Arte, geografia e politica

Geopolitica della Biennale di Venezia, una prima guida

Theo Eshetu, Garden of the Broken-Hearted (dettagli), In Minor Keys, Biennale d’Arte 2026 by Koyo Kouoh
 

Luca Muscarà

04/05/2026

Venezia - In occasione della pubblicazione della Mappa Geopolitica della Biennale d'Arte di Venezia, abbiamo chiesto al nostro direttore responsabile Luca Muscarà di fare una prima ricognizione "geopolitica" della manifestazione veneziana

L’arte, come la scienza, non conosce confini, e gli artisti, pur non privi di sentimenti patriottici, più spesso manifestano una vocazione internazionale e cosmopolita, che poi è la stessa cui la Biennale di Venezia è da almeno 50 anni pervenuta. Nata nel 1894 in un’era marcata dalle rivalità inter-imperiali tra le potenze europee, i primi padiglioni costruiti ai Giardini rappresentano tutti gli imperi europei dell’epoca: Belgio (1907), Ungheria, Germania e Gran Bretagna (1909), Francia e Olanda (1912), Russia (1914). Se ancora prima della Grande Guerra, la presenza di uno Stato alla Biennale era riconoscimento del suo prestigio internazionale, le sempre crescenti partecipazioni nazionali degli ultimi decenni mostrano come la diplomazia culturale sia oggi riconosciuta come un’arma sempre più rilevante del soft power degli Stati. Con la 61° Esposizione internazionale d’arte (2026), le partecipazioni nazionali (dei Paesi ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Italiana) sono ormai salite a 100 – oltre metà degli Stati membri dell’Assemblea generale dell’ONU. Metà di essi sono giunti a Venezia dalla fine della Guerra fredda e sono otto le new entries solo dalla precedente edizione. Senza contare la presenza di Paesi non riconosciuti che figurano tra i 31 Eventi collaterali. Tuttavia, i padiglioni nazionali non richiedono necessariamente il passaporto per ospitare artisti di diversa cittadinanza. Inoltre, se l’opera di un artista può esprimere (più o meno direttamente) anche sentimenti politici, che rinviano al suo tempo, nella sua vita egli stesso può comprendere geografie politiche molteplici. Così, mentre la geopolitica mondiale è afflitta da un crescente numero di conflitti armati dalle conseguenze geoeconomiche planetarie e il Bulletin of Atomic Scientists avvicina le lancette del suo Doomsday Clock alla fatidica mezzanotte, può una visita alla Biennale 2026 offrire una miglior comprensione della geopolitica attuale? La scommessa di questa iniziativa è di offrire una guida alla Biennale di quest’anno come si presenta allo sguardo di un geografo politico, prestando particolare attenzione ai due maggiori conflitti in corso, e con riferimento sia ad artisti presenti negli Eventi collaterali sia invitati alla mostra In Minor Keys di Koyo Kouoh, ma soffermandoci intanto soprattutto su una selezione di Padiglioni nazionali.

Terza Guerra del Golfo
Questa guida geopolitica inizia dal più recente e preoccupante conflitto in corso, le cui implicazioni militari ed economiche trascendono la scala regionale. Pur in assenza di dettagli su titolo, curatore e artisti, la Repubblica Islamica dell’Iran (commissario: Aydin Mahdizadeh Tehrani) risultava tra le partecipazioni nazionali sul sito della Biennale, e non c’è da sorprendersi se all’ultima ora essa sia stata espunta, vista la guerra in corso. Tuttavia chi volesse iniziare proprio dalla Persia un percorso geografico-politico della 61. Esposizione internazionale d’arte, potrà visitare la mostra a Palazzo Franchetti: Turandot: To the Daughters of the East, dove undici artiste donne dell'Asia centro-occidentale esprimono le proprie sensibilità e idee sul mondo. Turandokht è infatti nome femminile comune in Persia e in lingua farsi significa “figlia di Turan”, regione storico-geografica dell’Asia centrale a nord-est dell'Iran. Turan comprende Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, che insieme ad Afghanistan e a parti di Pakistan, Turchia e Iran, sono state a volte parte dell'Impero persiano. Sebbene nell'antichità e nel mito, Iran sedentario e Turan nomade fossero acerrimi rivali, le loro storie e culture sono strettamente intrecciate. 

La Palestina è presente con la mostra “ _____________” Gaza - No Words - See the Exhibit a cura di Palestine Museum US a Palazzo Mora, Strada Nova 3659 (Cannaregio), mentre la mostra In Minor Key conta tra gli invitati l’artista palestinese Vera Tamari di Ramallah. Tra i Paesi dove sono presenti alleati regionali dell’Iran, Iraq e Yemen non partecipano alla Biennale, vi sono invece la Siria, con la mostra The Tower Tomb of Palmira di Sara Shamma (al Cotonificio IUAV) e il Libano, con la mostra Don’t Get Me Wrong di Nabil Nahas (all’Arsenale). Da Beirut provengono anche alcuni artisti di calibro internazionale, come Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Hala Schoukair e Raed Yassin, che figurano tra gli invitati alla mostra In Minor Key (sedi varie). Per completare il quadro dei paesi confinanti con Israele, la Giordania non ha un suo padiglione nazionale, mentre l’Egitto presenta il Padiglione del Silenzio: tra il tangibile e l'intangibile di Armen Agop, ai Giardini. Potrebbe inoltre rivelarsi interessante la presenza di Rana Elnemr, artista tedesco che vive al Cairo, sempre invitato alla mostra In Minor Keys. In passato, il padiglione di Israele ha spesso offerto ottimi spunti di riflessione relativi anche alla situazione geopolitica. Nella precedente Biennale esso era chiuso con l’avviso “L’artista e le curatrici … apriranno l’esposizione quando un accordo per il cessate-il-fuoco e la liberazione degli ostaggi sarà stato raggiunto” (Ruth Patir aveva rinunciato alla sua esposizione M/otherland poco prima dell’inaugurazione a causa delle pressioni di migliaia di artisti e curatori internazionali contro “un padiglione del genocidio”). E in quella ancora precedente, già esso era inaccessibile, le sculture esposte all’aperto nello spazio retrostante. Quest’anno la Biennale ha deciso di spostarlo dai Giardini all’Arsenale. Se l’installazione Rose of Nothingness dello scultore Belu-Simion Fainaru si riferisce alle tecnologie di irrigazione, il governo di Netanyahu ha chiesto all’artista rumeno-israeliano di impegnarsi a non cedere alle proteste e a mantenere comunque aperta la mostra. Fainaru ha fatto sapere di opporsi ai boicottaggi culturali in quanto crede nell’importanza del dialogo, ma dopo che 192 artisti e curatori di 25 diversi Paesi avevano firmato una petizione chiedendone l’esclusione e il 31 marzo una lettera al presidente della Biennale lo invitava ad abbandonare la posizione di neutralità e a escludere “regimi colpevoli di crimini di guerra come Israele, Russia e USA”, in aprile si sono susseguiti i colpi di scena tra parti in causa, fino alle dimissioni della giuria. La scelta del presidente di rimettere al pubblico la decisione sui premi, saggiamente rinvia la questione. A fine novembre vedremo dunque se il colorato “popolo della Biennale” manterrà la speranza in giudizi meno polarizzati. Dalla diaspora, spicca la voce di Anna Kamyshan, artista ebrea ucraina con base a Londra, con l’installazione Nabatele, una sinagoga sospesa sulla laguna (ben visibile dall’isola di San Giorgio Maggiore) a significare un rifugio astratto dal territorio e un’appartenenza senza confini (con la collaborazione del Montreal Jewish Museum, curata da Maria Veits e Yevgeniy Fiks). Per altro verso, se non tutti i Paesi del Golfo sono presenti in Biennale (mancano Bahrein e Kuwait), almeno sulla carta essi risultano rappresentati nelle esposizioni di Arabia Saudita Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre di Dana Awartani (curata da Antonia Carver), Emirati Arabi Uniti: Washwasha, curata da Bana Kattan (commissario della Fondazione Salama bintHamdan Al Nahyan), entrambe all’Arsenale, e Qatar, Untitled (a gathering of remarkable people) di Rirkrit Tiravanija, Sophia Al Maria, Tarek Atoui, Alia Farid, Fadi Kattan (ai Giardini). Il Qatar, che è una new entry, è presente a In Minor Key anche con l’esposizione di gruppo Aghrab Idrāk. Thresholds of Perception (Palazzo Cavanis, Zattere 920). La presenza del Golfo in questa Biennale si chiude col Sultanato dell’Oman che espone Zinah (Adornment) di Haitham Al Busafi (Arsenale).

La guerra russo-ucraina
Membro NATO e in posizione geografica che risente di entrambi i conflitti, la Turchia è rappresentata da Nilbar Güreş. La formula turca di commiato epistolare che dà il titolo alla mostra Un bacio sugli occhi (Sala d’Armi, Arsenale) sigla le sculture e installazioni della artista di Istanbul, che usa tessuti e oggetti quotidiani realizzati da artigiani locali per evocare i temi di migrazione, appartenenza e discriminazione, in tensione tra sfera intima e sfera politica.

L’Ucraina è rappresentata da Zhanna Kadyrova con l’esposizione Security Guarantees (Arsenale, Riva Ca’ di Dio). L’artista era già presente nella mostra della scorsa edizione “Dare to Dream” con l’installazione Instrument 2024, un organo a canne con significativi frammenti di bombe russe esplose. Un messaggio ucraino al mondo è a Palazzo Polignac (Dorsoduro 874) nell’esposizione Still Joy – from Ukraine into the World, curata da Victor Pinchuk Foundation. Anche il ritorno della Russia ai Giardini – il padiglione voluto da Nicola II fu chiuso nel 2022 e concesso alla Bolivia nel 2024 – ha già suscitato notevoli proteste, a partire dalla lettera aperta sulla “normalizzazione dei crimini di guerra mediante l’arte” della ministra della cultura ucraina che aveva raccolto 12.000 firme, pubblicata su Libération. La mostra The tree is rooted in the sky, ispirata al pensiero filosofico di Simone Weil, si preannuncia affollata con la partecipazione di cinquanta tra artisti, musicisti, poeti e filosofi provenienti non solo dalla Russia, ma anche dall’America Latina (Argentina, Brasile e Messico): Antonio Buonuario, Marco Dinelli, Timofey Dudarenko, Faina, Oleg Gudachev, Atosigado, Hérica, Jaijiu, JLZ, Tatiana Khalbaeva, Alexey Khovalyg, Roman Malyavkin, Petr Musoev, Valerie Oleynik, Alexey Retinsky, Mikhail Spasskii, Lukas Sukharev, Alexey Sysoev, Maria Vinogradova, Alexey Retinsky, Intrada Ensemble (Ekaterina Antonenko, Daria Khrisanova, Oksana Kuznetsova, Olga Talysheva, Veronika Okuneva, Serafim Chaikin, Artem Nikolaev, Bogdan Petrenko, Ilya Tatakov), Toloka Ensemble (Ekaterina Rostovtseva, Lizaveta Anshina, Antonina Sergeeva, Zhanna Gefling, Yaroslav Paradovsky, Vera Bazilevskikh, Sofya Ivanishkina), giorgino, Phurpa (Alexey Tegin, Nikita Korolev, Georgy Orlov-Davydovsky), Selfish “S.r.l.”, ma solo in forma di evento privato su invito, dunque non aperto al pubblico. Al festival musicale, che dovrebbe aver luogo durante la pre-apertura, tra il 4 e l’8 maggio, è prevista la partecipazione di DJ Diaki, artista sonoro del Mali noto per la fusione elettronica di ritmi africani e folclore russo, ma mercoledì 6 è annunciata una manifestazione di protesta di artisti russi anti-Putin, cui hanno aderito componenti delle Pussy Riot. Sempre il 6 alle 19, il regista russo Alexander Sokurov parlerà alla Biennale della parola/Il dissenso e la pace, (mentre il giorno dopo alla stessa manifestazione interverrà Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese). Le tre serate (inclusa quella di venerdì 8 con i direttori di tutti i settori della Biennale, sarà in diretta streaming sul sito ufficiale della Biennale e sui suoi social.

Lontano dai riflettori, tra gli Eventi collaterali va segnalata la presenza del Belarus Free Theatre, gruppo di artisti e attivisti dei diritti umani in esilio nel Regno Unito. L’esposizione: Official. Unofficial. Belarus comprende pitture di Sergey Grinevich, un’installazione sonora di Olga Podgayskaya, una sfera alta tre metri di libri banditi compressi di Nicolai Khalezin e la scultura Surveillance Crucifixion, costituita da telecamere a circuito chiuso, a esplorare il ruolo della creazione artistica in condizioni di censura e sorveglianza costante sotto i regimi autoritari (Chiesa di San Giovanni Evangelista, San Polo 2454). Infine non si può non ricordare la Polonia, che dal 2022 ha ricevuto oltre 17 milioni di rifugiati ucraini (attualmente ne ospita circa un milione), presente ai Giardini con l’installazione Liquid Tongues, progetto di Bogna Burska e Daniel Kotowski (curato da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko) dedicato all’ascolto delle lingue marginate, comprese forme di comunicazione “più-che-umane” vede coinvolto il collettivo Coro in Movimento (Chór w Ruchu), composto da performer sordomuti che interpretano codici di comunicazione e canti delle balene in inglese parlato e nella lingua internazionale dei segni.

Sguardi comparati
Naturalmente è impossibile riflettere su questi conflitti senza prendere in considerazione gli Stati Uniti d’America, il cui padiglione ai Giardini attira sempre notevole attenzione. Gestito dal Department of State, che quest’anno chiedeva un artista che “rispecchiasse e promuovesse i valori americani” – e esplicitamente non “diversità, uguaglianza e inclusione” – esso ospita Call me the Breeze di Alma Allen, scultore autodidatta, nato in una famiglia di Mormoni a Salt Lake City e che vive in Messico, la cui opera evidenzia la “trasformazione alchemica della materia”.

Curiosamente, essa pare echeggiare il titolo dell’Evento collaterale Alchemical Universe del pittore cinese Su XiaoBai, a Palazzo Soranzo Van Axel (Cannaregio 6099, 6071-2), sebbene i rispettivi lavori appaiano piuttosto distanti. Inevitabile il raffronto con la presenza della Repubblica Popolare Cinese, la cui esposizione intitolata Dream Stream (Arsenale) verte sulla convergenza di tecnologia digitale, patrimonio culturale e imaginazione geografica. Consistente la partecipazione artistica sinica: il consorzio include Game Science, Feng Ji, Yang Qi, Liu Chenglong, Wang Yixin+Wang Yu, Weng Jie, Lin Zhe, Zhou Haosong, Fei Si, Huang Chengxi,Yang Tingmu+Yang Hancheng+Xie Xianhui, Team of China Academy of Art and Zhejiang Lab, Xu Jiang, Wang Dongling, Yang Fudong, Lining Yao+Guanyun Wang+Danli Luo, Method Scenography Group (Mou Sen, Ma Yuanchi, Xin Ge, Mei Yuezi, Zhao Da), Wu Ziyang+Crude_Castin (Xu Jing, Zou Nan, Ye Qi, Yan Zhenghao), Nie Shichang, Jiang Suxuan+Yu Jiangfan, Hu Yueming+Lin Yuxin+Ji Huanhuan, Zhang Zhoujie). Ma incuriosisce anche Entanglements: Connectivities across Borders per la Mongolia (Squero Castello 368).

Un antagonismo storico che potrebbe beneficiare di uno sguardo comparato è quello risultante dalla Partition: l’India è presente con Geographies of Distance: remembering home di Alwar Balasubramaniam (Bala), Sumakshi Singh, Ranjani Shettar, Asim Waqif e Skarma Sonam Tashi all’Arsenale, ma anche con Of Woman Born di Nalini Malani (a cura del Kiran Nadar Museum of Art) ai Magazzini del Sale n. 5 (Zattere 262)

Mentre il Pakistan è presente con Punj•AB – A Sublime Terrain di Faiza Butt, all’Ex Farmacia Solveni (Dorsoduro 993-4) e, nella mostra In Minor Key, con Wardha Shabbir, artista pakistana nata nel 1987, che vive a Lahore. Né Bangladesh né Myanmar hanno un padiglione nazionale, ma a uno sguardo geopolitico suscita curiosità la presenza di Sawangwongse Yawnghw, artista nato a Burma nel 1971, che vive tra Zutphen, Paesi Bassi e Chiang Mai, Tailandia, sempre a In Minor Key. Tra le new entries della 61° Esposizione spicca la Somalia. L’esposizione Saddaxleey con opere di Ayan Farah, Asmaa Jama e Warsan Shire si preannuncia attesa, se si considera che il Paese vive una guerra civile quasi ininterrotta dal 1989 (Palazzo Caboto, via Garibaldi 1645). Essa andrebbe forse vista insieme a quella dell’Etiopia, con Shapes of Silence di Tegene Kunbi (Palazzo Bollani, Castello 3647), visti i conflitti che ripetutamente hanno opposto i due paesi del Corno d’Africa. 

Oltre la Geopolitica
Resterebbe ancora moltissimo da coprire per una geopolitica della Biennale che tenga conto anche di Europa e America Latina – una distanziata, l’altra privilegiata dalla “Dottrina Donroe” di Trump. Per quest’ultima si vedano Tropical Hyperstitionsul Canale di Panama (Tesa 42) e Hombres Libres di Roberto Diago al Padiglione di Cuba (via Garibaldi 1814), mentre il Venezuela, che dal 1954 ha un padiglione di Carlo Scarpa ai Giardini pare assente (ma tra gli artisti invitati vi è Alvaro Barrington). O che tenga conto del resto dell’Asia-Pacifico, per la quale ricordiamo i padiglioni di Seychelles, ultimissima entry e Nauru, altra new entry. Entrambe su isole che l’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento globale rischia di sommergere (rispettivamente a Palazzo Mora, Strada Nova 3659 e Castello 3647). Nauru arriva anche con un suo satellite transnazionale: The Transnational Air Pavillion Bulle Cybernetique in Calle Bosello 3683.

Se solo 13 stati africani (su 56) hanno un padiglione, gli artisti collegati all’Africa sono almeno 30 sui 110 invitati dalla Biennale. Tra le presenze nazionali si segnala Mondi presenti per Sierra Leone, new entry che invita a un dialogo etico anche artisti provenienti d Nigeria, Togo, Senegal, Benin, ecc. (Liceo artistico Guggenheim, Dorsoduro 2613).

Se questa iniziale ricognizione geopolitica offre solo una prima guida a questa 61. Biennale, e ancora molto resterebbe da scrivere - in particolare per non offendere la sensibilità sommessa voluta da Koyo Kouoh dalla sensibilità di innumerevoli artisti, lo sguardo del geografo politico in conclusione non può non ritornare sulla presenza di nazioni stateless - tre per restare alla sola Europa: Catalogna, Galles e Scozia (Scotland+Venice è a Castello 59/c) – o su As above, So Below della One Ocean Foundation, a ricordarci come i 2/3 della superficie terrestre non appartengano agli Stati-nazione, bensì all’Oceano globale (Fabbrica H3, Ex-Chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, Giudecca 624).

Per approfondire:

- Mappa Geopolitica della Biennale di Venezia

- Una Biennale in tono minore? Niente affatto