeffe, le spedisce alcuni lavori e le chiede consiglio. E O'Keeffe le risponde. Nel 1957 Kusama lascia il Giappone per gli Stati Uniti e l'anno successivo arriva a New York. È una giovane donna giapponese sconosciuta che si affaccia ad una scena artistica competitiva, molto maschile, dominata dall'arte di Pollock e degli espressionisti astratti. E lei naturalmente non si adatta. Non può del resto. Comincia invece a dipingere enormi superfici monocrome ricoperte da piccoli segni ripetuti, gli Infinity Nets, che secondo alcuni richiamano il surrealismo e anticipano il minimalismo, la pop art, la performance e persino l'arte femminista. Categorie che c'entrano davvero poco con lei e la sua arte.

Se la tela non le basta più, Kusama infatti, decide di uscire dai quadri e si impossessa del mondo che la circonda: sedie, scarpe, divani e oggetti quotidiani che si ricoprono di protuberanze falliche di stoffa cucite a mano, accumulazioni seriali come pensieri ossessivi che si accatastano nella sua mente, e poi ancora specchi, luci. Nel 1965 realizza la sua prima Infinity Mirror Room - Phalli's Field: ciò che fino a quel momento è dipinto diventa uno spazio nel quale entrare. Lo spettatore non guarda più l'opera, ma ne viene inghiottito. 

Così Yayoi rasforma la sua ossessione privata in un luogo, uno spazio accessibile agli altri. Non chiede a chi entra nelle sue stanze di capire nulla. la sua malattia, né di compatirla. Non gli consegna un trauma con le istruzioni per l'uso. Gli offre invece un'esperienza sorprendentemente gioiosa: luci che continuano oltre le pareti, riflessi che cancellano i confini, il proprio corpo che diventa uno fra migliaia. La paura della dissoluzione dell'io si trasforma quasi nel suo contrario, in meraviglia. È un'operazione di straordinaria intelligenza perché non semplifica l'origine dolorosa di quelle immagini: la rende condivisibile.

Anche la sua ribellione ha qualcosa di straordinariamente giocoso. Nel 1966 arriva alla Biennale di Venezia senza essere invitata e sistema ai Giardini davanti al Padiglione Italia centinaia di sfere fatte di specchio. Narcissus Garden trasforma il pubblico in una moltitudine di piccoli riflessi deformati. Kusama, con il suo kimono dorato, comincia a vendere le palline ai visitatori a 1.200 lire l'una, accompagnandole con un messaggio: il narcisismo dello spettatore è in vendita. Un po' come farà qualche anno più tardi un altro grande, James Lee Byars con le sue monetine di carta. Gli organizzatori della Biennale le chiedono di smettere, ma lei continua a mettere in vendita l'arte lì dove si vuole celebrarla e l'arte sei tu caro spettatore. Mezzo secolo prima che esperienza artistica, mercato, immagine di sé e spettacolo diventino quasi indistinguibili, Kusama mette già tutto sullo stesso prato.

A New York farà di più. Organizza happening, dipinge pois su corpi nudi, porta le performance davanti a Wall Street e alla sede delle Nazioni Unite, trasformandole anche in proteste contro la guerra in Vietnam. Nel 1969 inscena senza autorizzazione nel giardino del Museum of Modern Art la Grand Orgy to Awaken the Dead: corpi vivi e nudi in mezzo alle sculture dei maestri morti. È una provocazione, molto futurista a pensarci bene. Kusama intuisce qualcosa che oggi appare evidente: un museo è un  luogo nel quale l'arte viene consacrata e, quindi, neutralizzata. Tutti Maestri dentro i musei, vero ? Lei vuole portare dentro a questi sepolcri il disturbo della vita. È difficile, guardando oggi le file ordinate davanti alle Infinity Mirror Rooms, ricordare quanto disordinata sia la donna che le ha inventate .Ed è questa forse la più divertente delle metamorfosi di Yayoi Kusama. Una delle artiste più irriducibili del Novecento, una vera ribelle, diventa una delle icone più popolari del nuovo millennio. I suoi pois finiscono su vestiti, vetrine, borse, palloni, gadget; le zucche diventano oggetti immediatamente riconoscibili; le Infinity Rooms sembrano ideate apposta per Instagram, benché la loro origine preceda il web di quasi mezzo secolo. Il mercato, con la consueta efficienza, trasforma in marchio ciò che nasce come ossessione. E lei gioca e, serissima, si diverte un bel po'. 

Dentro quelle stanze rimane infatti qualcosa di meno rassicurante della fotografia che ne portiamo via. Se ci si dimentica per un momento del telefono, l'infinito di Kusama non è soltanto bello. È un posto nel quale noi scompariamo. Gli specchi non moltiplicano semplicemente la nostra immagine: la rendono insignificante. Un volto diventa cento, mille, poi nessuno. Più buddista cxhe pirandelliano. È quella che Kusama chiama self-obliteration, cancellazione di sé. Dietro uno dei dispositivi visivi più seducenti dell'arte contemporanea continua così ad affacciarsi un'idea piuttosto radicale: liberarsi dell'io.

Nel 1973 Kusama torna in Giappone. Pochi anni dopo sceglie di vivere in un ospedale psichiatrico di Tokyo, routine quotdiana della sua follia, che così controlla lei la pazza, continuando a lavorare quotidianamente nello studio poco distante. Vi rimarrà per quasi cinquant'anni. Per un lungo periodo scompare, invisibile all'arte mainstream per farsi riscoprire con il suo clamoroso ritorno alla Biennale di Venezia nel 1993, questa volta come rappresentante ufficiale del Giappone. Da underground newyorkese diventa, tardi, una celebrità globale.

E' una rivincita. Il mondo diventa progressivamente simile alle sue opere. La ripetizione tranquillizza, riduce il rischio. Ma per lei è il contrario. Un punto è innocuo. Uno specchio serve a riconoscerci.  Ma diecimila punti possono diventare un'allucinazione e mille specchi possono farci perdere. 

Kusama ha bisogno di infliggere allo spettatore la violenza della trasgressione per dimostrarsi radicale. Può farlo con una zucca gialla. Può usare un pois. Può costruire una stanza piena di piccole luci e lasciare che siano loro a fare il resto. La sua arte possiede una qualità che il contemporaneo rischia spesso di perdere: la capacità di essere immediatamente accessibile senza diventare semplice.

Chiamarla "bella matta" sarebbe certamente scorretto secondo qualsiasi standard contemporaneo. E forse proprio per questo mi viene voglia di farlo, almeno una volta e con affetto, per restituire alla parola follia una piccola parte del significato che abbiamo cercato di espellerne: l'insubordinazione alla realtà condivisa.

Kusama muore il 14 agosto in un ospedale di Tokyo, a 97 anni. Il suo studio ne annuncia la scomparsa il 27 agosto, aggiungendo un dettaglio che sembra quasi scritto da lei: Yayoi continua a dipingere fino agli ultimi giorni. Infinitamente.