Amar Kanwar. Co-travellers
Amar Kanwar, The Torn First Pages, 2004-2008, Collection of the artist. Installation view Amar Kanwar. Co-travellers, 2026 Ph. Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Dal 29 Marzo 2026 al 10 Gennaio 2027
Venezia | Visualizza tutte le mostre a Venezia
Luogo: Pinault Collection (Palazzo Grassi)
Indirizzo: Campo San Samuele 3231
Orari: Lun - Dom 10.00 -18.00 | Mar chiuso
Curatori: Jean-Marie Gallais
Costo del biglietto: € 20,00
Pinault Collection presenta una mostra di Amar Kanwar che riunisce due importanti installazioni multimediali al secondo piano di Palazzo Grassi. Caratterizzato da un approccio poetico e filosofico alle questioni individuali, sociali e politiche, l’artista indiano crea uno spazio di intersezione tra arte, documentazione e attivismo. Le sue installazioni invitano a vivere un’esperienza meditativa con la natura umana, che unisce intensità visiva, impegnoe profondità narrativa.
Amar Kanwar (nato nel 1964 a New Delhi) si è distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza. Lo sguardo di Kanwar è quello di un osservatore alla ricerca di immagini e rappresentazioni che documentino la storia contemporanea dell’Asia meridionale. Facendo emergere narrazioni parallele, il regista si affida a documenti d’archivio e testimonianze reali, così come a immagini poetiche, per creare una narrazione stratificata. Andando oltre il giudizio sociale o politico, Kanwar trascende le narrazioni personali e collettive.
La sua installazione The Torn First Pages (2004-2008), presentata nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi, documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania. L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. Il titolo dell’installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva — la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l’artista attira l’attenzione sulle atrocità del regime e forma un’ode alla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.
Immersa nell’oscurità viene presentata l’opera più recente dell’artista The Peacock’s Graveyard (2023). Una riflessione contemporanea sulla morte, l’impermanenza e il ciclo della vita, quest’opera è l’ultima realizzata dall’artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull’improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. Sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure né usa voci, ma il testo è accompagnato da immagini metaforiche e astratte. In questi cinque racconti scritti dall’artista (per un’esperienza totale di 28 minuti), si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione, un proprietario terriero che tradisce una promessa, un presidente reincarnato e due amici salvati dalle loro liti. Kanwar descrive queste favole semplici e metafisiche come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo, la sua violenza e le sue relazioni di potere — piccole storie per adulti da portare via con sé.
Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, “sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, come cita l’artista. Pur assumendo una narrazione senza tempo e di finzione, The Peacock’s Graveyard affronta questioni contemporanee: temi legati alla terra, all’acqua e ai diritti umani, alla storia, alla memoria, al karma e alla moralità. The Torn First Pages osserva la resistenza individuale e collettiva delle persone comuni alla violenza. Formalmente, le opere condividono somiglianze, come se la prima fosse una premonizione della seconda, che “distilla” la stessa idea: le immagini diventano all’improvviso cristalline e le storie universali. La mostra offre così una riflessione profonda sul nostro tempo presente, “un momento della storia in cui ogni verità sembra avere un’opposta verità brutale”, spiega Kanwar.
Amar Kanwar (nato nel 1964 a New Delhi) si è distinto a partire dagli anni Novanta per i suoi film e le opere multimediali che esplorano la politica del potere, della violenza e della resistenza. Lo sguardo di Kanwar è quello di un osservatore alla ricerca di immagini e rappresentazioni che documentino la storia contemporanea dell’Asia meridionale. Facendo emergere narrazioni parallele, il regista si affida a documenti d’archivio e testimonianze reali, così come a immagini poetiche, per creare una narrazione stratificata. Andando oltre il giudizio sociale o politico, Kanwar trascende le narrazioni personali e collettive.
La sua installazione The Torn First Pages (2004-2008), presentata nelle sale del secondo piano di Palazzo Grassi, documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania. L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. Il titolo dell’installazione rende omaggio a un gesto di protesta del libraio Ko Than Htay, che strappava la prima pagina di ogni libro che vendeva — la pagina che, per obbligo di legge, conteneva le dichiarazioni degli obiettivi politici della dittatura militare. Attraverso materiali stampati e video proiettati su fogli di carta, l’artista attira l’attenzione sulle atrocità del regime e forma un’ode alla forza della protesta politica in Birmania e nel mondo.
Immersa nell’oscurità viene presentata l’opera più recente dell’artista The Peacock’s Graveyard (2023). Una riflessione contemporanea sulla morte, l’impermanenza e il ciclo della vita, quest’opera è l’ultima realizzata dall’artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Un raga (musica classica indiana melodica basata sull’improvvisazione) potente e vibrante eseguito dal pianista Utsav Lal impone un ritmo lento che evolve in una trance. Sfruttando appieno il potenziale di questa narrazione multifocale, Amar Kanwar non filma figure né usa voci, ma il testo è accompagnato da immagini metaforiche e astratte. In questi cinque racconti scritti dall’artista (per un’esperienza totale di 28 minuti), si incontrano un sacerdote furioso, un boia a cui un albero impartisce una lezione, un proprietario terriero che tradisce una promessa, un presidente reincarnato e due amici salvati dalle loro liti. Kanwar descrive queste favole semplici e metafisiche come strumenti che ci aiutano a regolare il rapporto con il mondo, la sua violenza e le sue relazioni di potere — piccole storie per adulti da portare via con sé.
Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, “sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, come cita l’artista. Pur assumendo una narrazione senza tempo e di finzione, The Peacock’s Graveyard affronta questioni contemporanee: temi legati alla terra, all’acqua e ai diritti umani, alla storia, alla memoria, al karma e alla moralità. The Torn First Pages osserva la resistenza individuale e collettiva delle persone comuni alla violenza. Formalmente, le opere condividono somiglianze, come se la prima fosse una premonizione della seconda, che “distilla” la stessa idea: le immagini diventano all’improvviso cristalline e le storie universali. La mostra offre così una riflessione profonda sul nostro tempo presente, “un momento della storia in cui ogni verità sembra avere un’opposta verità brutale”, spiega Kanwar.
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