Un palazzo e la città

Un palazzo e la città

 

Dal 08 Maggio 2015 al 03 Aprile 2016

Firenze

Luogo: Museo Salvatore Ferragamo

Curatori: Stefania Ricci, Riccardo Spinelli

Enti promotori:

  • Museo Salvatore Ferragamo
  • ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico
  • Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Firenze
  • Fondazione Ferragamo
  • con il Patrocinio di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Regione Toscana
  • Comune di Firenze

Costo del biglietto: € 6

Telefono per informazioni: +39 055 3562466

E-Mail info: museoferragamo@ferragamo.com

Sito ufficiale: http://www.ferragamo.com/museo


Comunicato Stampa: “Già molto tempo prima di trasferirmi a Palazzo Spini Feroni amavo questo edificio e lo consideravo uno dei più belli di tutta Firenze” Salvatore Ferragamo
A Palazzo Spini Feroni, in via Tornabuoni a Firenze, dall’8 maggio 2015 al 3 aprile 2016, il Museo Salvatore Ferragamo dedica una mostra alla storia di questo secolare edificio proprio in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario di Firenze Capitale del Regno d’Italia (1865-1870), che nel 1865 aveva nel palazzo la sede del Municipio.
La mostra, a cura di Stefania Ricci e Riccardo Spinelli, presenta opere d’arte e documenti di grande prestigio provenienti da musei e collezioni private e racconta le complesse vicende storiche del palazzo e dei suoi abitanti, in un allestimento molto coinvolgente progettato dallo scenografo Maurizio Balò, ri- consegnando a Firenze, ai suoi cittadini e ai turisti uno degli edifici più significativi del paesaggio urbano fiorentino.
Se da un lato si evidenzia, attraverso la mostra, un valore storico e architettonico estremamente impor- tante per la città di Firenze, dall’altro si attualizza il passato e si rafforza la stretta connessione tra Palazzo Spini Feroni, magnifico esempio di architettura medioevale – restituito, al termine di un complesso re- stauro compiuto dalla famiglia Ferragamo, alla città nella sua originaria bellezza – e Firenze quale luogo d’arte, cultura, tradizione e riporta allo stile di vita, alla creatività e all’eleganza tutte italiane.
L’immagine della mostra. Il simbolo della mostra prende ispirazione da una veduta a 360° di Firenze presa dalla sommità merlata di Palazzo Spini Feroni raffigurata in un’incisione di Ramsay Richard Reina- gle del 1806, pubblicata nel “Journal des Luxus und der Moden”, come una sorta di diorama della città mostrato a fini promozionali.
Il percorso della mostra. La mostra si propone come un viaggio à rebours nel tempo, scandito dall’o- rologio visibile sulla facciata, qui riprodotto come ingresso di un caveau dove sono conservati i tesori più preziosi, tuttora in grado di offrire spunti di riflessione e ispirazione per il futuro. Il trascorrere del tempo è segnato dalla lancetta dei minuti, che si muove all’indietro per segnalare il viaggio nel passato. Il punto di partenza del percorso, come in ogni mostra al Museo Salvatore Ferragamo, è rappresentato dal mondo di Salvatore Ferragamo che acquistando il palazzo intuì l’importanza, per un creatore di moda, di operare in un luogo storico e di cultura.
Salvatore Ferragamo e il suo palazzo. Quando Salvatore Ferragamo (1898-1960) arrivò dall’America in Italia nel 1927 era già un uomo di successo. Scelse Firenze perché la città rappresentava nel mondo l’artigianato e l’arte italiana. Nei primi anni Salvatore non si curò molto della clientela locale e dell’am- biente dove operare. Ma dopo il fallimento nel 1933, conseguenza della depressione del 1929, si rese conto di aver trascurato la società cittadina e il luogo dove accoglierla. La scelta della nuova sede ri- cadde su Palazzo Spini Feroni, per la storia e la posizione dell’edificio che acquistò qualche anno dopo, nel 1938. Da quel momento la dimora diventa protagonista della comunicazione Ferragamo, in cui un prodotto artigianale di qualità si sposa all’immagine di un ambiente unico, riprodotta sulla carta inte- stata dell’azienda, sul fronte delle scatole delle scarpe e utilizzata per la pubblicità. Il palazzo è anche protagonista del primo foulard Ferragamo, realizzato nel 1961 su disegno dell’artista Alvaro Monnini, fondatore dell’Astrattismo Geometrico. Dopo la morte di Ferragamo nel 1960, l’immobile ha continuato a conservare il ruolo di sede e simbolo dell’azienda.  Questa storia viene raccontata attraverso filmati e fotografie, ma le vere protagoniste della sala sono le scarpe, 650 modelli da sera, 264 da giorno, create tra gli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta da Salvatore Ferragamo e dalla figlia Fiamma, in un allestimento che ricorda l’ambiente originario in cui era- no conservate, come fonte di ispirazione per le nuove collezioni. Su un tavolo sono invece visibili alcune calzature con zeppa degli anni trenta e quaranta, le più celebri a firma Ferragamo.
Da Geri Spini alla fine del Quattrocento. Le origini del palazzo risalgono al 1289, dopo che un’allu- vione aveva distrutto le case degli Spini, ricca e potente famiglia proprietaria di una delle prime società bancarie d’Europa. Committente dell’edificio fu Ruggeri, detto Geri, la persona più illustre del casato, banchiere di papa Bonifacio VIII per conto del quale riscuoteva le decime ecclesiastiche nella maggior par- te d’Europa. Uomo astuto e ricchissimo, fu uno dei più autorevoli rappresentanti della fazione dei guelfi neri, responsabile dell’esilio di Dante Alighieri, rappresentato nel dipinto di Domenico Petarlini del 1860 della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.
La celebrità di cui Geri godette presso i contemporanei si estende anche al Decamerone di Giovanni Boc- caccio, che allo Spini e alla moglie dedicò due novelle, nelle quali si sottolinea la grande considerazione che Bonifacio VIII aveva del banchiere, raffigurandolo nell’atto di ospitare gli ambasciatori pontifici nel palazzo di famiglia. Due versioni, una del XV e l’altra del XVI secolo del Decamerone, provenienti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, documentano le due novelle, mentre la voce dell’attore Luca Biagini, in sottofondo, recita il testo.
A ricordo dei due grandi rappresentanti della letteratura italiana, sono esposti i loro ritratti in terracotta invetriata della scuola dei Della Robbia, provenienti dal Museo Bellini di Firenze. L’indiscussa fama di Geri si riverbera sulla dimora, che da quel momento diventa un punto di riferimento della città e delle sue vedute, come si può vedere nella magnifica xilografia di Firenze nel Quattrocento, nella quale il palazzo appare in tutta la sua evidenza nel panorama della città.
L’allestimento è dominato da due grandi forzieri che contengono le opere d’arte e i documenti: il dipinto seicentesco di collezione privata che raffigura l’albero genealogico della famiglia Spini; una pergamena del 1277 che dimostra l’acquisto degli Spini di un terreno e di una casa nei pressi del ponte Santa Trinita; un documento che testimonia la ricchezza degli Spini, la storia della famiglia nel ’400 scritta da un discen- dente di Geri, Doffo, tutti prestiti dell’Archivio di Stato di Firenze, oltre l’incisione del Lasinio, proveniente dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, che riprende l’affresco di Domenico del Ghirlandaio con la Resurrezione di un bambino di Casa Spini, dipinto nella cappella Sassetti nella chiesa di Santa Trinita, prospiciente il palazzo.
Due modelli in scala, realizzati per l’occasione dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, riproducono l’area cittadina in cui fu costruito il palazzo, e la sua architettura, come appare nell’affresco quattrocentesco.   Il “palazzo di piazza” e le sue decorazioni (1607-1834). Agli inizi del Seicento, la porzione del palazzo affacciato su piazza Santa Trinita subisce una radicale opera di restauro al piano nobile. In questo, Geri Spini, chiamato come il suo antenato, personaggio eminente della Firenze medicea, decide l’affrescatura di ben otto sale, una cappellina e il limitrofo locale, incaricando, a partire dal 1610, uno dei maggiori pit- tori dell’epoca, Bernardino Barbatelli detto il Poccetti. L’artista, nell’arco di tre anni, dette seguito ai lavo- ri, documentati dal Quaderno della muraglia conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ed esposto per l’occasione. L’opera del Poccetti è documentata oltre che dall’Allegoria della Giustizia (affre- sco staccato, presentato nella mostra), dall’Allegoria della Vigilanza, dall’Allegoria del Freno o della Tem- peranza e dalla stupenda cappella, al piano nobile dell’immobile, dai numerosi disegni preparatori oggi agli Uffizi, generosamente concessi per questa mostra. Il palazzo visse una nuova stagione di splendore artistico con il passaggio della proprietà, nel 1680, alla famiglia da Bagnano, nelle persone dei fratelli Lo- renzo Maria, Girolamo Antonio e Simone. Quest’ultimo, allo scorcio del primo decennio del Settecento, decideva il rinnovamento decorativo di gran parte delle sale del piano nobile, incaricando del progetto lo scultore e architetto Lorenzo Merlini. Nell’occasione di questi lavori Simone coinvolgeva celebrati artisti quali Pietro Dandini, che affrescò il soffitto di una vasta sala affacciata su via Tornabuoni con un’Allegoria dei Vizi e delle Virtù (ante 1712), e Alessandro Gherardini, autore nel 1708 di due piccoli affreschi, oggi staccati e presenti in mostra, in origine sulle pareti della sagrestia annessa alla cappella. Contemporanea- mente, il da Bagnano s’avvalse anche dell’opera di un pittore di nuova generazione, Ranieri del Pace, che ebbe l’incarico di decorare, tra il 1712 e il 1714, tre importanti ambienti del palazzo: la Galleria, dipinta con il Sacrificio di Ifigenia; lo sfondo della camera antistante l’alcova, con il Trionfo di Bacco e Arianna; la Sala della Creazione, posta davanti alla cappellina. Fu anche rinnovata, in forme barocche, la facciata su via Tornabuoni e predisposto lo spostamento della cappella dipinta dal Poccetti, i cui affreschi furono trasferiti in altra parte dell’edificio dal Merlini e ornati di stucchi dorati dovuti a Domenico Bolognini e a Carlo Marcellini. Dieci anni dopo si procedette all’affrescatura dei locali al piano terreno, oggi occupati dal negozio Salvatore Ferragamo, dipinti con spericolate architetture prospettiche da Benedetto Fortini e con figure di divinità al centro; il Fortini ebbe il compito di decorare anche un corridoio al primo piano e, insieme a Ranieri del Pace, un soffitto al secondo piano con Venere, Minerva e Giunone.
A parte gli affreschi staccati e i soffitti visibili nei locali del negozio che si affaccia su via Tornabuoni, l’importante ciclo decorativo è ubicato al primo piano del palazzo, nelle stanze che sono utilizzate per le attività dell’azienda Ferragamo. È stata quindi realizzata in mostra una suggestiva proiezione degli affreschi, mentre la proprietà ha concesso la possibilità di visitare questi ambienti, mai visibili al pubblico.
Il palazzo e la sua immagine. A partire dal XV secolo, Palazzo Spini Feroni è stato uno dei soggetti preferiti dell’immagine della città. Nel Settecento, con il fenomeno del grand tour e con lo specializzarsi del vedutismo quale genere artistico moderno, il palazzo non perde questa centralità. Giuseppe Zocchi lo riproduce più volte, con angolature distinte, sia su tela che in incisione, come è possibile vedere in mo- stra; lo stesso faranno molti altri artisti italiani e stranieri operanti a Firenze, ad esempio Thomas Patch, che nel dipinto concesso dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze ritrae il palazzo sullo sfondo, in una vasta ripresa del fiume.   Dante e Beatrice. Il primo grande evento di Firenze capitale del Regno fu legato alla ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante Alighieri. Il sommo poeta aveva rappresentato per tutto il Risorgimen- to il padre della patria, colui che aveva previsto nel “Veltro” della Divina Commedia la resurrezione e l’unione del Paese. Pertanto le celebrazioni dantesche del 1865 diventarono l’occasione per dichiarare pubblicamente la fede patriottica e osannare l’impresa dell’Unità appena conclusasi. Il culmine dei fe- steggiamenti fu raggiunto il 14 maggio quando in Piazza Santa Croce fu scoperta un’imponente statua di Dante, opera di Enrico Pazzi. In mostra è il gesso preparatorio della testa, proveniente dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. La scultura, alluvionata nel 1966, presenta suggestive tracce del danno subito che, tuttavia, ne accentuano la grande drammaticità espressiva.
Per tutta la prima metà dell’Ottocento Dante aveva affascinato il mondo dell’arte, come provano le due raffinate sculture in marmo di Dante e Beatrice di Giovanni Dupré, provenienti dall’Accademia Musicale Chigiana di Siena, e continuerà a farlo nel secolo successivo. Ne è testimonianza la preziosa edizione della Divina Comoedia di Leo Samuele Olschki con copertina d’argento e prefazione di Gabriele d’Annunzio, pubblicata nel 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, prestata dall’editore per l’occasione. Anche l’Inghilterra, dove si era sviluppata la passione per il poemetto della Vita Nova, che celebra l’amore di Dante per Beatrice, in mostra nella versione manoscritta del XV secolo conservata nella Biblioteca Na- zionale Centrale di Firenze, viene travolta dalla dantefilia. A Dante Gabriele Rossetti, pittore e fondatore della scuola dei Preraffaelliti, si deve principalmente la diffusione di questo filone tra gli artisti del gruppo, come Henry Holiday. Il suo dipinto L’incontro di Dante e Beatrice, oggi conservato alla Walker Art Gallery di Liverpool, tracciò l’icona di una Firenze antica e ideale. La scena avviene al ponte Santa Trinita, all’angolo di Palazzo Spini Feroni dove si trovava il pozzo presso il quale la tradizione popolare riteneva che Beatrice andasse ad attingere l’acqua. La fama del quadro divenne molto popolare, anche oltre i confini europei, tanto che Salvatore Ferragamo identifica il luogo dove stabilire la sua azienda grazie al dipinto di Holiday. L’opera è frutto di una lunga gestazione da parte dell’artista, documentata da disegni, gessi, fotografie, esposti per la prima volta in una mostra e provenienti dalla Walker Art Gallery di Liverpool e dal Victoria and Albert Museum di Londra. Nel settembre del 1881 Holiday compie un viaggio a Firenze, ospite di Vernon Lee (Violet Paget) per perfezionare il dipinto. Guardando gli affreschi medievali visibili in città e conducendo ricerche negli archivi e alla Biblioteca Nazionale, l’artista fa un’attenta ricognizione dell’architettura medie- vale fiorentina e scopre che il Ponte Vecchio era stato distrutto da un’alluvione e che, all’epoca in cui era ambientato l’incontro, 1285-1290, era ancora in fase di ricostruzione. Appura che la pavimentazione origi- nale della città duecentesca non era in pietra ma in mattoni e, per riprodurla nella sua opera, si reca a Siena dove l’antico manto stradale era ancora visibile. Il risultato finale è frutto del lungo approfondimento in loco. Suggestivo è l’allestimento della sala che allude allo studio di Holiday, documentato da immagini fotografi- che, e richiama il gusto dell’epoca nell’uso dei gigli dorati su fondo rosso messi a decorazione delle pareti.
Girolamo Segato e le “meravigliose pietrificazioni”. Girolamo Segato è stato forse il più singolare abitante di Palazzo Spini Feroni. Cartografo, naturalista, viaggiatore, fu uno spirito eclettico. Durante uno scavo in uno dei suoi viaggi scientifici in Egitto, nel dicembre 1820, rimase imprigionato per alcuni giorni nella piramide di Unefes, ad Abusir, e da quel momento fu ossessionato dalla mummificazione dei cadaveri. Nel 1824 si trasferì a Firenze e nella sua abitazione, all’ultimo piano di Palazzo Spini Feroni, sul lungarno Acciaiuoli, allestì un laboratorio dove elaborò una tecnica che consentisse la conservazione dei corpi dopo la morte che, in modo improprio, è definita “pietrificazione”. Risalgono a quel periodo la preparazione di un busto di giovane donna, di un tavolino ovale, il cui piano è costituito da un mosai- co di pezzi anatomici, e di una teca, una sorta di campionario di frammenti di organi e tessuti animali, comprendente anche uno spillo con incastonato un coagulo del suo sangue solidificato. Gli oggetti, oggi conservati al Museo di Storia Naturale dell’Università degli Studi di Firenze, Sezione Biomedica (Anato- mia), sono presenti in mostra. Benché criticato dagli scienziati, Segato ebbe una diffusa notorietà anche fuori della Toscana, come dimostra il sonetto del poeta Gioacchino Belli. Il 3 febbraio 1836, la morte di Segato, che aveva distrutto tutte le sue carte temendo che gli venissero rubate, impedì la conoscenza della procedura di pietrificazione che resta ancora avvolta nel mistero. I cittadini fiorentini parteciparono numerosi al suo funerale, tagliandogli i capelli e la barba, che divennero reliquie laiche. Fu sepolto nel chiostro della basilica di Santa Croce e l’esecuzione della sua tomba venne affidata a Lorenzo Bartolini. In mostra è il gesso del ritratto di Segato, posto nella parte alta del sepolcro, al centro del sarcofago.  Palazzo Spini Feroni nell’Ottocento. L’allestimento della sala è caratterizzato da un grande baule, allusivo al periodo in cui il palazzo fu albergo di lusso, ma anche funzionale ad individuare le diverse destinazioni d’uso dell’immobile nel XIX secolo.
Tra la seconda metà del XVIII secolo e gli inizi del successivo, il palazzo venne riunito in un’unica pro- prietà dalla famiglia Feroni che lo vendette nel 1834 a Fanny Hombert, una spregiudicata donna d’affari francese la quale lo trasformò nell’albergo più esclusivo di Firenze, l’Hôtel d’Europe. In questo luogo ebbero modo d’alloggiare personaggi illustri del tempo, tra i quali si ricordano il cancelliere austriaco von Metternich (nel 1838), il compositore e pianista ungherese Franz Liszt, qui rappresentati da due celebri busti dello scultore Lorenzo Bartolini, generosamente prestati dalla Galleria dell’Accademia di Firenze. Anche il granduca Alessandro, figlio primogenito ed erede al trono dell’imperatore di Russia Nicola I, vi prese alloggio nel dicembre del 1838, ricevendo la visita del granduca di Toscana Leopoldo II. Due sale al piano nobile del palazzo, la Sala della Musica e la Sala dei Quattro Continenti, testimoniano ancora questo momento della vita dell’edificio.
Nel 1846 il palazzo fu venduto al Comune di Firenze che vi pose la sede e gli uffici dell’amministrazione cittadina. A partire dal 1865, con lo spostamento della Capitale da Torino a Firenze, l’immobile, nono- stante i suoi centotrenta ambienti, si rivelò inadatto a coprire le esigenze del Comune e ne fu deciso l’ampliamento all’intero isolato, rimuovendo con l’occasione le decorazioni barocche della facciata. Con lo spostamento della Capitale d’Italia a Roma (1871) si rese disponibile Palazzo Vecchio – fino ad allora sede del Parlamento del Regno – tanto che nel 1881 il Comune decise di vendere Palazzo Spini Feroni alla Cassa di Risparmio. L’edifico venne destinato ad accogliere circoli, club, associazioni e alcune fra le più importanti istituzioni culturali fiorentine: tra queste, dal 1872 trovò posto anche il Circolo Filologico con la ricca biblioteca e l’emeroteca che comprendeva i principali giornali italiani e stranieri, diventando in breve tempo uno dei punti di riferimento della vita culturale fiorentina, come si può comprendere anche da una brochure, recuperata nel fondo delle opere minori nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Nella parcellizzazione dell’edificio, successiva alla vendita alla Cassa di Risparmio, furono ricavati anche numerosi appartamenti che vennero dati in locazione.   Il palazzo e il suo quartiere, tra Vittorio Alfieri e i Macchiaioli. La centralità di Palazzo Spini Feroni nel tessuto urbano fiorentino ne ha fatto, a partire dal XIX secolo, uno snodo fondamentale della vita in- tellettuale e politica della città: se al suo interno trovarono posto istituzioni culturali, frequentate dall’in- tellighenzia del tempo, nelle vicinanze trovò casa Vittorio Alfieri che assieme alla contessa d’Albany dette vita a un salotto letterario nel quale transitarono eminenti personaggi della Firenze di primo Ottocento e quegli artisti francesi fuggiti da Roma in seguito all’uccisione di Hugo de Bassville come François-Xavier Fabre, Bénigne Gagneraux, lo scultore Barthélemy Corneille. Spesso il palazzo fu al centro di vedute ro- mantiche come quella di Jean-Joseph-Xavier Bidauld, proveniente dalla Galerie Terrades di Parigi, di scorci curiosi, come nell’acquerello di David Borrani con lo Straripamento del fiume Arno successo in Firenze il 3 novembre 1844, o di suggestive visioni del fiume, come nel dipinto di Giovanni Signorini proveniente dall’Istituto Matteucci di Viareggio.
Con la destinazione a sede comunale, il palazzo e il quartiere furono protagonisti dei fermenti che prece- dettero il Quarantotto e poi l’Unità d’Italia e, al tempo di Firenze Capitale, nelle sue stanze si presero de- cisioni fondamentali circa la città, che ne cambiarono radicalmente il tessuto urbano con opere finalizzate a darle un aspetto ‘europeo’. Sulla piazza Santa Trinita, poi, nel contiguo palazzo Buondelmonti, due dei protagonisti della pittura macchiaiola, Silvestro Lega e Odoardo Borrani, vararono, tra il 1875 e il 1876, il progetto di una galleria d’arte che, per quanto non andato a buon fine, avrebbe dovuto incentivare l’arte moderna in direzione europea. Di questo vivace ambiente artistico, pulsante di novità, sono te- stimonianza il celebre dipinto con il Caffè Michelangiolo di Adriano Cecioni e le ironiche caricature di Angiolo Tricca degli artisti e degli intellettuali che frequentavano il celebre locale. Mentre l’atmosfera patriottica vissuta in quegli anni dalla città è documentata da tre opere: dalla Festa delle bandiere del 1847, di collezione privata; dal celebre dipinto di Odoardo Borrani, Il 26 aprile 1859, dell’Istituto Mat- teucci di Viareggio, che arriverà in mostra solo alla fine di ottobre perché presente all’Expo di Milano, come opera tra le più rappresentative dell’Ottocento italiano; infine La bandiera, proveniente dalla Fondazione Thevenin di Arezzo, perfetto esempio di un Ottocento intimista e romantico.
Il palazzo, Firenze, il Medioevo e l’attualità. Questa sezione della mostra è caratterizzata da una grande videoinstallazione e da un modello in scala del palazzo come era negli anni sessanta dell’Otto- cento, secondo una configurazione architettonica molto simile a quella attuale. Al momento del trasfe- rimento della Capitale da Torino a Firenze furono decisi importanti interventi di ristrutturazione dell’e- dificio, rivolti a restituire al monumentale palazzo le presunte forme medioevali, con l’idea romantica di un Trecento ideale da cui si sarebbe sviluppata, in perfetta continuità, l’età luminosa del Rinascimento. Già nel 1823, per agevolare il traffico sul lungarno, l’immobile era stato decurtato della porzione che inglobava la volta detta dei Pizzicotti (un arco che giungeva fino all’Arno) su progetto dell’architetto Luigi de Cambray-Digny. Tra le note curiose è che all’angolo con il ponte Santa Trinita esisteva un famoso caffè noto come “Caffè dell’Arco” e poi “dell’Arco demolito” dove i fiorentini andavano a gustare il sorbetto al limone. L’arco è ancora molto ben visibile nella veduta di Fabio Borbottoni, conservata a Palazzo Spini Feroni e presentata in mostra. Nel 1865 si fecero dei lavori all’androne su via de’ Tornabuoni, decorando le volte a crociera e le pareti con gli stemmi delle Arti fiorentine, dei Quartieri e dei relativi Gonfaloni; nel 1867 furono ripristinate le merlature e, infine, fu demolita la facciata realizzata nel Settecento. La parte che risentì maggiormente delle modifiche fu quella sul lungarno, che vide il fronte ridotto di circa dodici metri per dare vita a un nuovo condominio in locazione, dove alloggiò Oscar Wilde nel maggio 1894, ospite di Lord Alfred Douglas.  24h, videoinstallazione ad opera di Art Media Studio Firenze, 2015. Ispirata al diorama del 1806, che ha suggerito l’immagine della mostra, l’opera presenta una giornata di 24 ore all’interno e fuori del palazzo, mettendo in relazione l’edificio, con le sue attività e le persone che vi lavorano, alla vita della città odierna.
Gabinetto Vieusseux nelle sale di palazzo Feroni (1873-1898). Questa sezione riproduce una sala, con i suoi libri, del celebre Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, che dal maggio 1873 al 1898 ebbe sede nei locali al piano terreno di Palazzo Spini Feroni. Il trasferimento del Gabinetto Vieusseux da palazzo Buondelmonti avvenne in una notte di maggio con una veloce operazione logistica che consentì di trasferire un chilometro di libri. Fondato nel 1820 da Giovan Pietro Vieusseux, poi diretto dal nipote Eugenio, il Gabinetto si impose come luogo di riferimento per quei cittadini colti e per quell’intellighenzia internazionale solita soggiornare in città. Era dotato di una biblioteca circolante e di una sala di lettura destinata ai giornali italiani e stranieri, intervallati da dizionari, enciclopedie, repertori e altri volumi. L’i- scrizione veniva registrata nel Libro dei soci che consente di conoscere chi fruiva, e per quanto tempo, dei servizi della biblioteca. Nelle sale del Vieusseux, al tempo in cui fu ospitato a Palazzo Spini Feroni, passarono circa 50.000 lettori, tra cui Mark Twain, Vernon Lee, André Gide, John Singer Sargent, William Dean Howels, Henry James e Diego Martelli, anima del gruppo degli artisti macchiaioli, di cui è esposto in mostra uno splendido ritratto di Francesco Gioli, prestato dalla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Il parterre di soci è qui sommariamente riassunto nel contenuto di un touch screen, che mostra le loro firme. La voce dell’attore e doppiatore Leslie La Penna recita alcuni commenti di Henry James su Firenze e i suoi abitanti, tratti da lettere.
Il Palazzo nel Novecento. Nel corso del Novecento Palazzo Spini Feroni appare una città nella città, tanti sono gli abitanti che vi hanno vissuto e le attività diverse che vi sono state tenute. Difficile tracciare un percorso rettilineo ed esaustivo. A tale scopo sono le immagini a parlare, provenienti da importanti archivi fotografici come quelli di Alinari e di Foto Locchi. Ospitate in tre carrelli, simili agli espositori delle cartoline per turisti, le fotografie sono suddivise a tema. Una sezione è dedicata al mondo Ferragamo, a tutti coloro che hanno lavorato e lavorano nel palazzo, da Salvatore Ferragamo, alla figlia Fiamma, a lui suc- ceduta nella guida artistica dell’azienda, alla famiglia Ferragamo. Il secondo contenitore illustra il rapporto del palazzo con la vita della città, includendo i filmati storici della distruzione del ponte Santa Trinita nel 1944 e della sua ricostruzione e immagini dell’alluvione di Firenze. Il terzo elemento accoglie gli scatti foto- grafici di Palazzo Spini Feroni, all’interno e all’esterno, realizzati per la mostra dal fotografo Arrigo Coppitz.
La Galleria Luigi Bellini. Questa sezione rappresenta una vera novità, dedicata alla ricostruzione dell’at- tività delle tre gallerie che dalla fine degli anni venti del Novecento, per quasi un decennio, misero il palazzo e la città al centro dell’arte contemporanea italiana. Poco si sapeva fino a questo momento di questo importante capitolo della vita dell’edificio. Le ricerche condotte per l’occasione hanno permesso non solo di descrivere un inedito spaccato della vita artistica fiorentina, ma anche di recuperare e indivi- duare significative opere. L’allestimento prende ispirazione dalla prima mostra organizzata da Luigi Bellini nel 1932 e raccoglie una selezione dei lavori esposti nel palazzo in questi anni, provenienti da collezioni private e pubbliche, come Villa Necchi Campiglio a Milano, la Fondazione Camira di Macerata, la Fon- dazione Primo Conti di Fiesole, la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti e il Centre Pompidou di Parigi. Già nel secondo decennio del Novecento esistevano in Palazzo Spini Feroni due spazi distinti, adibiti a esposizioni d‘arte; si trattava della ‘Galleria d‘Arte Antica’ del mercante Francesco Ciardiello, situata al primo piano, e della ‘Galleria d‘Arte di Palazzo Ferroni’, ospitata nelle fondamenta dell‘edificio. In questa, nel 1927, fu organizzata una mostra dei bassorilievi della Via Crucis realizzata da Antonio Maraini per la cattedrale di Rodi e il 6 gennaio 1928 la personale del giovane Roger Alfred Michahelles, conosciuto come RAM, visitata da un folto pubblico del quale fece parte anche l’antiquario Luigi Bellini. Questi, consapevole del provincialismo della cultura locale e della difficoltà degli italiani a valorizzare all’estero la propria produzione artistica, decise di varare un progetto ambizioso: aprire una galleria che non fosse solo ‘bottega’, ma aspirasse a dar corpo a un vero e proprio centro di vita artistica, usando il prestigio e l’idea di Firenze non soltanto come attrazione turistica, ma come centro propositivo di un presente ar- tistico e culturale. L‘interesse del mercante si appuntò su Palazzo Spini Feroni, i cui interni verranno poi allestiti da Giovanni Michelucci, e fu indirizzato prevalentemente a valorizzare gli artisti italiani, aiutato in questo dal direttore artistico della Galleria, il poeta Roberto Papi, grazie al quale si poté vantare, nella mostra d’esordio (1932), la presenza di Arturo Martini, abbinato nell’occasione a Primo Conti. Nello stesso anno ebbe poi luogo l’esposizione delle opere di Giorgio de Chirico, che ebbe il merito di propor- re un artista italiano, ma di fama ormai internazionale. In quell’anno l’attività della Galleria fu davvero frenetica: vi si tennero, infatti, altre nove mostre: la III Mostra di Architettura Razionale; una colletiva dedicata ai milanesi Tosi, Funi e Sironi, affiancati nell’occasione da Magnelli; quelle del francese Maurice Esnault e del viennese Adolf Winternitz; una di Giovanni Costetti; una, in autunno, di Ottone Rosai e di Lorenzo Viani. Fu poi la volta dell’esposizione dei disegni del giovanissimo ma già discusso Pietro Anni- goni, mentre quell’anno fecondo si chiuse con una personale di Filippo de Pisis, considerato da Bellini “il più sensibile e raffinato pittore dei nostri tempi”, e con la mostra di Mario Tozzi. L’anno successivo, le stanze della Galleria di Palazzo Feroni si riempirono delle opere della Mostra d’Arte Futurista che aprì con un discorso di Marinetti e con la presenza di numerosi artisti, tra i quali Thayaht e RAM, molto ammirati dalla stampa. Apice della programmazione del 1933 fu la seconda personale di de Chirico che segnò la definitiva chiusura della Galleria, decisa da Bellini anche a causa della crisi economica; nel 1937 il mer- cante si prese tuttavia una rivincita con una grande retrospettiva su Giovanni Boldini, aperta a sei anni dalla morte dell‘artista. Un nuovo foulard dedicato al Palazzo
View è il nuovo foulard in seta, 90 x 90 cm, realizzato in occasione della mostra.
Prende ispirazione dall’incisione, con la veduta di Firenze a 360° dall’alto di Palazzo Spini Feroni, che ha suggerito l’immagine della mostra. Al centro è l’edificio, circondato da una ghirlanda di fiori. È disponi- bile in sei varianti di colore.
Un foulard e due stivali nella linea Ferragamo’s Creations
Il foulard Palazzo, prodotto nel 1961 da Salvatore Ferragamo su disegno dell’artista Alvaro Monnini, riproposto nel 2011 per la mostra al Museo Salvatore Ferragamo Ispirazioni e visioni, viene presentato in questa occasione nelle quattro varianti di colore, identiche alle originali, recuperate nell’archivio della Fondazione Ratti a Como, dove sono conservate le tirelle. Ratti, infatti, fu tra i primi produttori dei foulard Ferragamo.
Pietro Annigoni alla fine degli anni quaranta realizzò un dipinto con Palazzo Spini Feroni, oggi perduto, che fu stampato sul packaging, utilizzato per le prime pubblicità e poi graficizzato per diventare il logo della carta intestata. Il disegno fu declinato alla metà degli anni cinquanta su supporti diversi e divenne l’emblema di una medaglia che decora due modelli di stivale in camoscio, con tacco ovale, creati tra il 1959 e il 1963, e oggi riprodotti con i nomi originali di Carpazia e Ussara nella linea Ferragamo’s Creations, il primo in tre varianti di colore, nero, espresso e cuoio, il secondo in due, nero e espresso. Gli stivali saranno disponibili nei negozi Ferragamo’s Creations a partire dal mese di giugno.
Vetrine e QRcode
Tutte le vetrine del negozio Salvatore Ferragamo di Firenze, al piano terra del palazzo, sono ispirate alla mostra. Saranno visibili il giorno d’inaugurazione e per le due settimane successive. Una vetrina speciale, dedicata, sarà allestita in tutti i negozi Ferragamo più importanti del mondo. Il motivo conduttore del progetto è rappresentato dalle particolari finestre dell’edificio che si spalancano ai passanti per far vedere cosa succede all’interno di una casa di moda: l’ideazione e la realizzazione di accessori e abiti in gran parte prodotti artigianalmente.
Un nuovo sviluppo del progetto QRcode prevederà il servizio di un virtual tour del piano nobile del palazzo con la previsione di “plus” che permetteranno visite virtuali a spazi mai aperti ed esplorati in precedenza. 

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