A Kind of Paradise
Dal 16 Aprile 2026 al 6 Settembre 2026
Zurigo | Visualizza tutte le mostre a Zurigo
Luogo: Museum Rietberg
Indirizzo: Gablerstrasse 15
Orari: Mar - Dom 10.00 - 17.00 | Lun chiuso
Costo del biglietto: CHF 18,00
Telefono per informazioni: +41 44 415 31 31
Sito ufficiale: http://rietberg.ch
Come può l’arte aiutarci a raccontare storie polifoniche? Quali narrazioni si nascondono nelle fotografie storiche? E in che modo gli artisti contemporanei riescono a farle emergere? Con A Kind of Paradise, il Museum Rietberg presenta una mostra collettiva che esplora per la prima volta in modo ampio questo fenomeno nell’arte contemporanea globale. Artisti internazionali, provenienti da Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania o appartenenti alle loro diaspore, si confrontano con immagini dell’epoca coloniale. Le loro opere, al tempo stesso poetiche, critiche e visionarie, indagano come queste immagini abbiano contribuito a definire identità, storia e senso di appartenenza, e come possano essere reinterpretate. Ne emerge anche una dimensione di cura, una possibilità di trasformazione che supera il contesto storico e tocca il presente.
Una ventina di artisti esplora questo patrimonio fotografico attraverso quattro sezioni tematiche, assumendo ruoli diversi: archivisti, contro-narratori rispetto allo sguardo coloniale, figure di protezione e narratori capaci di far emergere storie rimaste invisibili. Fotografia, tessuti, film e scultura si intrecciano in opere che ampliano i confini del medium e mettono in relazione identità individuali e memorie collettive. A unirle è una tensione comune verso il futuro: la memoria non è fissa, ma fluida e capace di resistenza. Da questo intreccio nasce un nuovo immaginario, che mette in discussione le narrazioni dominanti e apre a storie alternative.
Dalla nascita della fotografia a oggi sono state prodotte milioni di immagini, ma questo patrimonio è distribuito in modo diseguale. In molte aree del mondo, al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato e offrano risposte su origine, memoria e appartenenza. L’assenza stessa diventa così una traccia, un segno di cancellazione e violenza. Gli artisti reagiscono costruendo nuovi archivi, rendendo visibile ciò che è stato trasmesso e ciò che è andato perduto.
La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia. La macchina fotografica ha contribuito a rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, fissando queste immagini nella memoria visiva attraverso la loro riproduzione in riviste e cartoline. Ma le immagini non si limitano a mostrare il mondo: determinano anche il modo in cui ci percepiamo. Gli artisti in mostra si confrontano con questi cliché, li smontano e li riscrivono, trasformandoli in strumenti di consapevolezza. Questo processo non cancella le ingiustizie, ma ne rivela le tracce, mette in crisi le narrazioni dominanti e mantiene aperta la possibilità di una lettura critica.
Molte fotografie storiche documentano forme di violenza e sfruttamento. In risposta, alcuni artisti intervengono su queste immagini con gesti di cura radicale, proteggendo simbolicamente i soggetti rappresentati e restituendo loro dignità. Il passato non è chiuso, ma continua a riverberare nel presente, e queste opere ne rendono visibili le conseguenze.
Nell’ultima sezione della mostra, gli artisti lavorano sulle lacune della storia attraverso l’immaginazione. A partire da frammenti e documenti incompleti, costruiscono narrazioni alternative in cui memoria e finzione si intrecciano. Le figure ritratte assumono nuovi ruoli e nuove identità, liberandosi dal contesto originario. In questo spazio, dove passato, presente e futuro si sovrappongono, si apre la possibilità di un diverso racconto.
La collezione del Museum Rietberg, che conserva un ampio nucleo di fotografie scattate tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Africa e Asia, costituisce il filo conduttore dell’esposizione. Queste immagini, tra documentazione etnografica e fotografia di studio, diventano il punto di partenza per una riflessione più ampia sul potere delle immagini e sul loro ruolo nella costruzione della memoria.
Un progetto filmico accompagna la mostra, documentando il lavoro di artisti, ricercatori e curatori che hanno studiato insieme questo archivio fotografico. Allo stesso tempo, i visitatori sono invitati a interrogarsi sulle proprie immagini personali, contribuendo a un archivio condiviso che cresce nel corso dell’esposizione e apre a una nuova dimensione di racconto collettivo.
Una ventina di artisti esplora questo patrimonio fotografico attraverso quattro sezioni tematiche, assumendo ruoli diversi: archivisti, contro-narratori rispetto allo sguardo coloniale, figure di protezione e narratori capaci di far emergere storie rimaste invisibili. Fotografia, tessuti, film e scultura si intrecciano in opere che ampliano i confini del medium e mettono in relazione identità individuali e memorie collettive. A unirle è una tensione comune verso il futuro: la memoria non è fissa, ma fluida e capace di resistenza. Da questo intreccio nasce un nuovo immaginario, che mette in discussione le narrazioni dominanti e apre a storie alternative.
Dalla nascita della fotografia a oggi sono state prodotte milioni di immagini, ma questo patrimonio è distribuito in modo diseguale. In molte aree del mondo, al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato e offrano risposte su origine, memoria e appartenenza. L’assenza stessa diventa così una traccia, un segno di cancellazione e violenza. Gli artisti reagiscono costruendo nuovi archivi, rendendo visibile ciò che è stato trasmesso e ciò che è andato perduto.
La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia. La macchina fotografica ha contribuito a rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, fissando queste immagini nella memoria visiva attraverso la loro riproduzione in riviste e cartoline. Ma le immagini non si limitano a mostrare il mondo: determinano anche il modo in cui ci percepiamo. Gli artisti in mostra si confrontano con questi cliché, li smontano e li riscrivono, trasformandoli in strumenti di consapevolezza. Questo processo non cancella le ingiustizie, ma ne rivela le tracce, mette in crisi le narrazioni dominanti e mantiene aperta la possibilità di una lettura critica.
Molte fotografie storiche documentano forme di violenza e sfruttamento. In risposta, alcuni artisti intervengono su queste immagini con gesti di cura radicale, proteggendo simbolicamente i soggetti rappresentati e restituendo loro dignità. Il passato non è chiuso, ma continua a riverberare nel presente, e queste opere ne rendono visibili le conseguenze.
Nell’ultima sezione della mostra, gli artisti lavorano sulle lacune della storia attraverso l’immaginazione. A partire da frammenti e documenti incompleti, costruiscono narrazioni alternative in cui memoria e finzione si intrecciano. Le figure ritratte assumono nuovi ruoli e nuove identità, liberandosi dal contesto originario. In questo spazio, dove passato, presente e futuro si sovrappongono, si apre la possibilità di un diverso racconto.
La collezione del Museum Rietberg, che conserva un ampio nucleo di fotografie scattate tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Africa e Asia, costituisce il filo conduttore dell’esposizione. Queste immagini, tra documentazione etnografica e fotografia di studio, diventano il punto di partenza per una riflessione più ampia sul potere delle immagini e sul loro ruolo nella costruzione della memoria.
Un progetto filmico accompagna la mostra, documentando il lavoro di artisti, ricercatori e curatori che hanno studiato insieme questo archivio fotografico. Allo stesso tempo, i visitatori sono invitati a interrogarsi sulle proprie immagini personali, contribuendo a un archivio condiviso che cresce nel corso dell’esposizione e apre a una nuova dimensione di racconto collettivo.
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