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Hitler contro Picasso e gli altri - La nostra recensione

James Ensor, La Mort et les masques, 1897, Olio su tela, 100 x 78.5 cm, Liège, Musée d'Art contemporain de la Ville | cea +, via Flickr | La "colpa" di Ensor per il regime nazista fu quella di essere stato tra i precursori dell'Espressionismo, come lo stesso Edvard Munch
 

Samantha De Martin

09/03/2018

Mondo - Quella che racconta della spoliazione, da parte di Hitler, della grande bellezza dell’Europa, è una storia di capolavori e di falsari, di collezionisti e mercanti d’arte, di opere nascoste nelle miniere di sale di Altaussee o in quelle di potassio di Merkers, ma anche nei salotti buoni di Berlino, frutto del diabolico tentativo escogitato dal regime, di accaparrarsi l’espressione artistica di una cultura, oltre che la vita di milioni di uomini.

“Un artista è un politico, attento agli eventi strazianti, ardenti o dolci del mondo. Com’è possibile essere indifferenti agli altri uomini? La pittura non è fatta per decorare appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”. Tuona come un monito, ma anche come una verità amara, la riflessione di Picasso, che Claudio Poli, giovanissimo regista d “Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione dei nazisti per l’arte” affida, al termine del ducumentario, a Toni Servillo, la suprema voce narrante dell’ultimo lavoro prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, distribuito nelle sale il 13 e il 14 marzo.
 FOTO: Hitler contro Picasso e gli altri. L'ossessione dei nazisti per l'arte
Può suonare come assurdo, ma nell'Europa divorata dal nazismo, la vendita di intere collezioni da parte di molte famiglie ebree, per un visto d'espatrio che allora significava la vita, rappresentò un autentico strumento di salvezza.
Perché l’arte, anche quella che Hitler ripudiava - considerata simbolo di deviazione e caos, in contrapposizione a quella ariana “del sublime e del bello, veicolo del naturale e del sano” - svolse da sempre un ruolo centrale nella politica di propaganda del Führer.

E questo docufilm - che si avvale della sceneggiatura di Sabina Fedeli, Didi Gnocchi e Arianna Marelli - lo testimonia, conducendo lo spettatore in un viaggio storico, ma affatto monotono, tra gli intrecci oscuri, subdoli, diabolici tra regime e arte.

Ed è come assistere a un coro polifonico di voci, racconti, documenti e testimonianze, magistralmente diretto da Remo Anzovino, autore della colonna sonora del film, il cui intento - «comporre una musica in grado di sposarsi con la sceneggiatura e con il linguaggio delle immagini, ma anche dotata di una personalità forte e autonoma, di una propria vita oltre lo schermo», risulta pienamente raggiunto.

Le note, capaci di trasmettere atmosfere ed emozioni diverse - dal senso di annichilimento alla speranza, alla forza di lottare - accompagnano infatti lo spettatore lungo la narrazione, invitandolo ora ad un ascolto pacato, ora a trattenere il fiato, in attesa di un colpo di scena narrativo.

Ma c’è una data dalla quale l’intero documentario si dipana, ed è il 1937, quando, a Monaco, il nazismo mette al bando la cosiddetta “arte degenerata”, organizzando nel parco Hofgarten un’esposizione pubblica per condannarla e deriderla, ma anche per alimentare le casse dello stato mettendo all’asta, con la compiacenza di collezionisti e mercanti, centinaia di capolavori. In prima fila c’erano Chagall, Kandinsky, Picasso, Monet, Matisse, apostrofati come “incompetenti e ciarlatani”. Contemporaneamente aveva luogo La Grande Esposizione di Arte Germanica, finalizzata a promuovere ed esaltare la “pura arte ariana”, simbolica espressione della grande ossessione per l'arte classica, e della quale il Führer si occupò personalmente.


La Grande Esposizione dell’Arte Germanica fu ospitata, per ben otto edizioni, dal 1937 al 1944, all'Haus der Kunst di Monaco. L'edificio ospita a tutt'oggi eventi e mostre d'arte | Foto: Rufus46 (Own work), via Wikimedia Creative Commons

A ripercorrere questa vicenda, ovvero “la storia di come Hitler depredò la grande bellezza dell’Europa e di come rapì non solo vite umane, ma l’espressione artistica di una cultura”, non poteva mancare Charlie Chaplin con il suo dileggio al regime e con la celebre scena de "Il grande dittatore", nella quale Hitler “gioca” con il mondo, con atteggiamento sprezzante.

A provocare l’evidente frattura tra espressionismo, impressionismo, cubismo - l’arte degli “ismi” come la liquidò con disprezzo il Führer, espressione di “deviazione e caos” - e l’arte classica, “rassicurante”, con le “belle opere immortali”, fu l’ossessione, a tratti paradossale, del regime per l’arte, ma anche la volontà di cancellare l’intera cultura del popolo ebraico, mista all’irrefrenabile desiderio di propaganda.

Il racconto chiaro, pacato, affidato a Servillo - lo spettatore ha come l’impressione di trovarsi seduto alla scrivania dell’attore durante una chiacchierata intima - si accompagna alla testimonianza di specialisti, galleristi, storici dell’arte, giornalisti, e ancora a fotografie, immagini di repertorio, filmati - come quelli che ritraggono il Fürher e la sua compagna Eva Braun - fondamentali per proiettarci tra gli eventi incalzanti, che montano silenziosi, fino al loro epilogo drammatico.

E poi ci sono le ambientazioni, come le cime austriache della Stiria, dove, tra le cavità della miniera di sale di Altaussee, nel maggio del 1945 gli americani scoprirono una parte del tesoro di Hitler, 6500 tra quadri - dalla Madonna con Bambino di Michelangelo all’imponente polittico dell'Agnello mistico, dipinto dai fratelli Van Eyck o all'Astronomo di Jan Vermeer, razziato ai Rothschild - oltre a statue, mobili, armi, monete, libri antichi. O come Carinhall, la residenza a 60 chilometri da Berlino, che ospitava la galleria delle meraviglie di Hermann Goering, dove il numero due del regime intratteneva la società aristocratica tedesca e internazionale.
Non manca la miniera di potassio di Merkers, a nord di Francoforte, dove i soldati americani trovarono il deposito d’oro e di valuta della Reichsbank’s, per un valore di oltre 520 milioni di dollari, oltre a 400 dipinti evacuati da alcuni musei berlinesi.

In questo avvincente percorso sui binari dell’arte e della politica, lo spettatore viene accolto, ora nelle ambientazioni storiche dominate da bombe e parate, ora nei salotti degli eredi di alcuni dei protagonisti di questa triste vicenda che vede “molti proprietari lottare tuttora per tornare in possesso di quello che una volta era loro”.
Come Charlene von Saher, nipote di Jacques Goudstikker, uno stimato mercante d'arte ebreo di Amsterdam. Quando i nazisti invasero l'Olanda, il 10 maggio del 1940, Goering e il suo mercante Hofer si erano già assicurati 1240 delle sue opere.

Tra i protagonisti viventi di questa triste vicenda c’è anche Simon Goodman che, rovistando in scatoloni pieni di vecchie carte e documenti, ha rinvenuto la storia della sua famiglia e della sua magnifica collezione d’arte - con opere di Degas, Renoir, Botticelli, nonché il cinquecentesco Orologio di Orfeo - finita nelle mani di Hitler e Goering, dopo aver attirato le invidie del Kaiser.

Nel docufilm, la storia del professore di storia, Edgar Fauchwanger, vicino di casa di Hitler a Monaco, nel 1929, si intreccia inoltre a quella di Paul Rosenberg, uno dei più grandi collezionisti e mercanti d’arte di inizio Novecento, parte del cui patrimonio recuperato è al centro della mostra a Parigi.

In questa carrellata attenta, rigorosa, ma mai stucchevole o ridondante, non mancano i capolavori - ciascuno dei quali con una propria storia - che appaiono nel docufilm e accompagnano il racconto, simili a pennellate intense sull’oscura tela dell’Olocausto.
Ed eccola la Danae di Tiziano, La parabola dei ciechi di Bruegel il Vecchio, La flagellazione di Cristo di Caravaggio, la Madonna di Raffaello e Antea del Parmigianino, provenienti dalla collezione di Goering e oggi conservate al Museo di Capodimonte.


Michelangelo Merisi da Caravaggio, La Flagellazione di Cristo, Olio su tela,  213 x 286 cm, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Quello diretto da Claudio Poli è anche un viaggio nel presente, tra Parigi, New York - la metropoli che accolse molti dei collezionisti ebrei in fuga dal regime - l’Olanda - uno dei paesi più colpiti dal saccheggio di opere d'arte da parte dei nazisti - e la Germania, attraversato da storie - alcune rimaste silenziose per decenni - che intersecano l’hic et nunc grazie alle quattro grandi esposizioni che in questi ultimi mesi hanno fatto il punto sull’arte trafugata.
Dopo quasi 80 anni alcune delle seicentomila opere d'arte sottratte a privati, musei, chiese e gallerie sono, infatti, al centro di quattro mostre: a Parigi, a Berna, Bonn e Deventer.

Il film è soprattutto un’occasione per entrare in contatto con quadri, sculture, tele, disegni, opere delle quali si erano perse le tracce, come alcuni capolavori di Rodin, Matisse, Monet, Renoir, Kandinsky, Klee, ricomparsi nell'appartamento di Monaco di un anziano signore, Cornelius Gurlitt - figlio di Hildebrand Gurlitt, fidato mercante d'arte del Führer, fermato per caso dalla polizia doganale sul treno Zurigo - Monaco, nel 2010 e rimasto a lungo nell’ombra - adesso al centro della doppia esposizione a Berna e a Bonn.

Distribuito nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema con i media partner Radio DEEJAY, Sky Arte HD, MYmovies.it e ARTE.it, il documentario si pone come monito e racconto, memoria e, allo stesso tempo, inno alla bellezza che non muore, ma tace silenziosa, quasi sopita dinnanzi al potere distruttivo dell’odio.
Perchè l’arte, come recita in chiusura il film, “spesso è una chiave, un cavallo di Troia, un pennello che aiuta a disegnare e cancellare dittature. Può essere un mezzo e un destino, può salvare e condannare, strumento eversivo e macchina di consenso, espressione di libertà e volto dei totalitarismi”.


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