Nelle sale il 28, 29 e 30 gennaio nell'ambito della Grande Arte al Cinema

Degas - Passione e perfezione. La nostra recensione

Edgar Degas, Autoritratto con Evariste de Valernes, 1864, Parigi, Musée d’Orsay. Courtesy Nexo Digital
 

Samantha De Martin

22/01/2019

Cavalli e fantini, ballerine, ma anche realistici nudi di donna colte in attività quotidiane, e ancora opere in cera “dalla terribile realtà”. Su tutto la ricerca del movimento e l’intento ossessivo di cogliere l’istantaneità del presente.
L’universo di Edgar Degas - l’artista che guardò all'eredità dei grandi maestri con appassionata devozione - si svela in Degas-Passione e perfezione, il docufilm diretto da David Bickerstaff che inaugura la stagione 2019 della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital.
Il film evento, al cinema il 28, 29 e 30 gennaio, dedicato all’ossessiva ricerca della perfezione di una delle personalità più amate e indipendenti del movimento impressionista, è un viaggio che parte dalla mostra del 2017 al Fitzwilliam Museum di Cambridge, sede della più ampia collezione di Degas del Regno Unito. Qui i contributi della curatrice Jane Munro e del direttore Tim Knox accompagnano il pubblico nell’esperienza personale e creativa di Degas.
Gli anni a Parigi e in Italia - paese che l’artista amò e nel quale trascorse gli anni della formazione avendo modo di ricongiungersi anche col nonno paterno trasferitosi a Napoli a seguito della Rivoluzione francese - contribuiscono a delineare il ritratto di un genio alla continua e ossessiva ricerca della perfezione.

Nel delicato racconto della sua esperienza artistica si inseriscono particolari relativi alla vita, all’illustre famiglia di provenienza, alla formazione classica presso il prestigioso liceo parigino Louis-le-Grand fino all’ingresso nella École des Beaux-Arts, tempio dell'arte ufficiale dell'epoca. La fascinazione per la danza e i gravi problemi alla vista che lo attanagliarono sin dagli anni novanta del XIX secolo cedono il passo alla sperimentazione di nuove tecniche e allo studio dei maestri del passato, dagli artisti del Rinascimento italiano ai pittori contemporanei come Ingres e Delacroix.
Uno studio iniziato a partire dal suo personale Grand Tour nel belpaese - dove resta ammaliato dalla bellezza classica - e sviluppatosi anno dopo anno grazie alle continue visite alle gallerie e ai musei parigini, primo tra tutti il Louvre. La frequentazione degli ippodromi, ma anche dell’Opéra di Parigi, è indispensabile, poi, per esercitare la sua mano.

Descritto dagli amici come un uomo brillante capace di sprigionare allegria ma anche terrore in chi gli stava accanto, Degas era attratto dal processo artistico in sé più che dal risultato finale, tanto da essere noto per l’ossessiva rielaborazione delle opere. Una mania che, in alcune occasioni, lo spinse persino a chiedere ai committenti di riavere indietro i suoi quadri per poterli ulteriormente ritoccare anche dopo averli consegnati.
Tratti relativi alla vita e all’esperienza artistica di Degas emergono dal contributo dello storico francese Daniel Halévy, di Gustave Moreau, dagli appunti dell’artista, dalla testimonianza di Ambroise Vollard, mercante d’arte e amico del maestro. Dopo aver frugato in una dimensone esterna che indaga la vita nei caffè parigini, come il celebre Café Guerbois o il Nouvelle Athènes, i pennelli di Degas si insinuano nei ritratti di famiglia, come La famiglia Bellelli - custodito al Musée d'Orsay - nel quale il pittore riesce a rendere l'inquietudine di un muto dramma domestico con una sottigliezza psicologica tutta contemporanea.
Il confronto con i temi classici emerge dal dipinto Giovani spartani che si esercitano, oggi alla National Gallery, dove, nonostante il chiaro intento didascalico dell'opera, che si propone l'ammaestramento morale con il ricorso a illustri esempi del passato, l’artista evita di ricorrere a inventio particolari per fissare i contenuti del suo lavoro in stereotipi precisi.

Scandito dalle belle musiche di Asa Bennett, il docufilm dedica un’attenzione particolare alle statue realizzate dal maestro in cera o argilla. Degas sosteneva di non poter lasciare nulla dietro di sé in bronzo perché "il metallo era per l'eternità". Il mercante d'arte Ambroise Vollard raccontò come un giorno l’artista gli avesse mostrato una ballerina che aveva ritoccato per la ventesima volta esclamando: "Non scambierei nemmeno con un secchio d'oro il piacere che sento nel distruggerla e nel ricominciare da capo".
Alla sua morte, avvenuta a Parigi nel 1917, oltre 150 sculture in cera, argilla e plastilina furono trovate nel suo studio, e oggi molte di queste sono conservate proprio al Fitzwilliam Museum.

Il docufilm affronta anche il rapporto e il confronto con gli Impressionisti ai quali si accostò con spirito avanguardista pur mantenendo la propria spiccata autonomia. La continua ricerca di luoghi esistenziali più che naturali è una grande eredità lasciataci da quest’uomo schivo, solitario, la cui ricerca artistica fu fortemente condizionata dalla fotografia e dal suo linguaggio.
Influenzato dalle istanze promosse da Courbet e coltivando una personalissima idea di realismo, lontana dal dogma “dell’aria aperta”, dal veto all’esecuzione in studio e dall’esaltazione della natura, Degas dipinse principalmente in ambienti chiusi, ripresi, alla maniera di un fotografo, da angolazioni insolite con pennellate rapide e sciolte. Ebbe una certa presa su di lui anche dall’arte giapponese. La linea di Hokusai fece ad esempio intravedere al pittore la possibilità di fondere la tradizione giapponese alla pittura di Ingres.

La continua sperimentazione, l’insofferenza verso la pratica artistica accademica, i viaggi fa New York e New Orleans, la poesia emanata dalle sculture - come La piccola danzatrice di quattordici anni in cera per riprodurre la tenerezza degli incarnati, tulle, raso e capelli veri, conservata al Museo d'Orsay e della quale sono state eseguite varie sculture bronzee esposte oggi in varie gallerie in tutto il mondo - sono elementi che emergono con forza dal docufilm. In particolare La piccola danzatrice, inizialmente oggetto di un coro indignato di critiche e apostrofata come “scimmia”, e che ha per soggetto la sfortunata Marie van Goethem, ha dato avvio alla scultura in senso moderno.


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