Dalla pittura preraffaellita al cinema, la lunga storia di un mito
L'Egitto immaginario. Duemila anni di egittomania nell'arte
Jean-Léon Gérôme, Bonaparte Before the Sphinx, 1886, Hearst Castle, San Simeon, California
Giorgio Orbene
28/10/2026
Esiste un Egitto che appartiene alla storia e un altro che vive nella nostra immaginazione. Il primo è quello degli archeologi, dei musei e delle scoperte che hanno restituito alla conoscenza una delle civiltà più antiche del mondo. Il secondo è un universo popolato da faraoni, divinità misteriose, tombe segrete, maledizioni e tesori nascosti. Due mondi che si incontrano e si sovrappongono da secoli, alimentando un fenomeno culturale che ha persino un nome: egittomania.
La fascinazione occidentale per l'Antico Egitto comincia molto prima della nascita dell'archeologia moderna. Già i Romani ne subiscono il richiamo, importando obelischi, adottando culti religiosi e reinterpretandone i simboli. La piramide Cestia, costruita a Roma tra il 18 e il 12 a.C., testimonia questa precoce appropriazione culturale. Un monumento funerario romano che prende in prestito la forma delle tombe dei faraoni, trasformandola in un segno di prestigio. Un fascino che attraversa i secoli e continua ad attrarre il pubblico contemporaneo, come dimostra il successo della mostra Tesori dei Faraoni, che dopo aver richiamato oltre 400 mila visitatori alle Scuderie del Quirinale di Roma ha intrapreso una tournée internazionale. Attualmente al de Young Museum di San Francisco, l'esposizione approderà nel marzo 2027 al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas, confermando la capacità dell'arte egizia di conquistare pubblici e generazioni differenti.
Ma è soprattutto tra Settecento e Ottocento che l'Egitto conquista definitivamente la fantasia europea. La spedizione napoleonica del 1798, accompagnata da un'imponente missione scientifica, apre una nuova stagione di studi. La pubblicazione della monumentale Description de l'Égypte diffonde immagini di templi, statue e monumenti fino ad allora poco conosciuti. Nel 1822 Jean-François Champollion annuncia la decifrazione dei geroglifici, rendendo finalmente accessibile una parte fondamentale della storia egizia.
Paradossalmente, quanto più l'Egitto diventa oggetto di conoscenza scientifica, tanto più cresce la sua dimensione fantastica. Pittori, architetti e scrittori si appropriano di quel repertorio di immagini, mescolando documentazione archeologica, suggestioni orientaliste e invenzione.
Nella pittura vittoriana, e in particolare nell'ambiente preraffaellita, l'Egitto diventa uno scenario ideale per rappresentare il fascino ambiguo del passato. Cleopatra offre agli artisti un personaggio nel quale confluiscono bellezza, potere, seduzione e tragedia. Frederick Sandys, vicino alla cerchia preraffaellita, la raffigura in un'illustrazione pubblicata nel 1866, circondata da dettagli esotici e riferimenti all'iconografia egizia. John William Waterhouse, interprete della successiva sensibilità preraffaellita, ne realizza nel 1888 un celebre ritratto, nel quale la regina appare come una figura enigmatica e autoritaria.
Anche Gustav Klimt partecipa a questa reinvenzione dell'antichità. Nelle decorazioni realizzate tra il 1890 e il 1891 per lo scalone del Kunsthistorisches Museum di Vienna, il pittore austriaco dedica all'Egitto alcune figure allegoriche, nelle quali la ricostruzione storica si intreccia con il gusto ornamentale della Vienna fin de siècle. L'arte egizia, con le sue figure ieratiche, i profili stilizzati e la ricchezza dei motivi decorativi, offre a Klimt un repertorio visivo che anticipa alcuni caratteri della sua successiva ricerca. Non si tratta più soltanto di rappresentare un mondo lontano, ma di assorbirne il linguaggio e trasformarlo in una nuova espressione artistica.
La Cleopatra dei pittori ottocenteschi è una costruzione romantica, erede della tradizione letteraria e teatrale europea, da Shakespeare in avanti. L'antichità diventa uno specchio nel quale proiettare passioni, inquietudini e fantasie contemporanee.
L'egittomania raggiunge una nuova intensità nel 1922, quando Howard Carter scopre nella Valle dei Re la tomba di Tutankhamon. Le fotografie dei tesori ritrovati fanno il giro del mondo. Maschere d'oro, scarabei, fiori di loto e geroglifici entrano rapidamente nel linguaggio della moda, della gioielleria e delle arti decorative. L'Art Déco assorbe forme e motivi ornamentali dell'antica civiltà, trasformandoli in espressioni di modernità. Un fenomeno che si inserisce nella lunga storia dell'Egyptian Revival, documentata anche dal Metropolitan Museum of Art.
Ma la scoperta di Tutankhamon produce anche un fenomeno inatteso. Nell'aprile del 1923 Lord Carnarvon, finanziatore della spedizione, muore al Cairo in seguito alle complicazioni di un'infezione. La stampa internazionale trasforma rapidamente quella morte nella prova di una presunta maledizione destinata a colpire chiunque avesse violato il riposo del faraone. Le ricostruzioni scientifiche non trovano alcun fondamento alla leggenda, ma ormai il racconto ha assunto una vita propria. L'archeologia ha riportato alla luce una tomba; la fantasia popolare ne ha fatto il teatro di una vendetta soprannaturale.
Hollywood non si lascia sfuggire l'occasione. Nel 1932 Boris Karloff interpreta il protagonista de La mummia, inaugurando una lunga tradizione cinematografica. Nel 1999 Stephen Sommers riprende il soggetto trasformandolo in un'avventura spettacolare, tra città perdute, antichi sortilegi e tesori nascosti. Il successo del film genera sequel e nuove interpretazioni, mentre l'Egitto fantastico continua a vivere anche attraverso fumetti, romanzi e serie televisive.
La stessa mitologia conquista il mondo dei videogiochi. In Assassin's Creed Origins (2017), l'Antico Egitto diventa un vasto ambiente esplorabile, ricostruito attraverso un lavoro di documentazione storica ma popolato anche di intrighi, misteri e avventure. Il gioco arriva persino a proporre una modalità educativa che permette di visitare virtualmente monumenti e luoghi dell'antica civiltà. Altrove prevale invece la dimensione fantastica: piramidi, geroglifici, scarabei e divinità diventano elementi di un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile, ripreso anche da giochi digitali come Book of Ra Deluxe online, che attingono all'iconografia delle esplorazioni archeologiche e dei tesori nascosti.
È forse questa la particolarità dell'egittomania: la capacità di trasformare una civiltà storica in un repertorio di immagini che continua a reinventarsi. Le scoperte archeologiche hanno restituito complessità a una cultura millenaria, ma nell'immaginario popolare l'Egitto rimane soprattutto il luogo del mistero. Le piramidi restano piramidi, gli scarabei continuano a essere scarabei. Cambia ciò che vediamo in essi e, soprattutto, ciò che desideriamo raccontare attraverso le loro immagini.
La fascinazione occidentale per l'Antico Egitto comincia molto prima della nascita dell'archeologia moderna. Già i Romani ne subiscono il richiamo, importando obelischi, adottando culti religiosi e reinterpretandone i simboli. La piramide Cestia, costruita a Roma tra il 18 e il 12 a.C., testimonia questa precoce appropriazione culturale. Un monumento funerario romano che prende in prestito la forma delle tombe dei faraoni, trasformandola in un segno di prestigio. Un fascino che attraversa i secoli e continua ad attrarre il pubblico contemporaneo, come dimostra il successo della mostra Tesori dei Faraoni, che dopo aver richiamato oltre 400 mila visitatori alle Scuderie del Quirinale di Roma ha intrapreso una tournée internazionale. Attualmente al de Young Museum di San Francisco, l'esposizione approderà nel marzo 2027 al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas, confermando la capacità dell'arte egizia di conquistare pubblici e generazioni differenti.
Ma è soprattutto tra Settecento e Ottocento che l'Egitto conquista definitivamente la fantasia europea. La spedizione napoleonica del 1798, accompagnata da un'imponente missione scientifica, apre una nuova stagione di studi. La pubblicazione della monumentale Description de l'Égypte diffonde immagini di templi, statue e monumenti fino ad allora poco conosciuti. Nel 1822 Jean-François Champollion annuncia la decifrazione dei geroglifici, rendendo finalmente accessibile una parte fondamentale della storia egizia.
Paradossalmente, quanto più l'Egitto diventa oggetto di conoscenza scientifica, tanto più cresce la sua dimensione fantastica. Pittori, architetti e scrittori si appropriano di quel repertorio di immagini, mescolando documentazione archeologica, suggestioni orientaliste e invenzione.
Nella pittura vittoriana, e in particolare nell'ambiente preraffaellita, l'Egitto diventa uno scenario ideale per rappresentare il fascino ambiguo del passato. Cleopatra offre agli artisti un personaggio nel quale confluiscono bellezza, potere, seduzione e tragedia. Frederick Sandys, vicino alla cerchia preraffaellita, la raffigura in un'illustrazione pubblicata nel 1866, circondata da dettagli esotici e riferimenti all'iconografia egizia. John William Waterhouse, interprete della successiva sensibilità preraffaellita, ne realizza nel 1888 un celebre ritratto, nel quale la regina appare come una figura enigmatica e autoritaria.
Anche Gustav Klimt partecipa a questa reinvenzione dell'antichità. Nelle decorazioni realizzate tra il 1890 e il 1891 per lo scalone del Kunsthistorisches Museum di Vienna, il pittore austriaco dedica all'Egitto alcune figure allegoriche, nelle quali la ricostruzione storica si intreccia con il gusto ornamentale della Vienna fin de siècle. L'arte egizia, con le sue figure ieratiche, i profili stilizzati e la ricchezza dei motivi decorativi, offre a Klimt un repertorio visivo che anticipa alcuni caratteri della sua successiva ricerca. Non si tratta più soltanto di rappresentare un mondo lontano, ma di assorbirne il linguaggio e trasformarlo in una nuova espressione artistica.
La Cleopatra dei pittori ottocenteschi è una costruzione romantica, erede della tradizione letteraria e teatrale europea, da Shakespeare in avanti. L'antichità diventa uno specchio nel quale proiettare passioni, inquietudini e fantasie contemporanee.
L'egittomania raggiunge una nuova intensità nel 1922, quando Howard Carter scopre nella Valle dei Re la tomba di Tutankhamon. Le fotografie dei tesori ritrovati fanno il giro del mondo. Maschere d'oro, scarabei, fiori di loto e geroglifici entrano rapidamente nel linguaggio della moda, della gioielleria e delle arti decorative. L'Art Déco assorbe forme e motivi ornamentali dell'antica civiltà, trasformandoli in espressioni di modernità. Un fenomeno che si inserisce nella lunga storia dell'Egyptian Revival, documentata anche dal Metropolitan Museum of Art.
Ma la scoperta di Tutankhamon produce anche un fenomeno inatteso. Nell'aprile del 1923 Lord Carnarvon, finanziatore della spedizione, muore al Cairo in seguito alle complicazioni di un'infezione. La stampa internazionale trasforma rapidamente quella morte nella prova di una presunta maledizione destinata a colpire chiunque avesse violato il riposo del faraone. Le ricostruzioni scientifiche non trovano alcun fondamento alla leggenda, ma ormai il racconto ha assunto una vita propria. L'archeologia ha riportato alla luce una tomba; la fantasia popolare ne ha fatto il teatro di una vendetta soprannaturale.
Hollywood non si lascia sfuggire l'occasione. Nel 1932 Boris Karloff interpreta il protagonista de La mummia, inaugurando una lunga tradizione cinematografica. Nel 1999 Stephen Sommers riprende il soggetto trasformandolo in un'avventura spettacolare, tra città perdute, antichi sortilegi e tesori nascosti. Il successo del film genera sequel e nuove interpretazioni, mentre l'Egitto fantastico continua a vivere anche attraverso fumetti, romanzi e serie televisive.
La stessa mitologia conquista il mondo dei videogiochi. In Assassin's Creed Origins (2017), l'Antico Egitto diventa un vasto ambiente esplorabile, ricostruito attraverso un lavoro di documentazione storica ma popolato anche di intrighi, misteri e avventure. Il gioco arriva persino a proporre una modalità educativa che permette di visitare virtualmente monumenti e luoghi dell'antica civiltà. Altrove prevale invece la dimensione fantastica: piramidi, geroglifici, scarabei e divinità diventano elementi di un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile, ripreso anche da giochi digitali come Book of Ra Deluxe online, che attingono all'iconografia delle esplorazioni archeologiche e dei tesori nascosti.
È forse questa la particolarità dell'egittomania: la capacità di trasformare una civiltà storica in un repertorio di immagini che continua a reinventarsi. Le scoperte archeologiche hanno restituito complessità a una cultura millenaria, ma nell'immaginario popolare l'Egitto rimane soprattutto il luogo del mistero. Le piramidi restano piramidi, gli scarabei continuano a essere scarabei. Cambia ciò che vediamo in essi e, soprattutto, ciò che desideriamo raccontare attraverso le loro immagini.
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