L’intervista esclusiva a Gino Agnese su Umberto Boccioni

Formidabile Gino, addio!

Gino Agnese nell'intervista per il documentario FORMIDABILE BOCCIONI © 2022 ARTE.it Originals
 

Piero Muscarà ed Eleonora Zamparutti

29/03/2026

Roma - Era una bella giornata di sole quando incontrammo la prima volta Gino Agnese, nella sua casa di Roma a Montesacro. Era la fine di maggio del 2022. Ci accolse in terrazza e ci offrì un caffé. Fino a quel momento avevamo parlato solo al telefono, lungamente, per cercare di condividere una visione sull’artista Umberto Boccioni e capire se eravamo sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda.

In quei mesi, stavamo realizzando un documentario su Umberto Boccioni (dal titolo “Formidabile Boccioni, prodotto da ARTE.it in collaborazione con RAI Cultura e It’s Art. Oggi disponibile su RAI Play). Ci aveva ispirati la biografia pubblicata anni prima da Gino Agnese dal titolo “Vita di Boccioni” per i tipi di Camunia (oggi è disponibile come “Umberto Boccioni L’artista che sfidò il futuro”, Johan & Levi). Un corposo saggio, ben documentato e scritto con grande passione.

Gino era uomo di un altro secolo, colto e di un’altra educazione. Era nato e cresciuto a Napoli. Era il figlio di un impiegato statale napoletano che andava alle adunate fasciste del sabato con grande fastidio e poi morì con l'uniforme grigio-verde, lasciando un orfano di guerra.

“I bombardamenti degli americani su Napoli me li ricordo bene. Di una mia zia, sorella di papà, non si è più saputo niente. Io sono vivo per miracolo: abitavo alla Riviera di Chiaia 264, e il palazzo numero 263 fu raso al suolo. Mi sono salvato io, mia madre, mio fratello e mia nonna per trenta o quaranta metri di scarto”.

Quella prospettiva - di chi ha visto la Storia da sotto, a trenta metri dal “numero sbagliato” di un civico - non la toglieva mai dal tavolo. Era parte del suo metodo.

Negli anni Sessanta era partito in cerca di fortuna nella Capitale dove aveva trovato impiego come redattore al Secolo d'Italia e poi come inviato speciale al Tempo. Appassionato di arte, ricoprì nel corso della sua lunga carriera ruoli importanti nelle istituzioni della città: alla presidenza della Quadriennale di Roma dal 2022 al 2011, nel consiglio di Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale.
Andava fiero di aver portato le idee di Marshall McLuhan in Italia attraverso la sua rivista internazionale di studi sulla comunicazione “Mass Media”. Uomo vicino a Gianfranco Fini, organizzò e diresse per Alleanza Nazionale nel 1995 il convegno “Bit & Polis” a Montecitorio.

Mente lucida, spiritoso e critico quanto basta per saper scolpire con una parola un'intera personalità, Gino dava di sé l’idea di essere anche un carattere passionale. Quando Marella Caracciolo Chia pubblicò il racconto della storia d’amore tra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna (“Una parentesi luminosa”, Adelphi, 2008), ci confessò che rimase assai dispiaciuto che non gli fosse stato riconosciuto - nella maniera in cui lui si sarebbe aspettato - il merito di aver scritto per primo la biografia di Boccioni. Lasciammo cadere la questione, ricordandogli che nelle pagine di introduzione la Caracciolo menziona il suo lavoro. Sembrano discorsi fatti ieri.

Elegante nei gesti, Gino Agnese si sistema sulla poltrona e guarda in camera, pronto a mettere a fuoco la sua fervida immaginazione. E’ la più bella intervista su Umberto Boccioni che abbiamo registrato ed è per questo che, all’indomani del triste giorno in cui Gino è mancato, la pubblichiamo per intero. Senza interruzioni, senza quella ripulitura editoriale che normalmente si usa fare.

Silenzio!

Motore! Audio! Camera! Ciak!

Azione!


Umberto Boccioni decise di fare il pittore, ma in una maniera non convenzionale. Agli inizi aveva intrapreso la carriera di scrittore e di giornalista. Ci racconti questa prima fase di Boccioni giornalista a Roma?

“Boccioni molto giovane a Catania: l’ho raccontato abbastanza dettagliatamente grazie alla collaborazione di un avvocato catanese, studioso e cultore della Sicilia di quegli anni. Non tutti sanno che Boccioni frequentò le scuole tecniche e fu bocciato in disegno. In realtà lui non pensava di fare il pittore, voleva fare il giornalista, ma si proponeva di entrare nel giornalismo per la via dei “pupazzetti”, le vignette che venivano pubblicate sui giornali, che non presupponevano una grande qualità del tratto. Era una cosa che molti giovani facevano. Quando poi lascia Catania, viene a Roma e va vivere da certi parenti, Boccioni cerca di entrare in un giornale. Ma le cose si dispongono diversamente. Finisce nello studio di un artista molto importante che si chiamava Mataloni, del quale si sono ormai perse le tracce, ma a quel tempo godeva di una certa fama a livello europeo. Mataloni aveva uno studio dove si realizzavano litografie per le grandi marche. Però il disegno e l’arte di Mataloni era ancora l’arte floreale e figurativa che non poteva di certo esaltare un giovane come Umberto Boccioni. Ad ogni modo, Boccioni lavora per qualche tempo nell’atelier di questo Matalone, ma non era il suo avvenire.”



Umberto Boccioni, 1914

Che ragazzo era Boccioni a quei tempi?

“Come succede a tutti i giovani che vivono in città, anche Umberto Boccioni era inserito in una compagnia allegra di altri ragazzi, alcuni di notevole talento, che si incontravano in un caffé di via del Corso. E questo caffè era frequentato non solo da artisti ma anche da poeti, giovani talenti degli studi filosofici. Una bella compagnia. Naturalmente seguivano le mode e allora andavano di moda i cappotti neri, i pantaloni neri, insomma l'abbigliamento privilegiava i colori scuri. E siccome indossavano anche dei mantelli, vennero soprannominati i “bacarozzetti” cioè tradotto in italiano gli “scarafaggetti”. Ma sono cose che mettevano allegria. Lo spirito era goliardico e impegnato al tempo stesso, nel sociale, negli studi e nell’arte.”

Quali erano i fatti d’attualità di cui discutevano quei giovani nei caffé alla moda?

“C'è un fatto che veramente fa svoltare la consapevolezza dei giovani a Roma, ed è la Domenica di Sangue avvenuta davanti al Palazzo imperiale di San Pietroburgo il 22 gennaio del 1905. Ci furono grandi manifestazioni che le forze dell’ordine stentarono a contenere. A una di queste manifestazioni partecipò anche Boccioni per il semplice fatto che anche due suoi amici vi avevano preso parte e uno fu addirittura arrestato. Boccioni però non era interessato alla politica. Come molti, era tormentato dalla sete del nuovo, dell'avvenire. Dire e fare qualche cosa di nuovo. Infatti quando lui fa la copertina dell'Avanti, invece di seguire la simbologia socialista, la bandiera rossa, la falce e il martello, disegna un'automobile scatenata nella corsa con le ruote che vorticano. Questa è la testimonianza di dove stava il suo interesse. Col tempo Boccioni imparò tutte le tecniche. A Venezia prese lezioni da un incisore veneziano e comprò un torchio.”


Frame da BALLA. Il signore della luce, Il docufilm di 52' prodotto da ARTE.it Originals e realizzato con la collaborazione di Rai Cultura, Regia di Franco Rado, Autori Eleonora Zamparutti e Piero Muscarà | © ARTE.it 2021


Ci puoi raccontare come avvenne l’incontro tra Umberto Boccioni e Giacomo Balla, il suo maestro?

“Per far visita a certi parenti che abitavano dalle parti dietro via Veneto, Boccioni passava ogni volta davanti a un negozio dove c’erano due o tre quadri messi ad asciugare. C'era un pittore che abitava lì, era torinese, si chiamava Giacomo Balla, e viveva in questo negozio che era come un rettangolo che andava dentro al fabbricato.
Vedendo questi quadri Boccioni si informò sul conto del pittore che era poi Giacomo Balla, il quale divenne il maestro oltre che di Boccioni anche di Severini e di Sironi. Balla era parecchio più vecchio, era un pittore divisionista, un buon pittore. Lì è cominciato il sodalizio, la conoscenza, tra Boccioni e Balla.
Successivamente quando Boccioni va a Milano e prende parte all’avventura futurista, chiama Balla ad unirsi a quel movimento. Balla, come molti sanno, si liberò dai suoi trascorsi di pittore divisionista e di pittore classico, benché fosse un ottimo pittore, e stese uno striscione in via del Babuino, a Roma, dove scrisse “Balla è morto”, volendo dire che era morto il pittore tradizionale. Così Giacomo Balla è entrato nel Futurismo.”

Andiamo al 1910, l’anno di svolta per Umberto Boccioni perché incontra Filippo Tommaso Marinetti. Ci racconti come andarono le cose?

“In realtà, sull’incontro tra Boccioni e Marinetti ci sono due, o anche tre versioni, non si sa bene. Naturalmente c’è stato un intermediario, ritengo, per l’inizio di questa amicizia. Secondo una versione fu un amico di Boccioni, un amico con cui aveva condiviso la camera mobiliata a Roma, che gli presentò Marinetti alla stazione ferroviaria. Secondo altre versioni fu Marinetti che si presentò a Boccioni durante una mostra… Queste sono cose che non sono documentate.
Fatto sta che si incontrarono e fu uno degli eventi più importanti del Novecento, perché avvenne che Marinetti elettrificò Boccioni, cioè strappò Boccioni alla buona pittura, al divisionismo, e lo incitò a fare il nuovo, a realizzare una pittura nuova.
Non sapeva bene Marinetti che cosa Boccioni dovesse fare: nella progettazione dell’avvenire è operante la volontà, però dove e come la volontà debba agire non lo sa nessuno. L’importante è che Marinetti scoprì il talento di Boccioni, non solo, ma caricò Boccioni, fece in modo che Boccioni credesse nella propria arte. Marinetti ha cambiato Boccioni, gli ha aperto un mondo. Non è che gli abbia mai dato delle direttive, dei binari. A Boccioni poi, figuriamoci! Però lo ha elettrificato, lo ha fatto innamorare del futuro, del tempo a venire.”


Tullio Crali, Il futurista Marinetti (dettaglio), 1931, Mart


Non credi che dopo la morte di Boccioni, Marinetti abbia celebrato l’artista con tante mostre, esposizioni, riproduzioni delle sue sculture perché aveva capito il grande contributo che l’arte di Boccioni poteva dare alla causa del Futurismo?

Marinetti è stato sempre convinto della genialità di Boccioni. La sua genialità consisteva in questo, come in tutte le persone fuori dall’ordinario: la capacità di metabolizzare in modo singolare l’esperienza. Dove alcuni impiegano molto tempo per far fruttare un’esperienza, la persona geniale lo fa in un istante.
Quando era molto giovane e frequentava la scuola di disegno a Roma assieme a Gino Severini e ad altri, Boccioni non era il migliore disegnatore, anzi, ce n’erano alcuni che erano molto più bravi nel disegno come pure nella pittura, ma sono rimasti lì dov'erano. Boccioni invece no: metabolizzò quell’esperienza abbandonandola e cercandone un’altra e un’altra ancora…”

Il dipinto Le tre donne di Boccioni, viene esposto il 3 luglio del 1910 a Milano e la critica dichiara che quello non è un quadro pienamente futurista. Che ne pensi?

“Il quadro delle tre donne merita un'attenzione molto particolare. Quando fu esposto sul Corriere della Sera comparve un articolo dove si diceva che Boccioni aveva presentato delle signore in camicia da notte. Non è un caso raro che i giornali dicano delle improprietà o delle sciocchezze! 

Le tre donne è invece un quadro molto importante perché riprende un'opera russa tra le più celebri al mondo che è la Trinità angelica di Andrej Rublëv. E’ un quadro russo, una delle icone più importanti che ci siano in Russia. Boccioni molto probabilmente non ebbe la possibilità di vedere quest’opera perché quando passò per Mosca, la collezione in cui era compresa la Trinità di Rublëv non annoverava il quadro. Però dovunque a Mosca si trovavano delle riproduzioni. Quando Boccioni decide di dipingere Le tre donne, che sono sua madre, sua sorella e la sua amante, le mette nella stessa identica posizione delle tre donne della Trinità angelica di Rublëv. Il dipinto russo presenta il mistero cristiano della Trinità: uno è il padre, l'altra figura è il figlio, la terza incarna lo Spirito Santo sotto forma di Angelo. Questa cosa qua l’ho svelata io per primo. Chi ha dei dubbi, osservi da vicino i due quadri.”



Umberto Boccioni, Tre donne, 1809-1810, Olio su tela, Milano, Gallerie d'Italia - Piazza Scala, Collezione Intesa san Paolo

Dai diari di Boccioni emerge un personaggio molto tormentato, pieno di dubbi… Non è stato facile per lui trovare una forma di espressione di questo desiderio di modernità.

“Boccioni disse più volte che fra lui e il dipinto in esecuzione c’era una lotta terribile, fra lui e il quadro. Era una competizione senza limiti. Per seguire l’arte, Boccioni fece una scelta di vita. Boccioni promise a se stesso che non avrebbe mai avuto un legame stabile, tantomeno un matrimonio, nella vita. Perché questo, un legame stabile, un matrimonio, lo avrebbero strappato all’arte. Era un sacerdozio quello che Boccioni ebbe con l’arte. Una scelta che non doveva avere disturbi, non doveva avere distrazioni, doveva essere consegnato totalmente all’arte.
E disse una volta che non aveva quasi mai dormito un’intera notte con una donna, che tutti i suoi legami erano temporanei. Ebbe una relazione con Sibilla Aleramo, la quale avrebbe voluto che Boccioni diventasse il suo amante fisso, e lui le scriveva dandole del "voi", mentre Sibilla gli dava del "tu", sperando che Boccioni si legasse a lei e invece questo non avvenne mai. Ed è terribile come Boccioni passò sopra al fatto di avere un figlio in Russia. Lo lasciò alla madre, Augusta Berdnicoff, il suo cognome da sposata, da nubile si chiamava Popoff.
Fu una tragedia, nessuno sapeva di questo figlio innanzitutto, nemmeno Marinetti. Ne erano a conoscenza soltanto la mamma e la sorella di Boccioni. Quando il figlio nacque, lui disse "buona fortuna - così scrisse nel diario - alla mamma e al figlio", e mai più si occupò di lui. Non c’è neanche una parola, un pensiero.
Ma quando Boccioni morì cadendo da cavallo, nel suo portafoglio fu trovata una fotografia del bambino all’età di sei, sette anni. Non solo, ma anche la madre di Boccioni aveva la fotografia del bambino. Ma fu e rimase un segreto per tutta la sua vita."

Come ti immagini il carattere di Boccioni?

Boccioni era naturalmente ambizioso e come sono tutti gli artisti perché uno non si mette a fare l'artista puntando a piccoli traguardi. Era collerico, era manesco, ed era terribile se alzava le mani, era uno che si buttava. Era abbastanza minuto, non era tanto alto, però aveva una forza muscolare straordinaria e appena c'era da menar le mani non aspettava altro."


La redazione di "Poesia" in casa di Marinetti, Milano 1910  [riproduzione fotografica]  (Da sinistra a destra F.T. Marinetti, Marietta Angelini, Luigi Russolo, Umberto Boccioni, Nina Angelini, Decio Cinti e Paolo Buzzi) Mart, Archivio del ‘900, fondo Angelini, Ang.16.55 MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto


La stesura del primo Manifesto dei pittori futuristi è descritta da Marinetti, e anche da altri, che erano presenti quel giorno nell’abitazione di Marinetti…
“La casa di Marinetti era una casa molto singolare. Era nato ad Alessandria d’Egitto e fino a diciotto anni aveva vissuto nei costumi di quella città mediterranea. Aveva un grande amore per l’Oriente. La sua abitazione a Milano è stata descritta tante volte, era una cosa un poco da bric à brac con uno stile orientale, con arredamenti insoliti.
In questa casa - che era casa in affitto, perché Marinetti non ha mai posseduto nulla, era ricco, ma era ricco di beni mobili, non immobili - quindi in questa casa, in via Senato a Milano, arrivarono come i monaci al convento, uno dietro l’altro, quelli che poi avrebbero firmato il primo Manifesto dei pittori futuristi. E Boccioni, che era un prepotente, fu un magna pars della scrittura di questo manifesto. Pretese che il primo firmatario di tutti i manifesti fosse lui, e Marinetti lo assecondò, e gli altri stettero al gioco. Era chiaramente il leader.”

Dichiaravano di essere “i primitivi di una sensibilità completamente trasformata”: che voleva dire?

“Voleva dire tutto e niente, cioè l’intuizione dell’epoca che noi stiamo vivendo, cioè che si affacciava all’orizzonte del mondo una nuova sensibilità. C’erano già gli aeroplani, il primo aeroplano si era alzato dal suolo in America nel 1905-1906. Era evidente che si andava incontro a un mondo assolutamente diverso, che implicava una nuova sensibilità. E’ questo che Marinetti lo ha compreso subito: che le tecnologie portano cambiamento.

Un grande evento fu l’illuminazione pubblica che cambiò la vita perché introdusse la vita notturna, i locali notturni, le belle di notte, una nuova sensibilità che prima non c’era.

Marinetti intuì che l’innovazione portava con sé la nascita di una nuova sensibilità e i Futuristi furono i primi ad affermarlo. La sua genialità sta proprio in questo. Gli inventori della locomozione elettrica, gli installatori dell’illuminazione elettrica non avevano idea della portata del cambiamento che avveniva sotto i loro occhi.”

Marinetti detestava l’immobilismo, la cultura tradizionalista e conservatrice italiana. Si scagliò contro Venezia, che era l’emblema del passatismo. Ci racconti l’operazione di propaganda dei Futuristi a Venezia?

“Marinetti era un talento della comunicazione. Un vero talento perché buona parte della comunicazione del Novecento, penso alle affiches commerciali ad esempio, hanno una matrice futurista. Il Futurismo ha nutrito la comunicazione del Novecento, e l’ha nutrita anche attraverso degli episodi singolari, come ad esempio il lancio dei volantini a Venezia, dalla Torre dell’Orologio.

Marinetti aveva molto brigato con l’allora potentissimo direttore della Biennale per cercare di aprire le porte di Ca’ Pesaro a Boccioni. Poi ottenuto questo risultato, decise di dar vita a un’impresa singolare, creando grande sconcerto nell’opinione pubblica lanciando quei manifesti dalla Torre dell’Orologio in Piazza San Marco. Erano volantini che non esaltavano Venezia (ride) al contrario .. ne dicevano male perché Venezia era un campionario di cose passate, trapassate e pure defunte, agli occhi dei Futuristi. Venezia era la nostalgia, il romanticismo.”

Nel 1912 Marinetti organizza una mostra alla galleria di Parigi Bernheim Jeune. Parigi allora era la capitale dell’arte. Così Boccioni decide di andare a Parigi prima di inaugurare la mostra per fare una sorta di perlustrazione, per cercare di capire cosa stavano facendo i cubisti. Ci racconti quel viaggio in incognito? Come andò e come avvenne quell’incontro con Picasso a Parigi?

“Boccioni e Picasso! Boccioni ha sempre creduto nel genio di Picasso, l’ha detto più di una volta. Ecco però lui voleva rubare tutto quello che c'era da rubare per lavorarlo poi nella fucina della sua arte. E c'era molto da rubare nell’atelier di Picasso. Non copiare ma rubare la formula segreta della scultura e della pittura, della genialità di Picasso. Chiese allora a Severini accompagnarlo allo studio di Picasso. Severini lo accompagnò, e Picasso conobbe questo italiano molto fantasioso, insomma un buon artista, amico di Severini.”



Un'immagine dal documentario FORMIDABILE BOCCIONI | © ARTE.it

Che ne pensi di questa foto? (la foto qui sopra)

“Ah, l’immagine della pattuglia futurista a Parigi! I cinque futuristi a Parigi. Nell’abbigliamento si può ricavare qualcosa della personalità dell’uno e dell’altro. Boccioni era una persona che teneva molto all’eleganza, era il contrario dell’artista romantico. Marinetti non si spiegava perché fosse fissato con le pieghe dei pantaloni. Prima di andare a letto Boccioni alzava il materasso e metteva il pantalone steso per avere le pieghe ai pantaloni. In questa fotografia si vede subito che lui è più elegante degli altri, gli altri hanno dei normali cappotti e stanno lì, Carrà, Russolo. Boccioni teneva molto alla fotografia, le fotografie sue presentano un personaggio che tiene molto alla cravatta e a tutto il resto.”

Si dice però che nel 1916 quando si trova a Pallanza a fare il ritratto di Ferruccio Busoni, Boccioni torna a uno stile più figurativo e sembra aver abbandonato l’esperienza futurista. Secondo te, Boccioni era pronto a superare l’esperienza futurista?

“È stato detto che nel ritratto del maestro Busoni, Boccioni avrebbe confermato il suo abbandono del Futurismo. Questa è una solenne sciocchezza, secondo me. In quel momento Boccioni aveva bisogno di soldi, perché doveva partire militare e doveva lasciare un gruzzolo notevole alla mamma e alla sorella, questo era ciò che lo muoveva. Ferruccio Busoni era innamorato di sé e della sua persona. Se Boccioni avesse fatto il ritratto di Busoni con il linguaggio futurista, quello glielo avrebbe tirato addosso e Boccioni non avrebbe avuto i soldi che ebbe dal maestro Busoni. A riprova di quello che sto dicendo c'è che Boccioni proprio in quel momento fece anche un ritratto alla moglie del maestro Busoni in un linguaggio futurista.”

Che ruolo ha avuto Ferruccio Busoni nella carriera di Boccioni?

“Boccioni ha cominciato come artista nel senso più pieno della parola quando il maestro Busoni gli comprò “La città sale” e questo dipinto, il più grande che Boccioni avesse mai realizzato, è dovuto al sostegno, e alla generosità, di Alessandrina Ravizza, che era la Santa dei Poveri di Milano e la numero uno della Società Umanitaria. Alessandrina Ravizza era una russa, si chiamava Ravizza perché aveva sposato l'ingegner Ravizza, ma era una russa e veniva chiamata Saša. Nel 1911 Saša progetto di fare una grande mostra aperta a tutti gli artisti.. E dunque si fa questa mostra, con dei criteri futuristi, cioè viene detto agli artisti: ognuno che viene sarà accettato e si prenderà il posto che crede nello spazio destinato all'esposizione. Si può immaginare che cosa è successo, perché ognuno voleva prendere lo spazio più bello.

Quello che è più importante è che questa esposizione si inaugurò il primo maggio e doveva celebrare la Festa dei Lavoratori, perché Alessandrina Ravizza, la russa, e le altre protagoniste dell’emancipazione femminile che c'era a Milano, festeggiavano il Primo Maggio.

Il quadro grande fu dipinto da Boccioni in un locale della Società Umanitari. Il titolo e il tema del quadro era il lavoro. Questo grande quadro che poi fu intitolato La città sale fu acquistato in seguito dal maestro Busoni.”

Quale è stata secondo te l’esperienza della guerra per Boccioni?

Boccioni era un patriota, e intese l’impegno in guerra come un patriota. Boccioni era debole di polmoni, il maestro Busoni lo esortò a far valere questa sua debolezza polmonare per essere esonerato dal servizio militare, ma Boccioni rifiutò. E quando andò alla visita militare tacque, non disse neanche dei disturbi che aveva. Boccioni avrebbe avuto la possibilità di fare un servizio militare comodo con la possibilità di diventare sottufficiale, ma rifiutò. Fu addetto alle stalle dei cavalli perché lui era in un reparto di artiglieria ippotrainata. Quando seppe che c'era una richiesta di soldati per le bombarde, che sono un'arma che andava in primissima linea, fece di tutto per essere destinato alla prima linea.”

Umberto Boccioni ha avuto un destino tragico. E’ morto molto giovane. La sua carriera artistica si è compiuta in un arco di tempo molto breve. Dopo la sua morte, le sue sculture in gesso che rappresentavano il culmine della sua ricerca, vengono distrutte. Come vedi questo strano destino che toccò a Boccioni e di questa strana sorte che toccò alla sua eredità?

“Secondo me c’è dietro una ragione pratica. Bisognava pagare il padrone di casa di Boccioni, perché Boccioni era in affitto. Io non so se avesse pagato tutto l’arretrato di quanto era dovuto. Passato il momento dell’emozione, il padrone di casa probabilmente ebbe una certa urgenza di liberare le stanze per riaffittarle. C’erano questi manufatti di gesso che a chiunque avesse una visione ordinaria delle cose, potevano sembrare delle stupidaggini, dei tentativi incomprensibili. Probabilmente se queste sculture fossero state modellate alla maniera tradizionale, la cosa sarebbe andata diversamente. Invece hanno pensato di liberarsene, dandole a qualche scultore che a sua volta le gettò in una discarica. Grazie alla cura dell’artista Fedele Azari e del giovanissimo Bisi, è stato possibile ricostruire qualcosa, ma il resto finì in rovina.”

Un ultima domanda, Gino. C’è una frase molto bella di Umberto Boccioni che citi nel tuo libro. “Verrà un tempo in cui il quadro non basterà più. Le opere pittoriche saranno vorticose composizioni musicali di enormi gas colorati”. A tuo avviso, che cosa aveva intuito Umberto Boccioni all’alba del Novecento?

“Naturalmente il futuro è sulle ginocchia di Giove. Però ciò che conta nel caso di Boccioni è l'immaginazione, cioè il tentativo, quasi disperato, di immaginare come sarebbe potuto essere il mondo, l’arte, la vita sociale di lì a cinquant’anni. Boccioni immagina queste opere d’arte effimere che vanno annoverate alla categoria della mirabilia, cioè delle cose che lo stesso personaggio che le immagina, non sa bene che forma dargli. Io credo che un’approssimazione per noi, che dobbiamo a nostra volta immaginare quello che immaginava Boccioni, può essere ricavata dai fuochi artificiali nella notte di Capodanno. Quello può essere un riferimento, perché i fuochi artificiali, la pirotecnia, è un tentativo di scrivere, di dipingere, nella notte in cielo ciò che va apprezzato. Proprio questo dramma di immaginare non ‘si sa che cosa’, è delle persone di qualità, perché la persona stupida si guarda bene da occuparsi di queste faccende.”