“Van Gogh. Tra il Grano e il Cielo” al cinema dal 9 all’11 aprile

L'importanza del disegno per Van Gogh

Vincent van Gogh, Mulino a vento su un canale, Agosto - Settembre1881, Otterlo Museum
 

Francesca Grego

23/03/2018

Pennellate di straordinaria immediatezza e un tripudio di colori che sembra fluire direttamente dall’anima sulla tela: così siamo abituati a leggere la pittura di Vincent Van Gogh. Ma “l’origine di tutto è il disegno”, scriveva il pittore a suo fratello Theo nel giugno del 1883, e alla luce di questa acquisizione è possibile rileggere integralmente la sua opera.
 
Sembra incredibile che un aspetto così centrale nelle pratiche di un genio dell’arte moderna sia stato finora trascurato al punto da risultare quasi sconosciuto al grande pubblico.
Se a riportarlo all’attenzione della critica internazionale sono state le mostre Van Gogh Draftsman: The Masterpieces e Vincent Van Gogh: The Drawings, allestite nel 2005 rispettivamente al Van Gogh Museum di Amsterdam e al Metropolitan Museum of Art di New York, in Italia è la mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo – fino all’8 aprile alla Basilica Palladiana di Vicenza – a mettere in evidenza le eccezionali doti di disegnatore del pittore brabantino.
 FOTO: Van Gogh. Tra il grano e il cielo
Proprio da questo progetto espositivo prende le mosse il film prodotto da Nexo Digital e 3D Produzioni, “Van Gogh – Tra il grano e il cielo”, appunto, che dal 9 all’11 aprile svelerà agli spettatori anche i lati meno noti dell’opera di Van Gogh attraverso lo sguardo della sua più grande collezionista, l’olandese Helene Kröller-Müller.
 
In attesa di scoprirne i dettagli al cinema, proviamo a esplorare il significato e le caratteristiche dei disegni dell’artista, che rappresentano oltre la metà della sua produzione (ben 1100 opere su carta, contro 800 dipinti a olio).
Prima di trovare il coraggio di prendere in mano tele e pennelli, in effetti Van Gogh si cimentò per anni nella pratica del disegno, studiando sui libri, ma soprattutto osservando le realizzazioni dei grandi maestri del passato, nonché qualunque stampa o rivista illustrata gli capitasse a tiro.
Anche più tardi, le arti grafiche furono per lui molto più di un esercizio per la mano e per l’occhio, tutt’altro che meri strumenti per la preparazione di più ambiziose opere su tela: sperimentò un’ampia varietà di tecniche, accostando matite, gessetti, carboncino, acquerelli, inchiostri a penna o fatti colare da cannucce, alternando i supporti e soprapponendo materiali diversi. Nei momenti di ristrettezze economiche, o quando i medici ritennero che le sue condizioni di salute non gli permettessero di dipingere, tornò volentieri a lavorare esclusivamente su carta, senza considerarla una limitazione.
Cos’è il disegno? Come si può imparare?” si chiedeva: “È lavorare attraverso un invisibile muro di ferro che sembra separare ciò che si sente da ciò che si è in grado di fare. È necessario indebolire questo muro, erodendolo a poco a poco con costanza e pazienza”. Il frutto di questo sforzo appassionato è un vocabolario grafico pieno di inventiva, audace nella sintassi, finissimo nel variare lo stile in base al soggetto, allo stato d’animo, all’atmosfera desiderata.
 
Pur essendo spesso legate ai dipinti – tanti sono gli studi propedeutici, ma anche i disegni realizzati per documentare la creazione di un quadro, spediti al fratello o agli amici lontani – le opere su carta di Van Gogh sono concepite nel segno di una spiccata autonomia, come dimostra la scelta di apporvi la firma.
A volte, confrontando le tele e i disegni, si notano le tracce di un’interazione complessa. È il caso di Cipressi con due figure femminili: il quadro fu realizzato nell’estate del 1889, il disegno, ultimato nel febbraio del ’90, vede l’aggiunta delle donne ai piedi degli alberi. Dopodiché l’artista ritiene di intervenire ancora sul dipinto, arricchendolo con le due sagome che passeggiano tra i campi di Saint-Rémy.

Ma Van Gogh si spinge ben oltre: trasporta la propria abilità grafica sulla tela come non è mai accaduto prima, “trasferendo il disegno dalla periferia al centro della creazione artistica”, come ha scritto la curatrice del MET di New York Colta Ives.
Un risultato raggiunto non soltanto costruendo i propri quadri su una solida griglia – particolarmente evidente nella prima parte della sua ricerca – ma soprattutto attraverso l’uso delle pennellate, con i caratteristici tratteggi composti di barre minute, accostate, flesse o parallele. Che si tratti di volti, oggetti o paesaggi, le linee del pennello assecondano le forme e scolpiscono i volumi, conferendo alle figure una plasticità e una definizione sconosciute ai colleghi impressionisti che nello stesso periodo sperimentano con luce e colore.

Se dai maestri del Rinascimento e del Settecento Van Gogh mutua l’uso della camera ottica, di cui si serve per creare bellissime vedute urbane, mentre si ispira alle opere di Jean-François Millet e Jules Breton nella rappresentazione degli umili lavoratori rurali, ancora più potente è l’influsso dei pittori giapponesi, di gran moda nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento. Le stampe Ukyoe di Utagawa Hiroshige e Katsushika Hokusai lo affascinano per i grafismi, le linee lievi eppure nette, il gusto decorativo e lo stile calligrafico. Proprio come accade a Henri Toulouse-Lautrec, un altro dei rari maestri del disegno che gravitano nella galassia degli Impressionisti.

Usando il pennello come una matita, Van Gogh trova una sintesi nuova e originale tra pittura e disegno. La sua abilità di disegnatore – “tra i più grandi del XIX secolo”, secondo la Ives – diventa un ulteriore mezzo per espandere i confini dell’arte di dipingere. Il suo stile “spontaneo ed esagerato”, il suo uso soggettivo della linea come del colore gli permetteranno di trasferire sulla tela il proprio sentire personale con una potenza inusitata, in assoluto anticipo sui tempi. Sarà proprio la modernità del segno a fare di lui un esempio per i Fauves e per una parte degli Espressionisti tedeschi, rendendolo sorprendentemente vicino anche a noi.

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