Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo

Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo, Fondazione dell’Albero d’Oro, Venezia I Ph. Ugo Carmeni

 

Dal 18 Aprile 2026 al 22 Novembre 2026

Luogo: Palazzo Vendramin Grimani | Fondazione dell’Albero d’Oro

Indirizzo: San Polo 2033

Orari: Gio - Lun 10 – 13 / 14 – 18

Curatori: Daniela Ferretti

Telefono per informazioni: +39 041 8727 750

E-Mail info: info@fondazionealberodoro.org

Sito ufficiale: http://www.fondazionealberodoro.org


La Fondazione dell’Albero d’Oro a Venezia presenta la mostra Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo, a cura di Daniela Ferretti e in collaborazione con Ceysson & Bénétière, aperta al pubblico dal 18 aprile al 22 novembre 2026. Questo nuovo progetto si inserisce nella linea di ricerca ed espositiva della Fondazione, che nel corso degli anni ha sviluppato una continuità tematica: dal filo e dal tessuto, fino a valorizzare oggi la piega come metafora di un’etica capace di accogliere la complessità e l’imperfezione. Anche per questa mostra, grande importanza è attribuita al dialogo tra le opere e il contesto espositivo di Palazzo Vendramin Grimani, dove storia e contemporaneità si incontrano attraverso progetti originali, frutto di accurate ricerche.
 
Patrick Saytour (Nizza, 1935 – Aubais, 2023) è stato una figura di spicco del movimento Supports/Surfaces e tra i protagonisti della sperimentazione pittorica francese sin dagli anni ’60. Del movimento, nato negli anni ’70, fanno parte artisti come André-Pierre Arnal, Vincent Bioules, Louis Cane, Daniel Dezeuze, Noël Dolla, Toni Grand, Bernard Pagès, e Claude Viallat, accomunati dal dibattito teorico e dall’impegno comune in strategie espositive non convenzionali, praticate collettivamente.
 
La mostra a Palazzo Vendramin Grimani presenta per la prima volta al pubblico i risultati della ricerca di Saytour, fatta di pieghe, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture, superfici che non si lasciano fissare in un'unica forma e che definiscono un lessico esistenziale.
Le sale decorate, le prospettive sul Canal Grande, gli stucchi, i pavimenti, l’architettura dell’edificio diventano cornice e contrappunto per tessuti piegati, bruciati o abbandonati al sole. La materia fragile dell’artista incontra la solidità della pietra e della storia creando un dialogo fatto di echi e di contrasti, vulnerabilità e permanenza, silenzio e memoria. Ogni stanza è quindi una soglia, un’esperienza in cui l’opera deve essere percepita prima che guardata.
Numerose le serie che raccontano il percorso dell’artista, come Plié/Déplié che si offrono come archivi del tempo, drappi che raccontano la memoria dei gesti e della materia. La piega come metafora di un’etica capace di accogliere la complessità, l'imperfezione e l'irregolarità. I Repliés e i Brulages mostrano invece la vulnerabilità del tessuto: la piega custodisce ombre, il fuoco lascia cicatrici e il tempo si deposita in strati sottili.
Nelle Nature morte, l'artista trasforma oggetti quotidiani in strutture sospese tra equilibrio e precarietà: qui la piega diventa un modo per interrogare la vita silenziosa delle cose, la loro resistenza al tempo, la loro fragile permanenza.
  Un'accurata selezione di opere su carta costituisce inoltre il cuore segreto della mostra. È sulla carta che l’artista concentra e distilla la sua energia: vibrazioni minime, tagli rapidi, tracce leggere che rivelano la vitalità inesauribile del gesto. Ogni foglio custodisce gli esiti di una ricerca che non conosce mai un punto di arrivo. Lontane dall’essere marginali, queste opere disegnano una geografia silenziosa che offre al visitatore la possibilità di entrare nel laboratorio interiore dell’artista.
In questo percorso l’energia di Saytour incontra la tensione radicale e il silenzio di Piero Manzoni, che all'azzeramento affida il senso dell’opera fino a cancellare l’autore stesso nell’ironia delle sue azioni. Achrome, Linee, Fiato d’artista e alcuni lavori su carta sono il controcanto necessario alle manipolazioni, alle metamorfosi della materia e della superficie di Saytour.
Entrambi gli artisti rivelano infatti la tensione tra azzeramento e rinascita, tra gesto e idea, tra il desiderio di una tabula rasa e il bisogno di accogliere la materia. Due visioni che condividono un desiderio di verità: il rifiuto dell’ornamento, l’urgenza di un gesto che non finga, che non rappresenti. In questo dialogo si crea uno spazio di riflessione, una pausa in cui il pensiero si dilata e lo sguardo si rinnova.
 
Patrick Saytour (Nizza, 1935 – Aubais, 2023) ha seguito una doppia formazione nel teatro e nelle arti decorative e per lungo tempo ha oscillato tra la pittura e il teatro. Dopo aver studiato all’École nationale des arts décoratifs di Nizza, si è trasferito a Parigi, dove ha frequentato la rinomata École Camondo. Dal 1959 al 1961 Patrick Saytour svolge il servizio militare in Algeria. Nel 1963 riceve il Prix de la Fondation de la Vocation come regista teatrale. Nominato professore presso la scuola comunale di disegno di Nizza nel 1967, incontra Claude Viallat, Bernard Pagès, Daniel Dezeuze, André Valensi, Toni Grand e Noël Dolla.
Membro fondatore del gruppo Supports/Surfaces, Patrick Saytour ha occupato all’interno del movimento una posizione marginale, critica e persino ironica. Il suo lavoro può essere definito come un’impresa di decostruzione della forma, del colore, del formato e delle modalità di presentazione, per usare le parole di una sua stessa dichiarazione. In quegli anni si è impegnato in una sorta di parodia teatrale dell’arte, messa in scena attraverso un vocabolario volutamente povero e l’uso di tecniche rudimentali: piegature e spiegature sistematiche, combustioni, immersioni, solarizzazioni e così via.
I materiali da lui utilizzati sono scelti tra i più comuni o kitsch: plastiche, tessuti e pellicce sintetiche, facilmente reperibili nei mercati frequentati dai lavoratori immigrati. Alla fine degli anni Settanta, mentre insegnava all’École des Beaux-Arts di Nîmes, Saytour ha realizzato assemblaggi con oggetti da bazar: lampade, bandiere, fotografie di pin-up, arazzi decorativi raffiguranti caravelle, cervi in ambienti boschivi, principesse, fantasie arabe e simili.
Più recentemente, l’attitudine parodica privilegiata dall’artista ha dato vita — sotto titoli come Gli Anniversari, Le Celebrazioni, Le Cronache, Le Commemorazioni, Le Incoronazioni, Le Javas, I Matrimoni, Le Noube, I Monumenti e altri — a opere sottili nelle quali il progetto di decostruzione e di sovvertimento dell’arte si dispiega attraverso composizioni di grande bellezza formale. Questi lavori sono costituiti da insiemi di costumi festivi per bambini, bluse in tela grezza, abiti per bambole, strisce di cartone, feltro, piccole casse di legno, modellini teatrali, sagome e cartamodelli per abiti, mappe e altri elementi analoghi.
A questi hanno fatto seguito assemblaggi di oggetti che mettono in scena — monumentalizzati fino all’eccesso — oggetti sia decorativi sia utilitari, tra cui una lampada metallica che sembra emergere dal sogno parossistico di un megalomane tuttofare. Tuttavia, come accade per le opere di Claes Oldenburg, queste “sculture” si affermano come lavori raffinati, dai quali emana una strana seduzione. La stessa attrazione si prova di fronte a reti tese su cerchi metallici, da cui pendono frutti di plastica, galleggianti da reti da pesca, perline, piume e una moltitudine di decorazioni festive. Il loro artificio è accentuato da ciò che Patrick Saytour stesso definisce una “cosmetica” del banale — più precisamente, un pomponnage — applicata all’opera d’arte.
Un pomponnage gioioso, disposto con lo zelo di un allestitore di vetrine. Le opere di Saytour sono state esposte nella maggior parte delle istituzioni europee dedicate all’arte moderna e contemporanea e sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private.


SCARICA IL COMUNICATO IN PDF