L’arte dopo l’emergenza coronavirus

Sopravvivere vendendo un Van Gogh? Le strategie dei musei americani

Vincent van Gogh, Sunflowers, 1889, Olio su tela, 92.4 x 71.1 cm, Philadelphia Museum of Art, Mr. and Mrs. Carroll S. Tyson, Jr. Collection, 1963 | Courtesy Philadelphia Museum of Art
 

Francesca Grego

01/05/2020

Mondo - Ve lo ricordate Totò che vende la Fontana di Trevi a un turista americano? Con l’aria che tira, oggi a qualcuno potrebbe venire in mente di imitarlo, e senza alcun intento truffaldino. Che l’arte sia un patrimonio di straordinario valore non è una novità, ma nel mondo occidentale regole scritte e informali evitano che la cessione di beni artistici di proprietà pubblica si trasformi in un mezzo per fare soldi in modo facile e veloce. Sembra tuttavia che qualcosa stia cambiando. 

La tendenza, come spesso accade, arriva dall’America, dove il Covid-19 e il conseguente lockdown stanno mietendo vittime anche nel mondo dei musei. Il Metropolitan Museum of Art di New York, che era pronto a festeggiare i suoi primi 150 anni, si aspetta ad esempio di ricevere in regalo perdite per 100 milioni di dollari. E gli altri non sono messi meglio, al punto da spingere l’Associazione dei Direttori dei Musei d’Arte di Stati Uniti, Canada e Messico a prendere una decisione senza precedenti: allentare i vincoli che per decenni hanno impedito di mettere sul mercato opere d’arte, se non per recuperare fondi utili ad acquistarne di nuove. Sarà la vendita di un Monet, di un Van Gogh o di un Frida Kahlo il passaporto per la salvezza?



Claude Monet (1840 - 1926), Donna con il parasole - Madame Monet e suo figlio, 1875, Olio su tela, 100 x 81 cm, Washington, D.C, National Gallery of Art

Oltreoceano il cambio di rotta dell’AAMD che registra il Washington Post in un articolo, potrebbe scompaginare le carte in tavola. L’Associazione è una potenza da non prendere sottogamba: sanzioni, censura pubblica e una pesante campagna diffamatoria finora attendevano al varco chi provasse a vendere anche una sola opera per far quadrare il bilancio o finanziare un improcrastinabile intervento di ristrutturazione. Al di là delle buone intenzioni, per un direttore una scelta di questo tipo poteva significare la fine della carriera.
Ma da metà marzo 2020 in America il lockdown dei musei ha fatto evaporare le entrate legate alle visite, la raccolta fondi è diventata più difficile e le turbolenze dei mercati finanziari hanno reso la situazione ancora più precaria. Di qui la decisione di modificare cautamente e temporaneamente le regole del deaccessioning (le politiche che regolano la rimozione di un’opera da una collezione) per dotare i musei della flessibilità finanziaria necessaria in un contesto economico incerto.  Quali opere decideranno di vendere i musei americani? Rinunceranno anche a uno solo dei gioielli da cui dipendono il valore e l’identità di un’intera collezione? O venderanno in blocco opere di minore rilievo per raggiungere le somme necessarie?



Gianluca Baronchelli, Fontana di Trevi, Roma, 2016 | Photo: © Gianluca Baronchelli

In Europa siamo da sempre più cauti nel recepire le novità, o forse meno pragmatici e pronti a reagire. Quando, nel 2011, per intervenire nella crisi greca la Finlandia chiese in garanzia nientemeno che il Partenone, lo scandalo fu enorme. E quando in Italia si è parlato della vendita del Colosseo o della Torre di Pisa per far fronte a debiti crescenti, si è trattato sempre di iperboli e mai di realtà. Lo sa bene Marcello Sorgi, che nel 2016 sulla cessione dell’Anfiteatro Flavio a uno sceicco ha costruito un romanzo di successo.

Lo scenario che abbiamo davanti oggi, tuttavia, supera l’immaginazione di qualsiasi scrittore di fiction. Come reagiranno i musei italiani? Per il momento sono occupati a ridefinire formule ed esperienze di fruizione in vista della riapertura, con l’auspicio che non tutti i mali vengano per nuocere.  

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