A un passo dal tempo. Giacometti e l'arcaico
Alberto Giacometti, Annette seduta
Dal 24 Ottobre 2014 al 25 Gennaio 2015
Luogo: MAN - Museo d'Arte Provincia di Nuoro
Indirizzo: via Satta 27
Curatori: Pietro Bellasi, Chiara Gatti
Costo del biglietto: intero € 3, ridotto € 2 (dai 18 ai 25 anni), gratuito under 18, over 65 e ultime domeniche del mese
Telefono per informazioni: +39 0784 252110
E-Mail info: nuoro.museoman@gmail.com
Sito ufficiale: http://www.museoman.it
Il Museo MAN di Nuoro annuncia l’imminente apertura della mostra «A un passo dal tempo. Giacometti e l'arcaico».
Curata da Pietro Bellasi e Chiara Gatti, la mostra, ricca di una settantina di pezzi, svelerà al pubblico il grande fascino che la statuaria antica (egizia, etrusca, greca, celtica o africana), esercitò agli occhi del maestro del Novecento celebre per le sue figure in cammino, le donne immote e silenziose come idoli del passato.
«Tutta l'arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo». Da questa intensa confessione nasce l'idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d'eternità, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee, scavate nella materia come reperti archeologici, una selezione preziosa di reperti usciti da alcuni tra i più importanti musei italiani d'arte antica.
I prestiti delle opere di Giacometti, concessi da importanti collezioni svizzere oltre che dalla Kuntshaus di Zurigo e dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, del Museo Civico Archeologico di Bologna, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
I lavori di Giacometti e quelli dei suoi antenati animeranno un percorso avvincente, sviluppato per temi e iconografie, basato su un gioco di rimandi, di sguardi incrociati fra capolavori, sottratti alla dimensione del tempo e ricollocati nello spazio della contemporaneità.
Dagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l'opera di Giacometti e la statuaria d'epoca antica – dall'arte egizia a quella sumera, dai manufatti dell'età del bronzo all'arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall'artista, prese a modello per la sua riflessione contemporanea, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali, capaci di rappresentare l'uomo moderno in una visione eterna, in un recupero delle origini e della nostra storia.
Un viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio), dimostrerà allora come la sua Femme qui marche, eseguita fra il 1932 e il 1936, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo, la frontalità, la ieraticità, il passo breve avanzato della gamba sinistra, concetto puro di movimento, ispirato all'iconografia egizia.
Nell'ambito dell'art nègre, le Insegne Oko o le Figure Igala della Nigeria con il ventre piatto e allungato, sono testimonianze di immagini dello spirito, forma visibile di un invisibile che l'uomo porta dentro di sé, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato.
Le celebri figure di origine etrusca, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma, scoperti dall'artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo – può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell'arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi «esili come guerrieri nuragici, senza lance e scudi, oppure simili all'idolo volterrano, agli uomini della notte».
Procedendo per confronti, ecco infine certe piccole Kore di bronzo, con le loro fogge compatte, le braccia stese lungo i fianchi, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti, quelle figure alte pochi centimetri, come l'immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate, con la classica posa delle mani aperte, poggiate sulle ginocchia piegate.
Curata da Pietro Bellasi e Chiara Gatti, la mostra, ricca di una settantina di pezzi, svelerà al pubblico il grande fascino che la statuaria antica (egizia, etrusca, greca, celtica o africana), esercitò agli occhi del maestro del Novecento celebre per le sue figure in cammino, le donne immote e silenziose come idoli del passato.
«Tutta l'arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo». Da questa intensa confessione nasce l'idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d'eternità, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee, scavate nella materia come reperti archeologici, una selezione preziosa di reperti usciti da alcuni tra i più importanti musei italiani d'arte antica.
I prestiti delle opere di Giacometti, concessi da importanti collezioni svizzere oltre che dalla Kuntshaus di Zurigo e dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, del Museo Civico Archeologico di Bologna, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
I lavori di Giacometti e quelli dei suoi antenati animeranno un percorso avvincente, sviluppato per temi e iconografie, basato su un gioco di rimandi, di sguardi incrociati fra capolavori, sottratti alla dimensione del tempo e ricollocati nello spazio della contemporaneità.
Dagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l'opera di Giacometti e la statuaria d'epoca antica – dall'arte egizia a quella sumera, dai manufatti dell'età del bronzo all'arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall'artista, prese a modello per la sua riflessione contemporanea, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali, capaci di rappresentare l'uomo moderno in una visione eterna, in un recupero delle origini e della nostra storia.
Un viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio), dimostrerà allora come la sua Femme qui marche, eseguita fra il 1932 e il 1936, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo, la frontalità, la ieraticità, il passo breve avanzato della gamba sinistra, concetto puro di movimento, ispirato all'iconografia egizia.
Nell'ambito dell'art nègre, le Insegne Oko o le Figure Igala della Nigeria con il ventre piatto e allungato, sono testimonianze di immagini dello spirito, forma visibile di un invisibile che l'uomo porta dentro di sé, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato.
Le celebri figure di origine etrusca, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma, scoperti dall'artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo – può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell'arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi «esili come guerrieri nuragici, senza lance e scudi, oppure simili all'idolo volterrano, agli uomini della notte».
Procedendo per confronti, ecco infine certe piccole Kore di bronzo, con le loro fogge compatte, le braccia stese lungo i fianchi, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti, quelle figure alte pochi centimetri, come l'immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate, con la classica posa delle mani aperte, poggiate sulle ginocchia piegate.
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