Al via il nuovo itinerario itinerario di visita

Il mondo visto dal Mudec. Il Museo delle Culture si rinnova con un percorso partecipato

Marzio Emilio Villa, Privileges Race shift, 2020. Stampa fotografica I Courtesy Mudec
 

Francesca Grego

08/09/2021

Milano - Era il 2015 quando il Mudec aprì i battenti in via Tortona, dove un tempo c’erano le fabbriche e i magazzini dell’Ansaldo. Tra atelier di moda, gallerie d’arte e studi di design, l’aereo edificio progettato da David Chipperfield era pronto a diventare un osservatorio privilegiato sul mondo e sulla sua storia, un luogo pulsante di confronto tra culture planetarie e locali nel cuore della città più internazionale d’Italia: tre piani e 8 mila metri quadri per un’immensa collezione di oggetti arrivati qui con percorsi a volte rocamboleschi dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe e dall’Oceania, ma anche mostre dalla prospettiva spesso inusuale, nutrite dalle relazioni tra il vicino e il lontano, tra il passato e il presente, tra le arti e la vita di una società in trasformazione. E progetti che non esitavano a prendere posizione, dalle migrazioni allo sfruttamento dei popoli indigeni. 
A cinque anni dall’inaugurazione, il Museo delle Culture si rinnova con un nuovo itinerario nelle collezioni permanenti, un passo decisivo nella realizzazione della sua mission di dialogo e laboratorio interculturale. 

“Milano globale. Il mondo visto da qui” è il titolo del nuovo allestimento che aprirà al pubblico a partire dal 17 settembre: un viaggio nei processi di globalizzazione dal Cinquecento al secondo millennio, tra oggetti carichi di storie e le vicende di collezionisti e avventurieri del passato, con Milano e il suo territorio come esplicito punto di partenza, perché ogni narrazione è legata al luogo in cui nasce e si sviluppa. In un mix di sguardi che si allargano e si restringono, la città si racconta a partire da processi di dimensione planetaria, dall’era delle grandi navigazioni alla società dei consumi, dal colonialismo alle migrazioni e al presente multiculturale. 


Michelle Francine Ngonmo, Nuova Milano, Afro Fashion, 2021. Abito in juta I Courtesy Mudec

Le voci dei protagonisti in un museo partecipato
Ma soprattutto, il nuovo percorso del Mudec è un racconto partecipato, pensato insieme a numerosi rappresentanti delle culture presenti  in città. In particolare con le comunità di origine africana, chiamate a offrire il proprio punto di vista sul passato coloniale e sull’esperienza di migrazione in Italia. Che cosa rappresentano per loro gli oggetti conservati al Mudec? Come parlano a chi quella storia - direttamente o indirettamente - l’ha vissuta sulla propria pelle? Come si collocano all’interno di vicende passate spesso rimosse - il colonialismo italiano nel Corno d’Africa - e di un presente pieno di contraddizioni? Come possono contribuire a migliorare concretamente la realtà?

“Mi chiamo Asli Haddas, vivo a Milano, ho un ostello con caffè letterario”, racconta uno dei partecipanti al progetto in un video presentato lungo il percorso. “Io mi considero un po’ il risultato di quella fase storica, avendo una mamma eritrea con papà ascaro e un papà nato in Eritrea, per metà etiope e per metà italiano. Non riconosciuto, perché spesso in quel periodo gli italiani che avevano figli con le donne cosiddette ‘indigene’ non venivano riconosciuti. Per legge. Gli organizzatori ci hanno dato la possibilità di vedere una parte ancora non pubblica della collezione storica e ho visto una mantella, molto preziosa, appartenuta a Ras Immirù che è stato una persona molto importante dell’aristocrazia etiope. Il fatto che quella mantella fosse stata abbandonata per lungo tempo in una cantina e dimenticata, mi è sembrato la metafora della storia coloniale italiana: dimenticata, omessa, obliata. Ma quello che fa più male è che è volontariamente o involontariamente ignorata. Io penso che se il Mudec riuscirà a portare avanti questo progetto di museologia partecipata, di questa fase storica, credo sarà un progetto cruciale, decisivo, per tutti coloro che potranno contribuire. Ci sono già i presupposti per ricreare una nuova forma di comunità, tra eritrei e italiani. Una comunità sana. Fatta di condivisione sana, soprattutto”.


Chicchere in zucca per cacao con decorazione policroma. Nuova Spagna (Messico), XVII sec. Frutto essiccato di Crescientia cujete, lamina d’oro, pigmenti. Biblioteca Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano. Collezione Settala I Courtesy Mudec

Il mondo visto da qui: cinque tappe per viaggiatori metropolitani
Il nuovo percorso del Mudec segue il corso del tempo e si sviluppa in cinque sezioni. Nella prima scopriremo le connessioni di Milano con i conquistadores spagnoli, che oltre al benessere economico consentirono di portare in città autentici tesori di interesse etnografico e il cacao, che cambiò le abitudini alimentari degli europei. Storie come quelle del collezionista Manfredo Settala, una mente aperta dagli interessi enciclopedici, si intreccia così con la violenza dei traffici di argento dalle Americhe, un terremoto per l’economia mondiale, ma anche la rovina delle popolazioni native e i primi rapimenti tra le popolazioni dell’Africa occidentale per portare nel nuovo continente gli schiavi necessari a raffinare i metalli preziosi.

La seconda sezione ci porta in Asia, sulle rotte del tè e del caffè. Di gran moda nelle corti europee tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, le nuove bevande orientali faranno la fortuna della Cina, che si affermerà come esportatore di prodotti di lusso, a partire dalle pregiate porcellane. Ma l’Europa non resta a guardare: anche a Milano nascono imitazioni di gran pregio, alimentando la febbre delle cineserie dal vasellame ai tessuti.  


Bandiera delle compagnie Asafo, Popolazione Fanti, Ghana. Metà del XX sec. Cotone. Collezione Giancarlo Matta, Asti I Courtesy Mudec

Terza tappa, Africa. E qui la situazione si fa ancora più complessa. Siamo ormai nella fase più aggressiva del colonialismo, quando il dominio commerciale non basta più e le potenze europee si affidano agli eserciti per controllare vasti territori. Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, destinatarie delle mire italiane, sono al centro dell’allestimento dedicato al periodo otto-novecentesco, che riflette senza infingimenti sulle relazioni con i popoli colonizzati e sulle controverse rappresentazioni dell’altro nell’immaginario di casa nostra, sulle complesse dinamiche di modernità e tradizione nel contesto coloniale, sulle forme di resistenza e resilienza messe in atto dalle popolazioni africane. A questo punto, scrivono i curatori, “siamo di fronte a una storia non solo africana ma globale, come simbolicamente testimoniano i soldati africani che combatterono negli eserciti europei in diverse parti del mondo”.


Paolo D’Alessandro, La giovine Italia. Ritratto di Mario Balotelli, 2011. Digitale su tela, 61 x 51 cm I Courtesy Mudec

Le ultime due sezioni sono dedicate agli scenari più recenti: dalla decolonizzazione alle migrazioni e al multiculturalismo, le opere esposte riflettono su questioni ancora aperte, tra gli stereotipi ancora presenti nella pubblicità come nella musica e le autorappresentazioni di nuove generazioni di “afrodiscendenti”. È qui che l’allestimento si fa ancora più aperto e partecipativo, portando alla ribalta una molteplicità di voci: artisti, designer, videomaker, musicisti, scrittori, influencer, ma anche persone comuni portano al museo la propria prospettiva, in un approccio polifonico che oblitera il vecchio modello della “storia unica”, quale essa sia. 

L’intero processo che ha portato fin qui è condensato in un videodocumentario disponibile sul sito e sui canali social del Mudec dove, in attesa che il nuovo percorso venga inaugurato, è possibile seguire tappa dopo tappa il backstage dell’allestimento e scoprirne i segreti in anteprima. 


David Blank, Foreplay, 2020. Video 4 m 21 s I Courtesy Mudec

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