In mostra all’Orangerie
L’ambizione di Henri Rousseau, il pittore naïf amato dalle avanguardie
Henri Rousseau, L’incantatrice di serpenti, 1907. Musée d’Orsay, Paris
Francesca Grego
27/03/2026
Mondo - È frutto di una fortunata congiuntura la mostra che al Musée de l’Orangerie di Parigi celebra il talento di Henri Rousseau, il doganiere dall’animo d’artista capace di conquistare il cuore - e l’ispirazione - di Picasso. Solo nel 2023, infatti, una revisione giuridica ha autorizzato a viaggiare oltre i confini della Pennsylvania i capolavori della Barnes Foundation di Philadelphia, che conserva una delle più importanti collezioni di opere dell’eccentrico maestro francese, e questo prestito ne rappresenta il primo frutto. Nel progetto Henri Rousseau. L’ambizione della pittura, in corso fino al prossimo 20 luglio, i dipinti arrivati da oltreoceano incontrano finalmente i tesori dell’altra importante raccolta dedicata al pittore, quella del mercante Paul Guillaume che, guarda caso, fece da intermediario per il collezionista statunitense Albert C. Barnes nell’acquisto di 18 dipinti di Rousseau. I visitatori dell’Orangerie - che custodisce un ragguardevole nucleo della Collezione Guillaume - hanno ora l’opportunità di ammirare circa 50 dipinti dell’artista, tra cui capolavori esposti in Europa per la prima volta dopo oltre un secolo. Tra i punti salienti della mostra, concepita per ripercorrerne l’intera carriera, figura la Bohèmienne endormie (la Zingara addormentata), in prestito dal MoMa di New York, da scoprire insieme alla celebre Incantatrice di serpenti, realizzata per la madre di Robert Delaunay e oggi al Musée d'Orsay, o Brutta sorpresa, proveniente dalla Barnes Foundation.
Primo pittore naïf a entrare nella storia dell’arte, il Doganiere non ebbe vita facile. “Non ho mai visto una povertà così grande come quella che regnava nello studio di Rousseau", ha ricordato l'artista Max Weber, mecenate del pittore. A lungo il suo talento da autodidatta fu snobbato dai critici, rifiutato dai Salon, evitato dai mercanti. Ma nel 1923, 13 anni dopo la morte dell’artista, Barnes pagò a Paul Guillaume ben 45 mila franchi per il suo primo Rousseau, una cifra all’altezza delle opere maggiori di Matisse o di Picasso. Solo 15 anni prima, lo stesso Picasso aveva recuperato una sua tela da un rigattiere per cinque franchi. Che cosa era accaduto nel frattempo? A riconoscere per primi il valore di Rousseau furono proprio i protagonisti delle avanguardie, capeggiati dal poeta Guillaume Apollinaire (lo stesso che consigliò caldamente a Guillaume, suo amico, di acquisirne più opere possibile). Nelle tele dell’ex impiegato dei dazi, che aveva lasciato un lavoro sicuro per dedicarsi a tempo pieno alla pittura, i giovani innovatori di inizio secolo videro una forma di innocenza riconquistata, una freschezza e una genuina indipendenza vicine ai primitivi da loro amati. Caratteristiche che nel 1907, quando l’artista fu processato per frode bancaria, l’avvocato difensore utilizzò come prove della sua “ingenuità”. Con stile lontano tanto dai canoni accademici quanto dagli esperimenti dei pionieri del Moderno, Rousseau dipingeva giungle, animali feroci, piante esotiche e paesaggi tropicali che non aveva mai visto se non su cartoline e riviste illustrate, o al massimo tra lo zoo e l’orto botanico. Atmosfere oniriche e stranianti che avrebbero fatto innamorare i surrealisti e ispirato pittori come Carlo Carrà, che nel dipinto La carrozzella riprese il capolavoro Il calesse di papa Junier.

Henri Rousseau, La Bohèmienne endormie, 1897. Museum of Modern Art, New York
Sempre fedele a se stesso nella sua bizzarria, Rousseau conquistò un posto d’onore nella cerchia delle avanguardie. Se già nel 1884 Paul Signac lo invitò a esporre per la prima volta al Salon des Indépendants, più tardi Tristan Tzara, padre del Dadaismo, ne pubblicò le opere letterarie. Memorabile fu il banchetto in onore dell’anziano pittore organizzato nel 1908 nella casa atelier di Picasso al Bateau-Lavoir di Montmartre, un evento goliardico e affettuoso ad un tempo che vide la partecipazione dell’avanguardia parigina al completo. Tra i fumi dell’alcool, il Doganiere confidò al padrone di casa: “Noi siamo i due più importanti artisti della nostra epoca: tu nello stile egizio, io nello stile moderno”, e il maestro spagnolo non si scompose più di tanto. Anche perché nella stanza accanto c’era un quadro di Rousseau che Picasso aveva acquistato per pochi spiccioli ma che custodiva gelosamente, tanto che oggi si trova nel museo parigino a lui intitolato: Ritratto di donna, un dipinto magico e fuori dal tempo, capace di raccontare l’originalità della visione di Rousseau e il suo appeal presso i giovani maestri di inizio secolo.
Con l’obiettivo di andare oltre le leggende che circondano il Doganiere, la mostra all’Orangerie ne esplora l’intera produzione, evidenziando come l’artista abbia saputo diversificare i temi per sbarcare il lunario e conquistare un posto sulla scena artistica parigina: fiere selvagge e giungle lussureggianti pensate per dare spettacolo, allegorie politiche come La Guerra, ritratti e paesaggi dipinti per famiglie e imprenditori del suo quartiere, magari barattati con prestazioni professionali, quadri per il Salon de Indépendants, proposte per commissioni pubbliche, autoritratti intimi.
Curato da Juliette Degennes del Musée de l’Orangerie, Nancy Ireson della Barnes Foundation e Christopher Green, docente al Courtauld Institute of Art di Londra, la mostra analizza poi il rapporto con Guillaume, collezionista entusiasta che arrivò a possedere 50 opere di Rousseau, e l’impegno nell’allacciare relazioni con mercanti, critici e potenziali mecenati. Recenti analisi scientifiche condotte dalla Barnes Foundation e dall’Orangerie offrono infine l’occasione di curiosare nei processi creativi del Doganiere e indagare nel backstage di alcuni capolavori. "Molti segreti di Rousseau non saranno mai conosciuti”, afferma Green, e tuttavia le nuove ricerche hanno regalato “scoperte incredibili”. Anche qui emerge la lotta per la sopravvivenza: sotto la superficie dipinta, una miriade di revisioni racconta come Rousseau abbia modificato tatticamente le proprie composizioni per attrarre clienti. Frugale per necessità, il maestro era solito riutilizzare le tele invendute ridipingendole completamente. Rousseau “ha coltivato l’autentica ambizione di guadagnarsi da vivere con la propria arte”, afferma conclude Green: “Ha fallito, ma cercando di raggiungere l’obiettivo ha fatto un lavoro straordinario”.
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Sempre fedele a se stesso nella sua bizzarria, Rousseau conquistò un posto d’onore nella cerchia delle avanguardie. Se già nel 1884 Paul Signac lo invitò a esporre per la prima volta al Salon des Indépendants, più tardi Tristan Tzara, padre del Dadaismo, ne pubblicò le opere letterarie. Memorabile fu il banchetto in onore dell’anziano pittore organizzato nel 1908 nella casa atelier di Picasso al Bateau-Lavoir di Montmartre, un evento goliardico e affettuoso ad un tempo che vide la partecipazione dell’avanguardia parigina al completo. Tra i fumi dell’alcool, il Doganiere confidò al padrone di casa: “Noi siamo i due più importanti artisti della nostra epoca: tu nello stile egizio, io nello stile moderno”, e il maestro spagnolo non si scompose più di tanto. Anche perché nella stanza accanto c’era un quadro di Rousseau che Picasso aveva acquistato per pochi spiccioli ma che custodiva gelosamente, tanto che oggi si trova nel museo parigino a lui intitolato: Ritratto di donna, un dipinto magico e fuori dal tempo, capace di raccontare l’originalità della visione di Rousseau e il suo appeal presso i giovani maestri di inizio secolo.
Con l’obiettivo di andare oltre le leggende che circondano il Doganiere, la mostra all’Orangerie ne esplora l’intera produzione, evidenziando come l’artista abbia saputo diversificare i temi per sbarcare il lunario e conquistare un posto sulla scena artistica parigina: fiere selvagge e giungle lussureggianti pensate per dare spettacolo, allegorie politiche come La Guerra, ritratti e paesaggi dipinti per famiglie e imprenditori del suo quartiere, magari barattati con prestazioni professionali, quadri per il Salon de Indépendants, proposte per commissioni pubbliche, autoritratti intimi.
Curato da Juliette Degennes del Musée de l’Orangerie, Nancy Ireson della Barnes Foundation e Christopher Green, docente al Courtauld Institute of Art di Londra, la mostra analizza poi il rapporto con Guillaume, collezionista entusiasta che arrivò a possedere 50 opere di Rousseau, e l’impegno nell’allacciare relazioni con mercanti, critici e potenziali mecenati. Recenti analisi scientifiche condotte dalla Barnes Foundation e dall’Orangerie offrono infine l’occasione di curiosare nei processi creativi del Doganiere e indagare nel backstage di alcuni capolavori. "Molti segreti di Rousseau non saranno mai conosciuti”, afferma Green, e tuttavia le nuove ricerche hanno regalato “scoperte incredibili”. Anche qui emerge la lotta per la sopravvivenza: sotto la superficie dipinta, una miriade di revisioni racconta come Rousseau abbia modificato tatticamente le proprie composizioni per attrarre clienti. Frugale per necessità, il maestro era solito riutilizzare le tele invendute ridipingendole completamente. Rousseau “ha coltivato l’autentica ambizione di guadagnarsi da vivere con la propria arte”, afferma conclude Green: “Ha fallito, ma cercando di raggiungere l’obiettivo ha fatto un lavoro straordinario”.
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