Dal 3 febbraio al 5 giugno 2016
I fiori del Simbolismo si schiudono a Milano
Fernand Khnopff, Carezze (L’Arte), 1896, Olio su tela, 50,5 x 151 cm, Bruxelles, Musées Royaux des Beaux‐Arts de Belgique inv. 6767 | © Royal Museums of Fine Arts of Belgium, Brussels / foto J. Geleyns
Ludovica Sanfelice
02/02/2016
Milano - Fortunato colui che sulla vita plana e, sicuro, intende la segreta lingua dei fiori e delle cose mute scriveva Baudelaire nei Fiori del Male (1857), l'oltraggiosa raccolta che con spirito antimoderno estraeva bellezza dagli abissi dell'animo umano. Un testo "sacro" che inaugurò un percorso di abbandono alla dimensione allusiva e creativa in reazione alla crisi del positivismo e di tutto il suo bagaglio di giustificazioni ideologiche a sostegno del progresso.

L'uomo non è al centro dell'Universo aveva proclamato Copernico; l'uomo non è il compimento dell'evoluzione aveva aggiunto Darwin; l'uomo non sa per natura dominare le sue pulsioni interiori aveva quindi ammesso Freud. A questa serie di rifiuti corrispose un momento di sfiducia e chiusura, uno spirito tragico del tempo che avrebbe poco più tardi precipitato l'Europa nella Prima Guerra Mondiale e che in termini figurativi si liberò nel Simbolismo, un movimento multiforme, composto da stili tra loro diversi ma strettamente ancorati al contesto storico e geografico del Vecchio Continente, che orientò la propria azione verso i lati più ignoti dell'esistenza misurandosi con i temi del sogno, del peccato, del delirio, dei paradisi artificiali, della follia, della morte e individuando le proprie matrici nella filosofia (Nietzsche), nel linguaggio musicale (Wagner) e nella letteratura (Baudelaire appunto).
A questa diffusa "sensibilità", a lungo considerata artisticamente come l'anello debole tra l'Impressionismo e le Avanguardie storiche, una mostra in programma dal 3 febbraio al 5 giugno a Palazzo Reale con il titolo "Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Epoque alla Grande Guerra" viene a restituire pieno potere proprio sulla scia del viaggio immaginario compiuto da Baudelaire, fil rouge di un percorso monumentale che riunisce a Milano circa 150 opere, alcune delle quali mai viste prima in Italia. Capolavori di Segantini, Moreau, Redon, Bocklin, Knhopff, Previati e Sartorio provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee e da prestigiose collezioni private, e distribuiti lungo il piano nobile in 24 sale in un allestimento frutto di un progetto scientifico di chiaro rigore a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi e in collaborazione con Michel Draguet.
Un omaggio affascinante ad una corrente carica di espressioni anche radicali che ha il doppio merito di aver destinato parte dei ricavi della sua raccolta al restauro e alla valorizzazione di una decina delle opere esposte e di aver riservato un ramo importante dello studio al ruolo giocato dall'Italia nell'articolazione complessiva del movimento.
In un quadro più ampio, la mostra si inserisce organicamente anche nel programma che Palazzo Reale sta dedicando all'arte tra fine Ottocento e inizio Novecento. Progetto già inaugurato da Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau e prossimo a culminare nella retrospettiva "Umberto Boccioni. Genio e Memoria".

L'uomo non è al centro dell'Universo aveva proclamato Copernico; l'uomo non è il compimento dell'evoluzione aveva aggiunto Darwin; l'uomo non sa per natura dominare le sue pulsioni interiori aveva quindi ammesso Freud. A questa serie di rifiuti corrispose un momento di sfiducia e chiusura, uno spirito tragico del tempo che avrebbe poco più tardi precipitato l'Europa nella Prima Guerra Mondiale e che in termini figurativi si liberò nel Simbolismo, un movimento multiforme, composto da stili tra loro diversi ma strettamente ancorati al contesto storico e geografico del Vecchio Continente, che orientò la propria azione verso i lati più ignoti dell'esistenza misurandosi con i temi del sogno, del peccato, del delirio, dei paradisi artificiali, della follia, della morte e individuando le proprie matrici nella filosofia (Nietzsche), nel linguaggio musicale (Wagner) e nella letteratura (Baudelaire appunto).
A questa diffusa "sensibilità", a lungo considerata artisticamente come l'anello debole tra l'Impressionismo e le Avanguardie storiche, una mostra in programma dal 3 febbraio al 5 giugno a Palazzo Reale con il titolo "Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Epoque alla Grande Guerra" viene a restituire pieno potere proprio sulla scia del viaggio immaginario compiuto da Baudelaire, fil rouge di un percorso monumentale che riunisce a Milano circa 150 opere, alcune delle quali mai viste prima in Italia. Capolavori di Segantini, Moreau, Redon, Bocklin, Knhopff, Previati e Sartorio provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee e da prestigiose collezioni private, e distribuiti lungo il piano nobile in 24 sale in un allestimento frutto di un progetto scientifico di chiaro rigore a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi e in collaborazione con Michel Draguet.
Un omaggio affascinante ad una corrente carica di espressioni anche radicali che ha il doppio merito di aver destinato parte dei ricavi della sua raccolta al restauro e alla valorizzazione di una decina delle opere esposte e di aver riservato un ramo importante dello studio al ruolo giocato dall'Italia nell'articolazione complessiva del movimento.
In un quadro più ampio, la mostra si inserisce organicamente anche nel programma che Palazzo Reale sta dedicando all'arte tra fine Ottocento e inizio Novecento. Progetto già inaugurato da Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau e prossimo a culminare nella retrospettiva "Umberto Boccioni. Genio e Memoria".
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