Zurigo, Bruxelles, Parigi, Brescia e Parma si rifugiano nel mondo dei sogni
In fuga verso il Simbolismo
Fernand Khnopff (1858-1921), Acrasia, 1893, courtesy © Brussels-Capital Region, dation by Anne-Marie and Roland Gillion Crowet, 2006. On deposit at the Royal Museums of Fine Arts of Belgium Ph: J. Geleyns - una delle opere esposte alla mostra Écho des songes a Bruxelles
Piero Muscarà
12/03/2026
Mondo - Sfingi, angeli, femme fatales, santi tentati dal demonio, giardini notturni e figure sospese tra sogno e allucinazione.
Il simbolismo è tornato.Non nei manifesti di qualche nuovo movimento artistico, ma nei programmi dei musei europei. In pochi mesi si moltiplicano le mostre dedicate a quella stagione enigmatica che, alla fine dell’Ottocento, trasformò l’arte in un linguaggio del mistero.
A Zurigo il Kunsthaus dedica una grande retrospettiva a Félicien Rops. Laboratory of Lust (Kunsthaus Zürich, 6 marzo - 31 maggio 2026), artista scandaloso e provocatore di fine secolo. A Bruxelles la Maison Hannon propone Écho des songes. Le symbolisme à Bruxelles (Maison Hannon, 29 agosto 2025 - 19 aprile 2026), un viaggio immersivo nell’immaginario simbolista belga. A Parigi il Musée Gustave Moreau inaugura La Sirène et le poète (Musée Gustave Moreau, dal 25 marzo 2026), una mostra che riporta al centro il mondo visionario del grande pittore simbolista francese. In Italia poco fuori da Parma, la Fondazione Magnani Rocca propone l'esposizione Il simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica (Fondazione Magnani Rocca, Parma, dal 14 marzo 2026) che ricostruisce la nascita e la diffusione di questa sensibilità nella cultura italiana a cavallo tra fine Ottocento e gli inizi del Novecento. E a Brescia un’altra esposizione racconta il Liberty, la sua raffinata declinazione decorativa (Palazzo Martinengo, Brescia, fino al 15 giugno 2026). Non è una coincidenza. È un clima.
Il simbolismo nasce alla fine dell’Ottocento, quando l’Europa entra nella modernità industriale. Le città crescono, le fabbriche si moltiplicano, le ferrovie attraversano il continente, la scienza promette di spiegare ogni cosa. È il secolo del progresso. Ma è anche il secolo del disincanto.
Dietro l’entusiasmo positivista si diffonde una sensazione più inquieta: la realtà diventa troppo veloce, troppo materiale, troppo rumorosa. Le macchine accelerano il tempo della vita e la società cambia a una velocità che molti percepiscono come vertiginosa.
Gli artisti reagiscono in modi diversi. Alcuni raccontano la realtà con il realismo. Altri la studiano con il naturalismo. I simbolisti fanno qualcosa di completamente diverso: smettono di guardare il mondo e iniziano a sognarlo.
Nascono così immagini enigmatiche, mitologie private, figure femminili ambigue e magnetiche, paesaggi interiori. L’arte non descrive più la realtà ma suggerisce un’altra dimensione. Il simbolo diventa la chiave per attraversare il visibile e raggiungere ciò che non si vede.
È proprio questa tensione ad esempio che emerge nella mostra di Bruxelles Écho des songes, dove il simbolismo viene raccontato come una risposta al disincanto della modernità. Il percorso segue una sorta di viaggio interiore: dalla crisi della società industriale alla ricerca spirituale, dalle passioni umane alla contemplazione cosmica. Le opere di artisti come Fernand Khnopff, Jean Delville, George Minne o Émile Gallé restituiscono un mondo dove l’arte diventa un linguaggio per interrogare il mistero dell’esistenza.

Félicien Rops, Le Sphinx, 1882, Guazzo, acquerello, matita e matita colorata su carta, 29,7 x 20,4 cm, Fondation Roi Baudouin, courtesy © Kunsthaus Zürich
Il simbolismo, in fondo, è una forma di fuga. Una fuga elegante e sofisticata, ma pur sempre una fuga.
Un caso emblematico è Félicien Rops, protagonista della mostra di Zurigo alla Kunsthaus Zürich. Nelle sue incisioni e nei suoi disegni l’erotismo diventa demoniaco, la morale borghese viene rovesciata, la donna assume i tratti inquietanti della femme fatale. Baudelaire lo ammira, Huysmans lo celebra. Per i benpensanti dell’epoca è un artista scandaloso. Per gli scrittori decadenti è un eroe.
Rops spinge il simbolismo verso territori estremi, dove religione, desiderio e provocazione si mescolano in un universo visivo disturbante e magnetico. È il lato oscuro di una cultura che sente vacillare le proprie certezze.
Il simbolismo non è soltanto una poetica estetica. È una reazione psicologica e una profezia. Quando la modernità diventa troppo difficile da comprendere, la tentazione è rifugiarsi nel mito. E forse è proprio questo che rende queste mostre così attuali.
Anche la nostra epoca vive una trasformazione radicale. Non è più la rivoluzione industriale ma quella tecnologica. Intelligenza artificiale, automazione, iperconnessione, piattaforme digitali stanno ridefinendo lavoro, economia, politica, relazioni sociali. Il cambiamento è così rapido che spesso non riusciamo nemmeno a formularne le conseguenze. Quando il futuro diventa indecifrabile, la società tende a fare una cosa molto semplice: guarda indietro.

Edgardo Sambo, Salomé, circa 1918, olio su tela, 124 x 68 cm, courtesy © Fondazione Magnani Rocca
E così riemerge il simbolismo.
Il suo universo di miti, sogni, allegorie, spiritualità. Una bellezza sospesa, malinconica, enigmatica, decadente. Un mondo dove l’arte promette ancora di rivelare verità invisibili e dove il tempo sembra rallentare. È un rifugio perfetto. Come una stanza silenziosa in cui chiudere la porta mentre fuori il mondo corre troppo veloce.
Il problema è che i rifugi hanno sempre un prezzo.
Il simbolismo è anche una forma di nostalgia passatista. Una nostalgia per un ordine perduto, per una spiritualità smarrita, per un’epoca in cui il mondo sembrava ancora leggibile. I simbolisti guardano al Medioevo, alla mitologia, all’esoterismo, alla teosofia, all’arte totale wagneriana. Cercano altrove ciò che la modernità sembra aver dissolto. È un gesto affascinante, ma anche meravigliosamente ambiguo. Perché può trasformarsi in una specie di ninna nanna culturale. Un racconto consolatorio che ci parla dei “bei vecchi tempi” mentre il presente diventa sempre più difficile da decifrare.
In questo senso il simbolismo è anche, paradossalmente, una forma di arte di propaganda. George Orwell, lo teorizzò provocatoriamente nei sui scritti, tutta l'arte è propaganda. Dicevamo, il simbolismo, o meglio questo "ritorno al simbolismo" non è propaganda politica, naturalmente, non ci sono "manipolatori occulti" a tesserne le fila. Ma pur sempre di propaganda si tratta. Una propaganda che guarda al passato. Una propaganda della nostalgia. Ci raccontiamo storie di sfingi, di angeli e di mondi invisibili per non guardare troppo a lungo la vertigine del futuro. I futuristi, da questo punto di vista, avevano una posizione opposta. Marinetti non voleva rifugiarsi nei sogni ma bruciarli per costruirne di nuovissimi. Non contemplare il passato ma distruggerlo. Non rallentare il tempo ma accelerarlo. Aeroplani, macchine, velocità, rumori come musica e modernità. Non ci interessa ora fare analogie "ideologiche" perché non è questo il tema. E ben altre riflessioni sarebbero necessarie. Qui parliamo di arte come forma di espressione e di rappresentazione, di interpretazione e di proiezione della società in cui viviamo.
Il simbolismo fa l’esatto contrario di ciò che il modernismo si propone. Non corre verso il futuro. Si ritira in un magico, bellissimo, giardino segreto fatto di visioni, simboli e malinconie. Ed è proprio questo che continua a renderlo irresistibile. Perché ogni epoca, quando la realtà diventa troppo complessa, sente il bisogno di inventare i propri sogni. Non per cambiare il mondo, ma per proteggersi da esso. Il simbolismo è questo. Un sogno elegante. E come tutti i sogni, a volte serve più a difendersi dagli incubi più che a immaginare davvero il futuro.
Il simbolismo è tornato.Non nei manifesti di qualche nuovo movimento artistico, ma nei programmi dei musei europei. In pochi mesi si moltiplicano le mostre dedicate a quella stagione enigmatica che, alla fine dell’Ottocento, trasformò l’arte in un linguaggio del mistero.
A Zurigo il Kunsthaus dedica una grande retrospettiva a Félicien Rops. Laboratory of Lust (Kunsthaus Zürich, 6 marzo - 31 maggio 2026), artista scandaloso e provocatore di fine secolo. A Bruxelles la Maison Hannon propone Écho des songes. Le symbolisme à Bruxelles (Maison Hannon, 29 agosto 2025 - 19 aprile 2026), un viaggio immersivo nell’immaginario simbolista belga. A Parigi il Musée Gustave Moreau inaugura La Sirène et le poète (Musée Gustave Moreau, dal 25 marzo 2026), una mostra che riporta al centro il mondo visionario del grande pittore simbolista francese. In Italia poco fuori da Parma, la Fondazione Magnani Rocca propone l'esposizione Il simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica (Fondazione Magnani Rocca, Parma, dal 14 marzo 2026) che ricostruisce la nascita e la diffusione di questa sensibilità nella cultura italiana a cavallo tra fine Ottocento e gli inizi del Novecento. E a Brescia un’altra esposizione racconta il Liberty, la sua raffinata declinazione decorativa (Palazzo Martinengo, Brescia, fino al 15 giugno 2026). Non è una coincidenza. È un clima.
Il simbolismo nasce alla fine dell’Ottocento, quando l’Europa entra nella modernità industriale. Le città crescono, le fabbriche si moltiplicano, le ferrovie attraversano il continente, la scienza promette di spiegare ogni cosa. È il secolo del progresso. Ma è anche il secolo del disincanto.
Dietro l’entusiasmo positivista si diffonde una sensazione più inquieta: la realtà diventa troppo veloce, troppo materiale, troppo rumorosa. Le macchine accelerano il tempo della vita e la società cambia a una velocità che molti percepiscono come vertiginosa.
Gli artisti reagiscono in modi diversi. Alcuni raccontano la realtà con il realismo. Altri la studiano con il naturalismo. I simbolisti fanno qualcosa di completamente diverso: smettono di guardare il mondo e iniziano a sognarlo.
Nascono così immagini enigmatiche, mitologie private, figure femminili ambigue e magnetiche, paesaggi interiori. L’arte non descrive più la realtà ma suggerisce un’altra dimensione. Il simbolo diventa la chiave per attraversare il visibile e raggiungere ciò che non si vede.
È proprio questa tensione ad esempio che emerge nella mostra di Bruxelles Écho des songes, dove il simbolismo viene raccontato come una risposta al disincanto della modernità. Il percorso segue una sorta di viaggio interiore: dalla crisi della società industriale alla ricerca spirituale, dalle passioni umane alla contemplazione cosmica. Le opere di artisti come Fernand Khnopff, Jean Delville, George Minne o Émile Gallé restituiscono un mondo dove l’arte diventa un linguaggio per interrogare il mistero dell’esistenza.

Félicien Rops, Le Sphinx, 1882, Guazzo, acquerello, matita e matita colorata su carta, 29,7 x 20,4 cm, Fondation Roi Baudouin, courtesy © Kunsthaus Zürich
Il simbolismo, in fondo, è una forma di fuga. Una fuga elegante e sofisticata, ma pur sempre una fuga.
Un caso emblematico è Félicien Rops, protagonista della mostra di Zurigo alla Kunsthaus Zürich. Nelle sue incisioni e nei suoi disegni l’erotismo diventa demoniaco, la morale borghese viene rovesciata, la donna assume i tratti inquietanti della femme fatale. Baudelaire lo ammira, Huysmans lo celebra. Per i benpensanti dell’epoca è un artista scandaloso. Per gli scrittori decadenti è un eroe.
Rops spinge il simbolismo verso territori estremi, dove religione, desiderio e provocazione si mescolano in un universo visivo disturbante e magnetico. È il lato oscuro di una cultura che sente vacillare le proprie certezze.
Il simbolismo non è soltanto una poetica estetica. È una reazione psicologica e una profezia. Quando la modernità diventa troppo difficile da comprendere, la tentazione è rifugiarsi nel mito. E forse è proprio questo che rende queste mostre così attuali.
Anche la nostra epoca vive una trasformazione radicale. Non è più la rivoluzione industriale ma quella tecnologica. Intelligenza artificiale, automazione, iperconnessione, piattaforme digitali stanno ridefinendo lavoro, economia, politica, relazioni sociali. Il cambiamento è così rapido che spesso non riusciamo nemmeno a formularne le conseguenze. Quando il futuro diventa indecifrabile, la società tende a fare una cosa molto semplice: guarda indietro.

Edgardo Sambo, Salomé, circa 1918, olio su tela, 124 x 68 cm, courtesy © Fondazione Magnani Rocca
E così riemerge il simbolismo.
Il suo universo di miti, sogni, allegorie, spiritualità. Una bellezza sospesa, malinconica, enigmatica, decadente. Un mondo dove l’arte promette ancora di rivelare verità invisibili e dove il tempo sembra rallentare. È un rifugio perfetto. Come una stanza silenziosa in cui chiudere la porta mentre fuori il mondo corre troppo veloce.
Il problema è che i rifugi hanno sempre un prezzo.
Il simbolismo è anche una forma di nostalgia passatista. Una nostalgia per un ordine perduto, per una spiritualità smarrita, per un’epoca in cui il mondo sembrava ancora leggibile. I simbolisti guardano al Medioevo, alla mitologia, all’esoterismo, alla teosofia, all’arte totale wagneriana. Cercano altrove ciò che la modernità sembra aver dissolto. È un gesto affascinante, ma anche meravigliosamente ambiguo. Perché può trasformarsi in una specie di ninna nanna culturale. Un racconto consolatorio che ci parla dei “bei vecchi tempi” mentre il presente diventa sempre più difficile da decifrare.
In questo senso il simbolismo è anche, paradossalmente, una forma di arte di propaganda. George Orwell, lo teorizzò provocatoriamente nei sui scritti, tutta l'arte è propaganda. Dicevamo, il simbolismo, o meglio questo "ritorno al simbolismo" non è propaganda politica, naturalmente, non ci sono "manipolatori occulti" a tesserne le fila. Ma pur sempre di propaganda si tratta. Una propaganda che guarda al passato. Una propaganda della nostalgia. Ci raccontiamo storie di sfingi, di angeli e di mondi invisibili per non guardare troppo a lungo la vertigine del futuro. I futuristi, da questo punto di vista, avevano una posizione opposta. Marinetti non voleva rifugiarsi nei sogni ma bruciarli per costruirne di nuovissimi. Non contemplare il passato ma distruggerlo. Non rallentare il tempo ma accelerarlo. Aeroplani, macchine, velocità, rumori come musica e modernità. Non ci interessa ora fare analogie "ideologiche" perché non è questo il tema. E ben altre riflessioni sarebbero necessarie. Qui parliamo di arte come forma di espressione e di rappresentazione, di interpretazione e di proiezione della società in cui viviamo.
Il simbolismo fa l’esatto contrario di ciò che il modernismo si propone. Non corre verso il futuro. Si ritira in un magico, bellissimo, giardino segreto fatto di visioni, simboli e malinconie. Ed è proprio questo che continua a renderlo irresistibile. Perché ogni epoca, quando la realtà diventa troppo complessa, sente il bisogno di inventare i propri sogni. Non per cambiare il mondo, ma per proteggersi da esso. Il simbolismo è questo. Un sogno elegante. E come tutti i sogni, a volte serve più a difendersi dagli incubi più che a immaginare davvero il futuro.
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