Viaggio tra l'Italia, New York e Parigi alla ricerca del re della Pop Art
Perché Andy .. è sempre Warhol
Andy Warhol, Mick Jagger, 1975, the Andy Warhol Museum, Pittsburgh | Courtesy © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Piero Muscarà
30/03/2026
Esiste un momento, nella primavera del 2026, in cui è possibile spostarsi tra Mantova, Ferrara, Milano, Napoli e Piazza Armerina in Sicilia trovando in ognuna di queste città almeno una mostra dedicata ad Andy Warhol. Non si tratta di una coincidenza, né di un piano coordinato da qualche istituzione centrale con una visione d'insieme particolarmente ambiziosa: è il risultato di un'accumulazione, un sedimento di interessi culturali, calcoli commerciali e memoria storica che si è depositato negli anni e che nel 2026 raggiunge una densità difficile da ignorare. Mentre a New York il Guggenheim prepara per giugno la grande rassegna Guggenheim Pop - survey collettiva della Pop Art americana che include Warhol tra Lichtenstein, Oldenburg e altri - e mentre Parigi annuncia per l'autunno una mostra inedita sui disegni al Musée du Luxembourg, l'Italia si presenta con un programma che, per numero di esposizioni e capillarità geografica, non ha equivalenti altrove. Vale la pena chiedersi perché.
La risposta più comoda, e in parte vera, è che la Pop Art funziona. Funziona commercialmente, funziona come attrattore di pubblico, funziona in un paese che ha un rapporto complicato con l'arte contemporanea: affascinato e diffidente insieme, disposto a fare la fila se il nome in locandina è sufficientemente noto, refrattario a qualsiasi sperimentazione che richieda uno sforzo interpretativo superiore alla soglia di attenzione media di un sabato pomeriggio. Warhol è il caso ideale: è riconoscibile, è colorato, è associato alla Marilyn e alle lattine di zuppa Campbell, alla Factory e a Edie Sedgwick, a una mitologia pop che gli italiani conoscono non perché abbiano studiato la storia dell'arte ma perché l'hanno assorbita per osmosi culturale, tra riviste di moda e documentari televisivi. È l'artista che chiunque sa nominare, il che lo rende perfetto per riempire le sale dei musei e giustificare i costi di produzione di una mostra. Su questo non c'è nulla di scandaloso: i musei hanno i conti da quadrare, e Warhol quadra i conti meglio di quasi chiunque altro.
Ma ridurre tutto a una questione di botteghino significherebbe perdere la parte interessante della storia, che è invece assolutamente reale e documentata. Andy Warhol e l'Italia non sono una coppia costruita dall'ufficio marketing di qualche fondazione: sono il risultato di un rapporto che dura oltre un decennio e che lascia tracce precise nel lavoro dell'artista, non solo nella sua agenda mondana.
Tutto comincia a Ferrara nel 1975, quando Warhol arriva in persona a Palazzo dei Diamanti per inaugurare Ladies and Gentlemen - la serie di ritratti di drag queen afroamericane e portoricane che segna uno dei punti di svolta più radicali della sua carriera. Quella mostra, curata da Franco Farina con il gallerista Luciano Anselmino, è un evento che oggi è quasi impossibile valutare con occhio neutro: Warhol sceglie di esporre in Italia, a Ferrara, figure che l'immaginario collettivo americano relegava ai margini, anni prima che qualsiasi discorso sull'identità di genere o sulla rappresentazione delle minoranze entrasse nel vocabolario mainstream. Cinquant'anni dopo, Palazzo dei Diamanti ripropone quelle stesse opere con oltre 150 lavori tra acrilici, serigrafie e Polaroid, con il sostegno dell'Andy Warhol Museum di Pittsburgh, e la mostra è aperta fino al 19 luglio 2026. Non è una semplice retrospettiva celebrativa: è la riedizione di un evento specifico, nello stesso luogo, con le stesse opere e alcune aggiunte, un'operazione che trasforma la visita in qualcosa di più simile a un atto commemorativo che a un'esposizione tradizionale. E sempre a Ferrara, nella galleria MLB di Maria Livia Brunelli, una piccola mostra parallela rende omaggio a Franco Farina e Lola Bonora, due protagonisti di quella stagione irripetibile, attraverso il titolo Andy, Ulay e Marina, dove il nome di Warhol si incrocia con quelli di Ulay e Marina Abramović in un tributo a chi costruì, in quella città di provincia, uno dei laboratori più inaspettati dell'arte contemporanea europea.
Parallela alla riedizione ferrarese, ma diversa nel taglio, è la mostra milanese Passaggio in Italia 1975-1987 al Refettorio delle Stelline, aperta gratuitamente ogni venerdì e sabato fino al 20 giugno. Qui il filo conduttore non è una serie di opere ma un'intera fase biografica: il decennio in cui Warhol frequenta l'Italia con continuità, commissione dopo commissione, gallerista dopo gallerista. Alexander Iolas a Milano, Lucio Amelio a Napoli, Anselmino ancora tra Torino e Ferrara; questi tre uomini costruiscono attorno a Warhol un sistema di committenze e relazioni che lo radica nella penisola in modo tutt'altro che episodico. L'esposizione raccoglie oltre cento tra opere, fotografie e materiali d'archivio: la serie Vesuvius concepita a Napoli, The Last Supper nata a pochi metri dal Cenacolo di Leonardo, le copertine di vinile tra cui quella per un disco di Loredana Bertè, con i colori della metropolitana milanese riprodotti per omaggiare la città, su suggerimento dell'allora marito Björn Borg. È un Warhol meno conosciuto e più sorprendente di quello delle Marilyn, e il fatto che la mostra sia gratuita è, in questo contesto, quasi un gesto di onestà intellettuale: non tutto il patrimonio warholiano in Italia è show business.
A Napoli, Villa Pignatelli ospita fino al 2 giugno Warhol vs Banksy - Passaggio a Napoli, una mostra che mette a confronto i due artisti più fotografati e più citati degli ultimi cinquant'anni uno americano e "iper mediatico", uno anonimo (o forse no ?) e britannico attraverso oltre cento opere provenienti da collezioni private. Il confronto è dichiaratamente mediologico: Warhol ha trasformato la propria immagine in brand, Banksy fatto lo stesso - ma creando il "mistero" sulla sua vera identità - per diventare ugualmente brand conosciutissimo. Il terreno comune è Napoli, che entrambi hanno frequentato e che li ha sedotti, ciascuno a proprio modo, con quella combinazione di energia, disordine e bellezza che la città dispensa indifferentemente a chiunque voglia raccontarla. A Milano, intanto, la Galleria Fumagalli prosegue fino al 29 maggio un dialogo più sottile e meno ovvio tra Warhol e Jannis Kounellis: l'artista di Pittsburgh con le sue Knives e Shadows, l'artista greco-romano con il ferro, il carbone e i cappotti compressi. Kounellis intellettuale marxista e ateo, Warhol ambiguo e profondamente religioso; la mostra non li appiattisce su un denominatore comune ma li interroga su ciò che li potrebbe unire al di là delle differenze, trovando la risposta in quella tensione verso il tragico che entrambi, in modi opposti, hanno mantenuto intatta.
A Mantova, infine, la Sonnabend Collection - il nuovo museo di arte contemporanea inaugurato a novembre 2025 nel Palazzo della Ragione - ospita fino al 15 aprile il focus 21 Screen Tests: brevi ritratti filmati, un centinaio di personaggi ripresi quasi immobili per circa quattro minuti ciascuno, realizzati tra il 1963 e il 1966. Non è il Warhol delle grandi superfici colorate; è il Warhol della lentezza e dell'osservazione, quello che guarda le persone fino a farle dimenticare di essere guardate.
Al di fuori dell'Italia, il 2026 warholiano chiude con due appuntamenti di rilievo. A New York, il Guggenheim apre in giugno Guggenheim Pop, una grande rassegna della collezione che include Warhol accanto a Lichtenstein, Oldenburg, Chryssa e Richard Hamilton, con un'appendice di acquisizioni recenti con opere di Maurizio Cattelan (ci attendiamo "grandi confronti" sul tema banane tra la famosa cover dell'album dei Velvet Underground e lo "scandaloso" frutto concettuale cattelaniano Comedian) , Lucía Hierro, Josh Kline che interrogano il lascito della Pop Art nel presente; la mostra resterà aperta fino al gennaio 2027. A Parigi, il Musée du Luxembourg dedica invece a Warhol, dal 16 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra La ligne et l'image, curata dallo storico dell'arte Alain Cueff e organizzata dal GrandPalaisRmn: un progetto che sceglie deliberatamente di ignorare le serigrafie più celebri per concentrarsi su ciò che le ha rese possibili, ovvero il disegno. "Vorrei essere una macchina": questa celebre epigrafe, e la scelta della riproduzione serigrafiche all'inizio degli anni Sessanta, hanno fatto dimenticare che Warhol si era formato anzitutto all'arte dell'illustrazione e che non ha mai smesso di disegnare fino ai suoi ultimi giorni. La mostra circa 150 disegni, una decina di dipinti, serigrafie su carta, fotografie e documenti d'archivio tra stampati, scrapbook e video si articola in cinque sezioni che ripercorrono l'intera parabola grafica dell'artista: dalle illustrazioni pubblicitarie degli anni Cinquanta, conformi all'ottimismo yankee e concepite per essere immediatamente leggibili, all'uso della scrittura manuale, la sua o quella di sua madre, come parte integrante dell'immagine; dal ritratto e dall'autoritratto come terreno di modifiche e alterazioni grafiche e simboliche, all'abbondante produzione di iconografia gay rimasta privata fino al tournant degli anni Settanta; fino alla sezione conclusiva dedicata all'ossessione per la morte che segue l'attentato del 1968, esemplificata dalla serie dei Teschi. È attraverso il disegno, ricorda il comunicato della mostra, che Andrew Warhola è diventato Andy Warhol; e il Pop Art è stato inventato e perpetuato, prima di tutto, a mano libera.
Tornando a noi e all'Italia, a voler cercare l'opera warholiana che meglio rappresenta il legame con il Belpaese nella sua versione più autentica e meno mondana, bisogna uscire dal circuito delle mostre in corso e recarsi alla Reggia di Caserta, dove è custodita la collezione Terrae Motus voluta da Lucio Amelio. Là, tra le opere che il gallerista napoletano commissionò ai più importanti artisti del mondo dopo il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980, campeggia Fate Presto: un trittico di acrilico e serigrafia su tela, realizzato nel 1982, in cui Warhol riproduce in scala monumentale la prima pagina del quotidiano partenopeo Il Mattino del giorno dopo il sisma. Quelle due parole in corpo enorme - titolo scelto dall'allora direttore Roberto Ciuni come disperato appello alle istituzioni affinché intervenissero a salvare chi era ancora sotto le macerie - diventano nell'opera di Warhol qualcosa di più di una citazione giornalistica: diventano un'icona nel senso più antico del termine, un oggetto di contemplazione che concentra in sé il dolore collettivo, la richiesta di aiuto e la trasformazione del quotidiano in memoria permanente. Amelio aveva intuito che Warhol era l'artista giusto per quel compito: nessuno come lui sapeva prendere un'immagine già consumata dalla circolazione mediatica e restituirla amplificata, rallentata, carica di un peso che la velocità dell'informazione quotidiana non le aveva consentito di avere. Fate Presto non è una delle opere più citate nei cataloghi delle mostre in corso, ed è un peccato, perché è forse la più italiana di tutte: nata da una commissione italiana, concepita in risposta a una tragedia italiana, custodita in una grandiosa reggia borbonica non lontana da Napoli e dal Vesuvio, lì dove la Pop Art americana e la storia civile della penisola si incontrano senza che nessuno dei due ceda qualcosa di sé.
Tutte le mostre su Andy Warhol in Italia
Screen Tests - mostra a Mantova
Andy Warhol. Ladies and gentlemen - mostra a Ferrara
Warhol vs. Banksy. Passaggio a Napoli - mostra a Napoli
Andy Warhol. Passaggio in Italia 1975-1987 - mostra a Milano
Andy, Ulay e Marina - mostra a Ferrara
Da Picasso a Warhol. Le ceramiche dei grandi artisti - mostra a Piazza Armerina
Kounellis - Warhol. La messa in scena della tragedia umana - mostra a Milano
Tutte le mostre su Andy Warhol nel Mondo
Guggenheim Pop - mostra a New York
Silkscreen Paintings. Prince, Warhol, Wool - mostra a New York
Andy Warhol. La ligne et l'image - mostra a Parigi
La risposta più comoda, e in parte vera, è che la Pop Art funziona. Funziona commercialmente, funziona come attrattore di pubblico, funziona in un paese che ha un rapporto complicato con l'arte contemporanea: affascinato e diffidente insieme, disposto a fare la fila se il nome in locandina è sufficientemente noto, refrattario a qualsiasi sperimentazione che richieda uno sforzo interpretativo superiore alla soglia di attenzione media di un sabato pomeriggio. Warhol è il caso ideale: è riconoscibile, è colorato, è associato alla Marilyn e alle lattine di zuppa Campbell, alla Factory e a Edie Sedgwick, a una mitologia pop che gli italiani conoscono non perché abbiano studiato la storia dell'arte ma perché l'hanno assorbita per osmosi culturale, tra riviste di moda e documentari televisivi. È l'artista che chiunque sa nominare, il che lo rende perfetto per riempire le sale dei musei e giustificare i costi di produzione di una mostra. Su questo non c'è nulla di scandaloso: i musei hanno i conti da quadrare, e Warhol quadra i conti meglio di quasi chiunque altro.
Ma ridurre tutto a una questione di botteghino significherebbe perdere la parte interessante della storia, che è invece assolutamente reale e documentata. Andy Warhol e l'Italia non sono una coppia costruita dall'ufficio marketing di qualche fondazione: sono il risultato di un rapporto che dura oltre un decennio e che lascia tracce precise nel lavoro dell'artista, non solo nella sua agenda mondana.
Tutto comincia a Ferrara nel 1975, quando Warhol arriva in persona a Palazzo dei Diamanti per inaugurare Ladies and Gentlemen - la serie di ritratti di drag queen afroamericane e portoricane che segna uno dei punti di svolta più radicali della sua carriera. Quella mostra, curata da Franco Farina con il gallerista Luciano Anselmino, è un evento che oggi è quasi impossibile valutare con occhio neutro: Warhol sceglie di esporre in Italia, a Ferrara, figure che l'immaginario collettivo americano relegava ai margini, anni prima che qualsiasi discorso sull'identità di genere o sulla rappresentazione delle minoranze entrasse nel vocabolario mainstream. Cinquant'anni dopo, Palazzo dei Diamanti ripropone quelle stesse opere con oltre 150 lavori tra acrilici, serigrafie e Polaroid, con il sostegno dell'Andy Warhol Museum di Pittsburgh, e la mostra è aperta fino al 19 luglio 2026. Non è una semplice retrospettiva celebrativa: è la riedizione di un evento specifico, nello stesso luogo, con le stesse opere e alcune aggiunte, un'operazione che trasforma la visita in qualcosa di più simile a un atto commemorativo che a un'esposizione tradizionale. E sempre a Ferrara, nella galleria MLB di Maria Livia Brunelli, una piccola mostra parallela rende omaggio a Franco Farina e Lola Bonora, due protagonisti di quella stagione irripetibile, attraverso il titolo Andy, Ulay e Marina, dove il nome di Warhol si incrocia con quelli di Ulay e Marina Abramović in un tributo a chi costruì, in quella città di provincia, uno dei laboratori più inaspettati dell'arte contemporanea europea.
Parallela alla riedizione ferrarese, ma diversa nel taglio, è la mostra milanese Passaggio in Italia 1975-1987 al Refettorio delle Stelline, aperta gratuitamente ogni venerdì e sabato fino al 20 giugno. Qui il filo conduttore non è una serie di opere ma un'intera fase biografica: il decennio in cui Warhol frequenta l'Italia con continuità, commissione dopo commissione, gallerista dopo gallerista. Alexander Iolas a Milano, Lucio Amelio a Napoli, Anselmino ancora tra Torino e Ferrara; questi tre uomini costruiscono attorno a Warhol un sistema di committenze e relazioni che lo radica nella penisola in modo tutt'altro che episodico. L'esposizione raccoglie oltre cento tra opere, fotografie e materiali d'archivio: la serie Vesuvius concepita a Napoli, The Last Supper nata a pochi metri dal Cenacolo di Leonardo, le copertine di vinile tra cui quella per un disco di Loredana Bertè, con i colori della metropolitana milanese riprodotti per omaggiare la città, su suggerimento dell'allora marito Björn Borg. È un Warhol meno conosciuto e più sorprendente di quello delle Marilyn, e il fatto che la mostra sia gratuita è, in questo contesto, quasi un gesto di onestà intellettuale: non tutto il patrimonio warholiano in Italia è show business.
A Napoli, Villa Pignatelli ospita fino al 2 giugno Warhol vs Banksy - Passaggio a Napoli, una mostra che mette a confronto i due artisti più fotografati e più citati degli ultimi cinquant'anni uno americano e "iper mediatico", uno anonimo (o forse no ?) e britannico attraverso oltre cento opere provenienti da collezioni private. Il confronto è dichiaratamente mediologico: Warhol ha trasformato la propria immagine in brand, Banksy fatto lo stesso - ma creando il "mistero" sulla sua vera identità - per diventare ugualmente brand conosciutissimo. Il terreno comune è Napoli, che entrambi hanno frequentato e che li ha sedotti, ciascuno a proprio modo, con quella combinazione di energia, disordine e bellezza che la città dispensa indifferentemente a chiunque voglia raccontarla. A Milano, intanto, la Galleria Fumagalli prosegue fino al 29 maggio un dialogo più sottile e meno ovvio tra Warhol e Jannis Kounellis: l'artista di Pittsburgh con le sue Knives e Shadows, l'artista greco-romano con il ferro, il carbone e i cappotti compressi. Kounellis intellettuale marxista e ateo, Warhol ambiguo e profondamente religioso; la mostra non li appiattisce su un denominatore comune ma li interroga su ciò che li potrebbe unire al di là delle differenze, trovando la risposta in quella tensione verso il tragico che entrambi, in modi opposti, hanno mantenuto intatta.
A Mantova, infine, la Sonnabend Collection - il nuovo museo di arte contemporanea inaugurato a novembre 2025 nel Palazzo della Ragione - ospita fino al 15 aprile il focus 21 Screen Tests: brevi ritratti filmati, un centinaio di personaggi ripresi quasi immobili per circa quattro minuti ciascuno, realizzati tra il 1963 e il 1966. Non è il Warhol delle grandi superfici colorate; è il Warhol della lentezza e dell'osservazione, quello che guarda le persone fino a farle dimenticare di essere guardate.
Al di fuori dell'Italia, il 2026 warholiano chiude con due appuntamenti di rilievo. A New York, il Guggenheim apre in giugno Guggenheim Pop, una grande rassegna della collezione che include Warhol accanto a Lichtenstein, Oldenburg, Chryssa e Richard Hamilton, con un'appendice di acquisizioni recenti con opere di Maurizio Cattelan (ci attendiamo "grandi confronti" sul tema banane tra la famosa cover dell'album dei Velvet Underground e lo "scandaloso" frutto concettuale cattelaniano Comedian) , Lucía Hierro, Josh Kline che interrogano il lascito della Pop Art nel presente; la mostra resterà aperta fino al gennaio 2027. A Parigi, il Musée du Luxembourg dedica invece a Warhol, dal 16 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra La ligne et l'image, curata dallo storico dell'arte Alain Cueff e organizzata dal GrandPalaisRmn: un progetto che sceglie deliberatamente di ignorare le serigrafie più celebri per concentrarsi su ciò che le ha rese possibili, ovvero il disegno. "Vorrei essere una macchina": questa celebre epigrafe, e la scelta della riproduzione serigrafiche all'inizio degli anni Sessanta, hanno fatto dimenticare che Warhol si era formato anzitutto all'arte dell'illustrazione e che non ha mai smesso di disegnare fino ai suoi ultimi giorni. La mostra circa 150 disegni, una decina di dipinti, serigrafie su carta, fotografie e documenti d'archivio tra stampati, scrapbook e video si articola in cinque sezioni che ripercorrono l'intera parabola grafica dell'artista: dalle illustrazioni pubblicitarie degli anni Cinquanta, conformi all'ottimismo yankee e concepite per essere immediatamente leggibili, all'uso della scrittura manuale, la sua o quella di sua madre, come parte integrante dell'immagine; dal ritratto e dall'autoritratto come terreno di modifiche e alterazioni grafiche e simboliche, all'abbondante produzione di iconografia gay rimasta privata fino al tournant degli anni Settanta; fino alla sezione conclusiva dedicata all'ossessione per la morte che segue l'attentato del 1968, esemplificata dalla serie dei Teschi. È attraverso il disegno, ricorda il comunicato della mostra, che Andrew Warhola è diventato Andy Warhol; e il Pop Art è stato inventato e perpetuato, prima di tutto, a mano libera.
Tornando a noi e all'Italia, a voler cercare l'opera warholiana che meglio rappresenta il legame con il Belpaese nella sua versione più autentica e meno mondana, bisogna uscire dal circuito delle mostre in corso e recarsi alla Reggia di Caserta, dove è custodita la collezione Terrae Motus voluta da Lucio Amelio. Là, tra le opere che il gallerista napoletano commissionò ai più importanti artisti del mondo dopo il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980, campeggia Fate Presto: un trittico di acrilico e serigrafia su tela, realizzato nel 1982, in cui Warhol riproduce in scala monumentale la prima pagina del quotidiano partenopeo Il Mattino del giorno dopo il sisma. Quelle due parole in corpo enorme - titolo scelto dall'allora direttore Roberto Ciuni come disperato appello alle istituzioni affinché intervenissero a salvare chi era ancora sotto le macerie - diventano nell'opera di Warhol qualcosa di più di una citazione giornalistica: diventano un'icona nel senso più antico del termine, un oggetto di contemplazione che concentra in sé il dolore collettivo, la richiesta di aiuto e la trasformazione del quotidiano in memoria permanente. Amelio aveva intuito che Warhol era l'artista giusto per quel compito: nessuno come lui sapeva prendere un'immagine già consumata dalla circolazione mediatica e restituirla amplificata, rallentata, carica di un peso che la velocità dell'informazione quotidiana non le aveva consentito di avere. Fate Presto non è una delle opere più citate nei cataloghi delle mostre in corso, ed è un peccato, perché è forse la più italiana di tutte: nata da una commissione italiana, concepita in risposta a una tragedia italiana, custodita in una grandiosa reggia borbonica non lontana da Napoli e dal Vesuvio, lì dove la Pop Art americana e la storia civile della penisola si incontrano senza che nessuno dei due ceda qualcosa di sé.
Tutte le mostre su Andy Warhol in Italia
Screen Tests - mostra a Mantova
Andy Warhol. Ladies and gentlemen - mostra a Ferrara
Warhol vs. Banksy. Passaggio a Napoli - mostra a Napoli
Andy Warhol. Passaggio in Italia 1975-1987 - mostra a Milano
Andy, Ulay e Marina - mostra a Ferrara
Da Picasso a Warhol. Le ceramiche dei grandi artisti - mostra a Piazza Armerina
Kounellis - Warhol. La messa in scena della tragedia umana - mostra a Milano
Tutte le mostre su Andy Warhol nel Mondo
Guggenheim Pop - mostra a New York
Silkscreen Paintings. Prince, Warhol, Wool - mostra a New York
Andy Warhol. La ligne et l'image - mostra a Parigi
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