Al MArRC fino al 23 ottobre una mostra fotografica parte di Bronzi50 1972-2022

Luigi Spina: vi racconto il mio "corpo a corpo" con i Bronzi di Riace

Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina
 

Samantha De Martin

11/08/2022

Reggio Calabria - Lungo la scalinata realizzata da Marcello Piacentini all’interno del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria (MArRC), il corpo a corpo tra gli eroi di bronzo e il fotografo dell’antico Luigi Spina deposita i suoi segni nella suggestiva sequenza di immagini, volti, labbra, muscoli e pupille che tessono un lento movimento fatto di ritmi e di pause.
Nell’anno che celebra il cinquantesimo anniversario del ritrovamento delle due statue nelle acque di Riace, il fotografo campano ha voluto rendere omaggio ai Bronzi di Riace con una mostra, in corso fino al prossimo 23 ottobre al MArRC, un percorso di immagini dedicato ai due eroi venuti dal mare, accompagnato dal libro fotografico “Bronzi di Riace”, quarto volume della collana “Tesori Nascosti”, edito da 5 Continents Editions.

All’interno del volume - che uscirà il 19 agosto con un’edizione italiana, una inglese e una francese - i testi del direttore del MArRC, Carmelo Malacrino, e di Riccardo Di Cesare, archeologo e docente presso l’Università di Foggia, dialogheranno con la ricerca fotografica del maestro di Santa Maria Capua Vetere. Una narrazione che immergerà il lettore nella storia suggestiva dei Bronzi, tra verità scientifiche e domande rimaste ancora aperte.


Bronzi di Riace, Statua B | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina

Sedici fotografie di grande formato (90 x 134 cm) accompagnano gli ospiti del museo attraversano la suggestiva scalinata piacentiniana del MArRC, proponendo un dialogo visivo fra le due sculture. La sequenza di otto più otto fotografie, dedicate rispettivamente alla statua A e alla statua B, enfatizza un lento movimento che, seppur incessante, crea pause e ritmo.
Abbiamo chiesto al fotografo che da oltre 20 anni conduce la sua ricerca tra gli anfiteatri, indagando il senso civico del sacro, i legami tra arte e fede, le antiche identità culturali, il confronto con la scultura classica, la ricerca ossessiva sul mare, i nastri dell'archeologo sognatore, di raccontarci il suo incontro-scontro con i Bronzi.

Qual è lo scopo della sua fotografia? Cosa ha voluto comunicare attraverso le immagini dei Bronzi di Riace?
“Il mio scopo è quello di creare un dialogo con il classico che ha una sua forza trasversale e che non è affatto anacronistico. Lo scopo della mia fotografia è quello di fare emergere i contesti. I Bronzi di Riace hanno smarrito il loro contesto. Adesso appartengono a tutti e al tempo stesso a nessuno. Allora spetta al fotografo offrire contemporaneità”.


Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina

Lei ha spiegato che durante la realizzazione delle fotografie è stato allestito un set fotografico quasi “a lume di candela”. In che senso?
“Fa parte di un modo di porre la luce. Lavoro tantissimo e spesso sul marmo. Il bronzo, dal punto di vista della tecnica espositiva della luce, diventa quasi un negativo rispetto al marmo che è invece bianchissimo. Ti offre la possibilità di gestirlo attraverso una modulazione di contrasti che invece nel bronzo non sarebbero possibili. Spesso nel bronzo mi lego sostanzialmente a un solo punto luce aereo e tutto il resto sono soltanto una serie di riflessi portati, modulati con pannelli. Non c’è praticamente luce, o meglio la luce è minima, perché altrimenti il bronzo ne soffrirebbe”.

Lei definisce il suo modo di affrontare la scultura come un “corpo a corpo”, perché spesso si perde l’unità dimensionale nel guardare la figura dal vivo. Lei di corpo a corpo ne ha condotti tanti, dai gessi di Canova ai marmi della Collezione Farnese...Com’è stato il suo corpo a corpo con i due guerrieri?
“Il mio percorso inizia con la Collezione Farnese, continua con Canova e ora eccomi qui, al Museo di Reggio Calabria. Quello con il bronzo è stato un corpo a corpo molto diverso. Nei marmi della Collezione Farnese, ma anche nei gessi di Canova, la materia cambia. E cambia ancora di più nel caso del bronzo. Si tratta di un processo sempre molto adattivo. Non mi pongo il problema di come illuminerò le opere. Questo subentra molto spesso quando ti trovi davanti ai capolavori. Il problema essenziale per me è restituire loro una dimensione umana”.


Bronzi di Riace, Statua B | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina

In che modo riesce a restituire a questi capolavori antichi una dimensione umana?
“Accade attraverso la modulazione della luce e attraverso i tagli, a volte davvero esasperati. Alcune volte taglio ad esempio le teste. Chi osserva queste fotografie non riconosce addirittura quale sia il Bronzo A e quale il Bronzo B. Non faccio questo per mancanza di rispetto nei confronti del capolavoro. Lo faccio per renderlo quanto più vicino all’esigenza umana, per consentire al pubblico di confrontarsi con queste statue dimenticando per un attimo che si tratta in realtà di capolavori. C’è tutta una cultura nella quale i Bronzi sono nati che è una cultura sociale, di fede, che è così distante da noi che forse nemmeno riusciamo a comprenderla. Gli archeologi riescono a dare a questa cultura un contesto, ma per un creativo il problema essenziale rimane uno solo: quanto io riesca a vedere questi capolavori nel mio tempo. Non devo vedere queste due statue come un qualcosa di distante. Questo è lo scopo iniziale della mia indagine. Poi tutto viene da sé e tutto si compone, a cominciare dalla luce. L’importante è che sia chiara l’azione sociale e culturale che voglio esprimere”.

Cosa significa essere un fotografo "dell’antichità"? Da cosa nasce la passione per questo tipo di fotografia?
“È una passione che si forma nel tempo, c’è tanto aver visto e assorbito senza fotografare. Non si fotografa sempre. Molto spesso questi grandi capolavori sono fotografati in un modo distante. Basta vedere le tantissime fotografie che si realizzano con lo smartphone. Forse non c’è nemmeno l’intenzione di mediarli attraverso una sensibilità. Io avrei potuto scrivere sui Bronzi e non fotografarli. Invece ho utilizzato la fotografia e non la scrittura per fare emergere aspetti che altrimenti non sarebbero venuti fuori”.


Bronzi di Riace, Statua B | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina

Che identità ha colto nel fotografare Bronzi?
“C’è un’identità meridionale molto forte e di cui io mi sento parte. Io non distinguo tra Napoli e Palermo. Ma leggo tutto il meridione come una grande area nella quale io rivendico il mio ruolo. Quindi se io sono in grado di fare emergere aspetti che non sono solo quelli oggettivamente visibili, ma riguardano aspetti della nostra cultura, molto probabilmente raggiungerò il risultato di impatto sull’animo".

Alla fine qual è lo scopo di tutto questo?
“Anche permettere alle nuove generazioni di essere coscienti della propria esistenza. Non possiamo solo limitarci a dire che i Bronzi sono la grande bellezza. La grande bellezza è un valore effimero. Queste statue devono tornare in un dinamismo culturale”.

Qual è quindi il ruolo dell’artista?
"L’artista si assume delle responsabilità. Quando l’archeologo vede dei tagli così netti, come quelli che ho attuato io attraverso le fotografie, si spaventa. Gli archeologi pensano che vi sia un aspetto scientifico per il quale il Bronzo deve essere quasi intoccabile. In questo caso nella comunicazione di un direttore estremamente dinamico come quello del MArRC l’aspetto scientifico convive con quello creativo. In questo modo un museo archeologico, che il visitatore percepisce come uno scrigno di archeologia, diventa anche un contenitore di arte. Oggi l’arte convive con la parte archeologica”.



Bronzi di Riace, Statua A | Foto: © Luigi Spina | Courtesy Luigi Spina

Si ricorda la prima opera che ha fotografato?
“L’Afrodite di Capua. Ricordo anche il numero di inventario, 7017. È stato il mio confronto diretto con la mia terra. Io sono di Santa Maria Capua Vetere e l’Afrodite è stato il mio primo elemento. Da lì a comprendere quanto per me fosse importante l’appartenenza e l’identità della mia terra ci sono voluti oltre 25 anni”.

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