Erwin Wurm. Dreamers
© © Erwin Wurm, Bildrecht, Wien 2026 | Erwin Wurm, Dreamer, One Arm, 2024, aluminium, paint, 92x148x93 cm. I Ph. Markus Gradwohl
Dal 6 Maggio 2026 al 22 Novembre 2026
Venezia | Visualizza tutte le mostre a Venezia
Luogo: Museo Fortuny
Indirizzo: San Marco 3958
Orari: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00) chiuso il martedì
Curatori: Elisabetta Barisoni, Cristina Da Roit
Costo del biglietto: Intero: 15 euro Ridotto: 7,50 euro
Telefono per informazioni: +39 041 520 0995
Sito ufficiale: http://fortuny.visitmuve.it
Il Museo Fortuny presenta un’ampia mostra monografica dedicata a Erwin Wurm (Bruck an der Mur, Austria, 1954), tra i più influenti artisti contemporanei, che nel corso della sua carriera ha saputo ripensare profondamente il concetto stesso di scultura: ampliando le nozioni di tempo, massa e superficie, astrazione e rappresentazione, ponendo il corpo e l’oggetto quotidiano al centro di una riflessione che supera i confini tradizionali tra arte e vita. L’umorismo, strumento fondamentale nella sua pratica, apre a questioni filosofiche e sociali: Wurm mette in scena le tensioni della società contemporanea, criticando le pressioni del capitalismo e le costruzioni identitarie imposte dall’esterno. Lo spazio liminale tra “alto” e “basso”, tra monumentale e banale, diventa il territorio privilegiato di una realtà farsesca e paradossale. L’ordinario - dichiara Erwin Wurm - è così vicino e così familiare a noi che siamo portati a trascurarlo. Guardare l’ordinario dalla prospettiva dell’assurdo e del paradosso ci dà l’opportunità di vedere qualcosa di diverso, forse più interessante.
Accogliere il suo lavoro tra le sale del Museo Fortuny significa accettare una duplice sfida alla gravità: quella fisica, che governa volumi e masse, e quella storica, esercitata dalla stratificazione culturale di uno dei luoghi più densi di memoria della città.
Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti e alla Scuola di Arti Applicate di Vienna tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, Wurm ottiene riconoscimento internazionale con le celebri One Minute Sculptures (1996–97) presentate al secondo piano del Museo dove i visitatori possono interagire direttamente con esse. In queste opere l’artista fornisce istruzioni che invitano il pubblico a eseguire azioni o pose con oggetti di uso quotidiano, mobili, sedie, bottiglie, libri, maglioni, trasformando il corpo umano in scultura temporanea. L’opera è per sua natura effimera: esiste nel gesto, nella durata di un minuto, e sopravvive nella documentazione fotografica, spesso realizzata con il mezzo istantaneo della Polaroid, vera e propria “tassidermia dell’istante”.
Parallelamente, Wurm antropomorfizza oggetti comuni in modi inattesi, come nel caso delle opere Dreamers, in cui cuscini sovradimensionati sostenuti da arti umani (gambe, braccia, piedi) in posizioni spesso goffe o precarie, si fanno metafora del mondo onirico, esplorando la tensione tra il corpo fisico e la dimensione psicologica dell'inconscio.
Il dialogo nel museo si concentra, in particolare, sull’abito come estensione scultorea del corpo. Nelle serie Substitutes, Wurm presenta indumenti privi di figura umana, monumenti all’assenza o membrane che trattengono l’ultimo gesto di chi li ha abitati. L’analogia è con il Delphos di Fortuny, un involucro pronto ad accogliere il corpo, ma privo di struttura autonoma senza di esso. Un confronto emblematico emerge tra lo scialle Knossos di Fortuny e la scultura Yikes, semplici rettangoli di materia che acquistano significato solo nella relazione con la persona. Il Knossos è un dispositivo scenico “aperto”, che richiede un gesto creativo per farsi scultura vivente; Yikes congela invece l’istante in cui quel gesto si è appena dissolto. In entrambi i casi l’opera esiste nel tempo dell’azione, nel confine tra presenza e assenza.
In questi termini prende forma il dialogo stravagante con Mariano Fortuny: genio poliedrico — scenografo, inventore, pittore, designer — Fortuny trasformò Palazzo Pesaro degli Orfei in un laboratorio totale, dove luce, architettura e tessuto si fusero in un’opera d’arte complessiva. Il Museo Fortuny, oggi, prende forma di una vera e propria “semiosfera” fisica: un ambiente in cui testi, forme e memorie eterogenee collidono generando nuove esplosioni di senso.
Entrare a Palazzo Fortuny durante questa mostra, in particolare, significa immergersi in un organismo architettonico vivo, una membrana sensibile dove oggetti e contenitore dialogano in un flusso continuo. L’opera di Wurm si inserisce in questo palinsesto come elemento di destabilizzazione controllata: le sue sculture si piegano, si gonfiano, si contraggono sotto il peso del pensiero e dell’ironia, trasformando il museo in un laboratorio dell’identità contemporanea. Ieri, come oggi.
In questo incontro tra la solidità del passato e la precarietà del presente, emerge una domanda cruciale: in un mondo in cui siamo costantemente chiamati a “darci una forma”, cosa rimane di noi quando la posa si scioglie?
La mostra invita il pubblico a confrontarsi con questa tensione, riconoscendo nell’essere umano stesso il materiale plastico per eccellenza.
Accogliere il suo lavoro tra le sale del Museo Fortuny significa accettare una duplice sfida alla gravità: quella fisica, che governa volumi e masse, e quella storica, esercitata dalla stratificazione culturale di uno dei luoghi più densi di memoria della città.
Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti e alla Scuola di Arti Applicate di Vienna tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, Wurm ottiene riconoscimento internazionale con le celebri One Minute Sculptures (1996–97) presentate al secondo piano del Museo dove i visitatori possono interagire direttamente con esse. In queste opere l’artista fornisce istruzioni che invitano il pubblico a eseguire azioni o pose con oggetti di uso quotidiano, mobili, sedie, bottiglie, libri, maglioni, trasformando il corpo umano in scultura temporanea. L’opera è per sua natura effimera: esiste nel gesto, nella durata di un minuto, e sopravvive nella documentazione fotografica, spesso realizzata con il mezzo istantaneo della Polaroid, vera e propria “tassidermia dell’istante”.
Parallelamente, Wurm antropomorfizza oggetti comuni in modi inattesi, come nel caso delle opere Dreamers, in cui cuscini sovradimensionati sostenuti da arti umani (gambe, braccia, piedi) in posizioni spesso goffe o precarie, si fanno metafora del mondo onirico, esplorando la tensione tra il corpo fisico e la dimensione psicologica dell'inconscio.
Il dialogo nel museo si concentra, in particolare, sull’abito come estensione scultorea del corpo. Nelle serie Substitutes, Wurm presenta indumenti privi di figura umana, monumenti all’assenza o membrane che trattengono l’ultimo gesto di chi li ha abitati. L’analogia è con il Delphos di Fortuny, un involucro pronto ad accogliere il corpo, ma privo di struttura autonoma senza di esso. Un confronto emblematico emerge tra lo scialle Knossos di Fortuny e la scultura Yikes, semplici rettangoli di materia che acquistano significato solo nella relazione con la persona. Il Knossos è un dispositivo scenico “aperto”, che richiede un gesto creativo per farsi scultura vivente; Yikes congela invece l’istante in cui quel gesto si è appena dissolto. In entrambi i casi l’opera esiste nel tempo dell’azione, nel confine tra presenza e assenza.
In questi termini prende forma il dialogo stravagante con Mariano Fortuny: genio poliedrico — scenografo, inventore, pittore, designer — Fortuny trasformò Palazzo Pesaro degli Orfei in un laboratorio totale, dove luce, architettura e tessuto si fusero in un’opera d’arte complessiva. Il Museo Fortuny, oggi, prende forma di una vera e propria “semiosfera” fisica: un ambiente in cui testi, forme e memorie eterogenee collidono generando nuove esplosioni di senso.
Entrare a Palazzo Fortuny durante questa mostra, in particolare, significa immergersi in un organismo architettonico vivo, una membrana sensibile dove oggetti e contenitore dialogano in un flusso continuo. L’opera di Wurm si inserisce in questo palinsesto come elemento di destabilizzazione controllata: le sue sculture si piegano, si gonfiano, si contraggono sotto il peso del pensiero e dell’ironia, trasformando il museo in un laboratorio dell’identità contemporanea. Ieri, come oggi.
In questo incontro tra la solidità del passato e la precarietà del presente, emerge una domanda cruciale: in un mondo in cui siamo costantemente chiamati a “darci una forma”, cosa rimane di noi quando la posa si scioglie?
La mostra invita il pubblico a confrontarsi con questa tensione, riconoscendo nell’essere umano stesso il materiale plastico per eccellenza.
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